Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell'essere suo.  ( Armando  Perotti )               * * *               Non si creda che i dialetti siano destinati a sparire, se mai si moltiplicheranno, pur tenendosi stretti alla lingua  " scritta  "  di Dante.  (Francesco Babudri)               * * *               Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono.  (Pasquale Sorrenti)               * * *               Non si può avere piena intelligenza della Divina Commedia senza tenere l’occhio rivolto al dialetto.  (Abbate Giuliani)               * * *              Il dialetto è un potente mezzo di comunicazione e ha diritto di cittadinanza nella scuola, e non solo a livello sperimentale. (Francesco Mininni)               * * *               Io credo che il poeta dialettale può e deve restare fedele al suo dialetto, se non lo fa, rischia di offrire ai suoi lettori, componimenti redatti o un dialetto annacquato o in un italiano adulterato.  (Oronzo Parlangeli)               * * *              Nella città di Bari, sono ancora in molti che identificano il dialetto con la povertà o come marchio di appartenenza agli strati più umili, gretti e ignoranti della società, al contrario di quanto avviene in altre città dove l’uso del dialetto è vezzo, sciccheria e ostentazione. (Alfredo Giovine)               * * *            I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell'interiore linguaggio che precede ogni fatto linguistico. (Pio XII)
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FRANCESCO MARTINO
Inserito il 18 luglio 2016 alle 11:06:00 da Gigi. IT - Sport

BARI OLIMPIONICA

18 LUGLIO

1924 - 2016

 EVENTO STORICO DELLO SPORT BARESE

 

FRANCESCO MARTINO

Francesco Martino, una delle figure mitiche della ginnastica italiana, fu il primo atleta barese ad aggiudicarsi due ori alle olimpiadi di Parigi del 1924. Nacque a Bari il 13 luglio 1900.

Sin da ragazzino frequentò la «Società Ginnastica Andrea Angiulli» dove assiduamente, ogni giorno, si allenò nella palestra, insieme ai fratelli maggiori Angelo e Raffaele.

Francesco, chiamato più confidenzialmente dagli amici “Ciccio”, nonostante avesse nove anni e, non potendo prendere parte ufficialmente all’attività agonistica, si sbizzarrì in alcuni difficili esercizi che attirarono l’attenzione dei dirigenti dell’epoca, i quali, rimasero di stucco a vederlo nella sua compostezza dello stile e per la spontaneità dei movimenti.

Si capì subito che era nato con il dono del campione. Rapidissima fu l’ascesa, a dodici anni partecipò con la squadra allievi dell’ «Angiulli» ai concorsi di Torino e di Genova che costituirono la maggiore rassegna sportiva del tempo.

Già due anni dopo, nel 1914, Martino conobbe il clima internazionale dove diede un contributo notevole consentendo alla sua Società di meritare il 1° premio in un concorso di considerevole importanza. Nel 1915 fu campione pugliese di ginnastica artistica.

Gli anni che seguirono furono tristi, a causa dello scoppio della 1ª guerra mondiale e, “Ciccio”, sospendendo l’attività sportiva, pur se ancora giovanissimo, non fu insensibile ai doveri d’italiano e si arruolò volontario nella Marina, facendo parte, come sommergibilista, della gloriosa flottiglia dei «MAS» guadagnandosi una medaglia al merito nella memorabile impresa dei Dardanelli.

Cessato il gran conflitto bellico e, dopo essere stato in missione nel Mar Nero, nel 1920, si svestì della divisa azzurra di marinaio e tornò a Bari alla sua «Angiulli». Dette così il via al 2° ciclo delle sue spettacolose ed infiammanti vittorie a cominciare dai concorsi militari di Bari del 1921 e 1922, sempre nella ginnastica artistica, per finire all’epopea parigina, attraverso tutta una gamma d’affermazioni a Trieste, a Zara e a Milano.

Purtroppo, il 25 e 26 agosto del 1923, in occasione di una gara preolimpionica, tenutasi a Milano, Ciccio Martino fu vittima di un pauroso e grave infortunio cadendo dagli anelli a causa del cedimento delle funi di sostegno che tenevano i cerchi di legno. Si temette seriamente la sua partecipazione alle Olimpiade del 1924 essendosi infortunato gravemente alla spalla e alle gambe. 

Grazie però al suo temperamento e alla forza di volontà, non volle perdere la grande occasione che gli si presentava dopo anni intensi d’allenamenti e di sacrifici. Superò la crisi e seppe tornare con prontezza nel pieno dei suoi mezzi e della propria forma trovandosi puntuale a partecipare con tutta la squadra azzurra di ginnastica, alla 7ª Olimpiade che si svolse a Parigi nel luglio 1924.

L’Italia fu prima nella gara collettiva comprendente 10 prove (4 esercizi obbligatori, 4 esercizi liberi, la salita alla fune e il salto del cavallo in lungo) grazie a lui. Nella prova individuale, Martino si superò aggiudicandosi la 2ª medaglia d’oro sbalordendo tutti nell’esercizio obbligatorio agli anelli, meritando il punteggio di “10,72” e, nell’esercizio libero, ottenne addirittura “10,83”.

Punteggi molto alti a quei tempi, considerati tuttora un limite record ad onore della ginnastica italiana, per una figura impeccabile agli anelli – il cosiddetto «Cristo» -, dove l’ammirazione incondizionata dei giudici, dei tecnici e dei cinquanta mila spettatori allo stadio di «Colombés» andarono in visibilio, applaudendo incessantemente l’eccezionale atleta barese.

Da quella super statica figura agli anelli, nella posizione a «Croce», rimase immobile per più di un minuto, d’allora nessun altro atleta ha mai più eguagliato né nel tempo, né nello stile.

Per quel «Cristo», prese avvio la leggenda di Francesco Martino, un racconto che seppe tanto di romanticismo del quale fu impareggiabile protagonista il nostro campione, perché quelle due medaglie d’oro vinte in una importante competizione sportiva a livello mondiale, nel momento di salire sul podio e vedere per due volte la bandiera sventolare sul più alto pennone dell’Olimpiade, sentì di aver raggiunto finalmente lo scopo della sua vita ovvero, la leale sfida con se stesso nel puntare il più alto possibile dopo anni di non lievi sacrifici, di dedizione e di genuina passione missionaria per lo sport puro, senza fini di lucro.

«Fu una giornata indimenticabile», disse confidandosi con lo storico, demologo e linguista barese Alfredo Giovine in una conversazione amichevole, «Al centro del tricolore, quando saliva lentamente accompagnata dalla marcia reale, io avevo gli occhi lucidi non soltanto per il momento felice, per il giorno più bello della mia vita, ma perché era il solo a vedere al centro di quella bandiera il caro nome della mia “Bari”. In quei pochi attimi mi passò velocemente nella mente l’opera svolta umilmente dai dirigenti e da tutti i soci dell’«Angiulli», per emergere e dare lustro alla nostra città e allo sport per lo sport. Per lunghi anni, silenziosamente e con tanta abnegazione, alle attrezzature moderne ed a tante difficoltà sopperimmo con silenziosa determinazione per voler essere “qualcuno” ed inserire la nostra Bari fra le città sportive più evolute. Molti altri atleti meritevoli di notevoli piazzamenti non sono stati baciati dalla fortuna come è stato riservato a me, ma per passione, per attaccamento all’«Angiulli» siamo stati tutti legati ai nostri colori con la stessa fede. Sono certo che il mio caso non rimarrà isolato. E la nostra Bari avrà a che gloriarsene».

Martino, grazie alle medaglie d’oro, ebbe un altro premio per la sua vita privata. Fu assunto come dipendente all’«Ente Autonomo Acquedotto Pugliese». Un semplice ma giusto riconoscimento per quell’epoca, che Bari offrì a un campione olimpionico della sua Terra.

Il “CONI”, prima della sua morte, avvenuta il 10 ottobre 1965, gli assegnò una medaglia d’oro al merito sportivo.

Francesco Martino, morì all’età di sessantacinque anni in silenzio, così come aveva sempre vissuto. Un male, soffriva d’asma, lo aveva per lungo tempo costretto a ridurre ogni sua attività. La cittadinanza gli ha intitolato una stradina nei pressi dello «Stadio della Vittoria» (fra i campi di tennis e le piscine comunali) e l’ex palestra «GIL» in Via Napoli angolo Via Anita Garibaldi.

Ancora oggi, l’olimpionico Martino è uno dei fiori all’occhiello dello sport barese, gli altri sono: Pietro Lombardi (medaglia d’oro di lotta greco romana, “pesi mosca, Kg. 48”, Olimpiadi di Londra, 5 agosto 1948), Sante Scarcia (medaglia di bronzo nella categoria “sollevamento peso”, Olimpiade di Parigi, 22 luglio 1924) e Francesco Attolico (portiere della squadra di pallanuoto, medaglia d’oro alle Olimpiade di Barcellona, agosto 1992). 

Bibliografia ed emerografia: Vito Cimmarusti, «Alle Olimpiade di Parigi Martino fu “meraviglioso”», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 8-01-1958; La Gazzetta del Mezzogiorno, «Non sono più tornati i bei tempi di Martino», Bari 19-04-1963; p.d.g., «È scomparso l’olimpionico dell’umiltà», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 12-10-1965; Gianni Antonucci, «Bari Si Bari No», Edizioni Vivere In, Roma, 1977; La Gazzetta del Mezzogiorno, «Supplemento speciale centenario 1887-1987», Ed. Edisud S.p.A., Bari 1987; Alfredo Giovine, «Bari belle époque», Ed. Schena Editore, Fasano (BR), 1989; Alfredo Giovine, «Martino, ginnasta recordman sotto l’ala di San Nicola», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 17-10-1993; Domenico Marsico, «I Campioni, gli olimpionici pugliese da Olimpia ad Atlanta», estratto dal libro: «Società Cultura e Sport», ed. Adda Editore, Bari, 1997.

Foto: Francesco Martino, fototeca, Alfredo e Felice Giovine, «Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi», Bari 1960; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016).. 

e 3ª Foto: Francesco Martino, «Supplemento La Gazzetta del Mezzogiorno 1887-1987», Archivio Società Sportiva Angiulli, riproduzione Luca Turi,  Bari 1987; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016).

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore


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Gino Boccasile: 115° Anniversario della nascita (19101 - 2016)
Inserito il 14 luglio 2016 alle 11:56:00 da Gigi. IT - Personaggi Illustri Baresi

Gino Boccasile

una matita magica e illustre

115° Anniversario della nascita (19101 - 2016)

 Un altro personaggio della città di Bari, che portò alto il nome del capoluogo pugliese in tutto il mondo è Gino Boccasile. Il 14 luglio ricorre la sua data di nascita (1901), oltre al presente sito è stato ricordato in un interessante articolo del fondatore e direttore responsabile Felice Giovine, sul terzo numero del periodico “U Corrìire de BBàre”. Siamo lieti e orgogliosi di ospitare la pagina de “U Corrìire” presentando uno dei più grandi disegnatori e cartellonista a livello mondiale, un barese doc.

 

Av’arrevà la dì / Quanne le melanise / S’hann’a sendì de fotte / De non èsse barise” (Arriverà il giorno / Quando i milanesi / Si morderanno le mani / Di non essere baresi):

Soleva dire Alfredo Giovine con ammirazione, nei confronti dell’alacre lombardo, cui riteneva non fosse secondo il barese, e non per nulla lo abbiamo scelto quale sotto testata di questo “Corrìire”. Un detto quando mai azzeccato se si parla di Gino Boccasile, del quale desideriamo ricordare vita, opere e...

Giusto per rammentarlo ai non più giovani, Boccasile è quello delle “Signorine Grandi Firme”, l’ideatore della bimba “Paglieri” dell’agnellino “Lauril”, del “Formaggino Mio”, del “Tacete! il nemico vi ascolta”, per i baresi quello del Manifesto del Maggio di Bari (la conchiglia e la rosa), di una serie di cartoline per la Prima Fiera del Levante, ecc.I suoi manifesti, infatti, hanno tappezzato le strade di tutta Italia dal 1930 al 1950.

Gino Boccasile era nato a Bari il 14 luglio 1901, da Angelantonio, rappresentante di profumi e da Antonia Ficarella, in una casa di via Q. Sella. Studiò presso la scuola d’Arti e Mestieri esprimendo le sue non comuni doti di disegnatore. A 12 anni per un fatale incidente, mentre si dissetava ad una fontanina una goccia di calce viva gli cadde nell’occhio, privandolo della vista di quello sinistro.

Dopo la morte del padre, avvenuta a seguito dei patimenti della guerra e per evitare di pesare sulla madre che, nel frattempo si era risposata, decise di lasciare Bari e trasferirsi a Milano. Aveva 17 anni. Per vivere, meglio, per sopravvivere, modellava e dipingeva statuette di gesso per 12 centesimi al pezzo. Ma era dura.

Iniziò a disegnare figurini e modelli di abiti femminili che un giorno propose al direttore di una casa di mode. Fu subito ingaggiato. Il suo stile personalissimo piacque immediatamente, incontrando il favore delle donne milanesi. A quel tempo si firmava Gi.Bi., perché così lo chiamavano parenti e amici: Gibì, e anche Fandor su “Papiol”.

Le vetrine che esponevano i suoi figurini erano prese d’assalto dalle signore che ne decretarono successo e notorietà. Anche “La Gazzetta del Mezzogiorno” in una nota del 13-06-1929, del corrispondente milanese, fece conoscere ai baresi quanto noto fosse diventato il loro concittadino, impostosi nel campo della moda.

Fra l’altro diceva: (...) «ora la tecnica e la moda impongono i grandi cartoni disegnati e coloriti da maestri, così pieni di movimento, che il pubblico si sofferma a guardare con visibile compiacimento. In questa arte che si dice difficile per la misura e il tono, a Milano ha conquistato il primo posto, il pittore barese Boccasile, ormai arbitro delle eleganze figuriste della capitale della Lombardia»...). «Ora Boccasile è una firma autorevole e può contare su un largo pubblico di ammiratori». I suoi disegni erano riportati su numerose riviste specializzate “Sovrana”, “l’Illustrazione”, “Fantasie d’Italia”, dettando legge nei gusti delle donne, ma anche illustrando nelle stesse, novelle e racconti.

Le cose andavano meglio, ma i suoi obiettivi erano altri. Decise di partire per l’Argentina, forse incoraggiato da Mauzan, che aveva incontrato qualche tempo prima, ma il soggiorno a Buenos Aires, durò poco. Era partito da solo, ma rientrò in compagnia. Aveva conosciuto la compagna della sua vita. Alma Corsi, che gli avrebbe dato 2 figli: Bruna e Giorgio. Subito dopo il rientro a Milano, ripartì per Parigi. Qui realizzò alcune copertine (splendide!) della rivista “Paris Tabou” e gli fu dedicata una personale, che i parigini apprezzarono. Ma anche il soggiorno parigino durò poco. Rientrato a Milano, costituì con l’amico Franco Aloi, una agenzia di pubblicità, la “Acta” in Galleria del Corso, dando finalmente sfogo alla sua vena creativa, quell’incredibile potenziale comunicativo di cui era dotato e che non avrebbe avuto pari. La genialità del suo tratto, delle sue immagini, riuscivano ad attrarre il frettoloso passante e a comunicargli in un attimo il messaggio per cui erano state create. Una comunicazione visiva di pronta presa con i personaggi che, ancora oggi, sembrano balzare, esplodere dal manifesto. Tanto che nel suo caso si è parlato addirittura di “Quarta Dimensione”.

Dopo l’articolo apparso ne “La Gazzetta” gli organizzatori della 1ª Fiera del Levante (1930) gli commissionarono una serie di cartoline per commemorare l’avvenimento. Arriviamo al 1937: il periodico letterario “Grandi Firme” di Pitigrilli (Dino Segre), viene rilevato da Mondadori e affidata la direzione a Cesare Zavattini che lo trasforma in rotocalco settimanale. Tra i collaboratori vi è Rino Albertarelli, il quale chiese all’amico Gibì di realizzare un bozzetto per la copertina della nuova rivista. Zavattini appena vide la creatura di Boccasile si rese conto di aver trovato quello che cercava. Nasce la “Signorina Grandi Firme”, fortuna della rivista e del suo creatore. In una intervista ebbe a dire «(...) a proposito delle mie copertine, molti si domandano dove trovo modelle con così belle gambe, ho già detto che considero le gambe come la cosa più importante nella donna, per me il corpo femminile non è altro che il resto delle gambe».

Di lui è stato detto: «Boccasile per costruire il corpo femminile di una donna non parte dalla testa. Prima costruisce le gambe e poi tutto il resto (...) per modellare corpi più vicini possibile al modello creatosi nella propria fantasia erotica con l’immaginazione della mente». Per la “Signorina Grandi firme” fu bandito un concorso cui parteciparono migliaia di donne per essere prescelte e fu scritta anche una canzone che ebbe notevole successo. La sua arte espressiva fu notata da Mussolini che lo chiamò per realizzare la propaganda del regime. L’impegno che profuse nel suo lavoro e la lealtà nei confronti di coloro che lo avevano ingaggiato e forse, una certa simpatia per il regime, gli procurarono non pochi grattacapi soprattutto dopo. Ma i buoni uffici di amici influenti riusciranno a cavarlo da seri impicci. La produzione di quel periodo (fascismo e repubblica sociale), meriterebbe un capitolo a parte.

Morì improvvisamente, a Milano il 10-05-1952, a soli 51 anni, per un attacco di bronchite e pleurite, lasciando incompiuto il suo ultimo capolavoro, il Decamerone, per il quale aveva disegnato oltre una cinquantina di tavole. Fra i suoi ultimi lavori è da citare la bellissima conchiglia con rosa realizzata per il Maggio di Bari del 1951. Gente Nostra, rivista cui Boccasile collaborava, ebbe a dire: (...) «Boccasile amò Bari fervidamente, appassionatamente, e Bari tace (...). Che cosa aspetta il “Maggio del 1954 a riservare una saletta dedicata a Gino Boccasile!!».

Bari aveva perso un figlio illustre, l’Italia aveva perso l’inventore delle “gambe”, il mago della cartellonistica, colui che aveva innovato la comunicazione visiva, il messaggio pubblicitario, con uno stile personalissimo attraente, unico, inimitabile, irripetibile. Personalmente gli ho tributato non pochi eventi, diverse mostre hanno celebrato il suo estro, vivo successo ebbe quella al Tempietto dell’Arte; un luogo raccolto, curato dall’editore-mecenate Nunzio Schena, e in quell’occasione l’allora direttore del Tg3 Lombardia Siro Brigiani, dette ampio risalto all’evento. Non va taciuto anche la partecipazione del sottoscritto ad uno “Speciale”, trasmesso il 27-09-2002 da Rai3. Solo recentemente, Bari gli ha dedicato una strada. Meriterebbe un Museo!

Le foto fanno parte della nutrita collezione di Felice Giovine, fondatore anche del sito www.centrostudibaresi.it

Felice Giovine Direttore responsabile de “U Corrìire de BBare


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L'atto di nascita della Regione Puglia - I Presidenti (1970 - 2016) -
Inserito il 13 luglio 2016 alle 18:36:00 da Gigi. IT - STORIA

13 luglio 1970

L’atto di nascita della Regione Puglia 

 

≈ Collezione privata - Gigi De Santis - Bari ≈

Il lunedì del 13 luglio 1970 alle ore 19:15 è nata la Regione Puglia. La prima seduta del consiglio regionale è avvenuta nell’aula consiliare della Provincia di Bari (all’atto della costituzione, la Regione non aveva una propria sede). Negli anni seguenti, per decenni, si è discusso, per la costruzione del nuovo edificio regionale, nelle zone dette il «tondo» di Carbonara o l’ «ovale» del San Paolo.

La scelta, invece, è stata decisa nel quartiere Iapigia a Sud di Bari, in Via Gentile, dove i lavori di costruzione del Palazzo Regionale, sono quasi giunti al termine tant’è, dal 2014, si è concentrata gran parte degli assessorati, con le esclusioni di quelli che si trovano alla zona industriale (Ambiente, Formazione professionale) e di quelli che hanno sede nel centro di Bari. Nella stessa zona sta sorgendo anche la nuova sede del Consiglio regionale.

Attualmente, nella sede centrale della Regione, in Via Giuseppe Capruzzi, ospita solo il Consiglio e gli uffici di rappresentanza. Mentre la Presidenza e la Giunta sono stati collocati nella sede del Lungomare Armando Diaz.

Il primo presidente provvisorio della Regione è stato l’avvocato Abbadessa di Brindisi risultato il consigliere più anziano tra i cinquanta presenti nella prima seduta regionale quindi, per legge, spettava la direzione dei lavori. Il 27 luglio 1970 viene promossa una giunta di centro-sinistra.

Il primo presidente ufficiale della Regione è l’avv. Gennaro Trisorio Liuzzi con sedici assessori eletti. Il primo statuto della Regione è stato approvato il 16-12-1970. Prima regione in Italia, il nuovo statuto è stato approvato il 21-10-2003 e 5-02-2004.

Stemma della Regione Puglia dall’8-09-1988

Lo stemma regionale è stato ideato e realizzato ‘in economia’ da una commissione di consiglieri regionali che hanno trasmesso le loro indicazioni all’ufficio araldico della presidenza del Consiglio dei Ministri. Per giungere a tanto risultato (consenso unanime dell’assemblea regionale) ci sono voluti sedici anni. Particolare dello stemma: lo scudo, di taglio sannitico, include cinque cerchi verdi che simboleggiano le province pugliesi, (dal 2004 si è istituita la sesta provincia: Barletta-Andria-Trani (BAT), operativa dal 2009) ed un ottagono che ricorda la pianta di Castel del Monte. Al centro un albero di ulivo in campo argento «racchiuso – dice la ‘legge’ che consacra lo stemma – dall’ottagono di rosso vestito di azzurro». Circa il colore dei cerchi soprascritti sono verdi su fondo oro. Lo stemma è sovrastato da una corona di stile – secondo la stessa fonte – svevo-federiciano. Per la realizzazione di sigillo ‘di rappresentanza’ sono stati stanziati 100 milioni di vecchie lire.

 

Presidenti della Regione Puglia dal 1970 

Gennaro Trisorio Liuzzi (27-07-1970 / 1975)

Nicola Rotolo (4-08-1975 / 1978)

Nicola Quarta (23-12-1978 / 1983)

Angelo Monfredi (17-05-1983)

Gennaro Trisorio Liuzzi (23-09-1983 / 1985)

Salvatore Fitto (1-10-1985 / 1988 - scomparso in un incidente stradale il 29 agosto 1988 -)

Franco Borgia (29-08-1988) 

Giuseppe Colasanto (23-11-1988 / 1990) 

Michele Bellomo (8-10-1990 / 1992)

Cosimo Convertino (23-10-1992)

Giovanni Copertino (4-12-1992 / 1993)

Vito Savino (3-09-1993 / 1994)

Giuseppe Martellotta (1-03-1994 / 1995)

Salvatore Distaso (27-06-1995 / 2000)

Raffaele Fitto (18-04-2000 / 2005)

Nichi Vendola (5-04-2005 / 2010)

Nichi Vendola (30-03-2010 / 26-06-2015)

Michele Emiliano (26 -06-2015 - )

 

Appunti storici: «Tempi Nostri», Michele Campione, Bari 18-07-1970; «La Gazzetta del Mezzogiorno», Franco Ferorelli, Bari, 30-04-1986; «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 27-07-1988 / 24-11-1988 / 18-04-2000 / 5-04-2005; «Statuto della Regione Puglia», Consiglio Regionale della Puglia, Bari, aprile 2006; «www.portalestoria.net»; «Calendario Storico e Cronaca Barese», Gigi De Santis (Archivio Calannàrie Barèse 1997-2015). 

Foto: «Sede del Consiglio Regionale – Via Giuseppe Capruzzi - Bari», fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016). 

Foto: «Presidenza della Regione Puglia – Lungomare Armando Diaz - Bari», fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016). 

Foto: «Aula Consigliare - Bari», fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016). 

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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BARI ESTATE 2016
Inserito il 10 luglio 2016 alle 08:26:00 da Gigi. IT - Estate

 

Estate a Bari

 

Buona Estate a tutti... Godiamocela, rispettando tutti e tutto... Mi rènde l’idè.

Gigi De Santis
Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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Accome se fascene le strascenate
Inserito il 26 giugno 2016 alle 11:36:00 da Gigi. IT - Cucina barese

Cucina Tipica in Lingua Barese

 

Accome se fascene le strascenate

Nella stagione estiva (e non solo), in alcuni paesi della Puglia: Castellana Grotte (luglio); Cisternino (BR), contrada Carenna (decade di agosto); Sannicandro di Bari ( settimana di luglio); Bari-Palese Macchie (domenica di luglio), dedicano un’intera sagra alle “strascenate” (orecchiette); Noci (BA) nelle “gnostre” (3-4 agosto).

Pasta fresca lavorata esclusivamente a mano formando pezzetti di massa incisa con la “sfèrre” (coltello senza manico, oggi si usa anche un semplice coltello) producendo un maccherone liscio internamente e ruvido all’esterno.

A Bari e, soprattutto, in Bari Vecchia: “o u-àrche vassce e o u-àrche iàlde” (arco basso e alto), è tradizione produrre pasta fresca dove si notano dentro e fuori dei bassi (“settane”) donne anziane, maritate, “vacandìne” (nubile) e anche qualche bambina, preparare non solo orecchiette [“meggneuìcchie(cavatelli), “fascenècchie” (casereccia), “laghene” (tagliatelle / fettuccine), “tridde” (pizzichi o chiodini, formati con le dita), “la spase pe la fegghiàte” (sfoglia tagliata a strisce sottilissime raccolte in mazzetti, legate con striscioline della stessa pasta e poste ad asciugare all’aria. Dopodiché si ottengono i cosiddetti «fedelini»), “strascenate du prèvete” (grosse orecchiette, formato lumaconi)].

Presento, in lingua barese, tutti i passaggi per la realizzazione della nostra autentica pasta fresca.

 

 

Le strascenate

 Se pigghie, facime nu paragone, nu chile de sèmmue e se mètte sop’o tavelìire.

Se fasce na conghe m-mènz’o mendrone de la sèmmue e s’acchemmènz’a menà, a ppicche a la volde, l’acqua calde che nu muèrse de sale squagghiàte iìnde.

Oggn’e cchile de sèmmue s’ammène na checchiàre de sale. S’acchemmènz’a trembà (impastare). Acquànne la masse devènde lissce accom’o vellute, la se mètte a nu quèste acchemegghiàte da nu piàtte pe nno falle asseccà.

Pò se tagghie nu stèzze de masse e s’acchemmènz’a gramenà (stendere la massa), che le mane se stènne pezzinghe a ffà nu bastongìne lènghe e settile accom’a nu gressine. CChiù settile iè u bastongìne, cchiù pecenònne vènene le strascenate. L’usanze vole ca le strascenate da fà cu ragù avonn’a ièsse pecenònne, mèndre chidde da checcenà che le cime de cole o che le cime de rape, avonn’a ièsse cchiù grossetèdde.

Dope fatte u bastongìne se pigghie la sfèrre, ca iè nu chertìidde sènza maneche che la ponda tonne (oggi viene usato anche un semplice coltello) e s’acchemmènze l’obbre.

Mò vène u sagrète ca non ze pote sbiagà percè iè questiòne de dèscetre, de come se movene ndra la masse, la sfèrre e u tavelìire.

Prime de tutte sop’o tavelìire, che la sfèrre s’av’a fà, o poste addò la masse av’a sceuà, ngocch’e ndacche pe ffà u piàne raspuse acchesì u maccaròne vène rizze com’av’a ièsse e nnone lissce.

Se pigghie la sfèrre che le mane appeggiànne le quatte dèscetre: le iìndece (indice) e le de chidde de mmènze (diti medi) e, sotte, le disceste grèsse (pollici).

Se tagghie nu stèzze de masse do bastongìne e se tire, strascenanne, che le iìndece, nu mìinze cerchiètte sop’a la masse pezzinghe acquànne u strascenate nonn-èsse bbèll’e ffatte da sott’a la sfèrre e nnone aggerate sop’o disceste accome fascene le fèmmene giargianìse (paesane).

Mane mane ca se fascene, se mèttene le strascenate ad assecuà o sole.

Le strascenate da fà cu ragù iè mmègghie ce ssò asseccàte, fatte ngocch’e ddì prime. Mbèsce, acquànne se fascene che le cime de cole o che le cime de rape, avonn’a ièsse cchiù ffrèscke, fatte la matina stèsse.

Ce pò se volene fà le strascenate ripiène o furne, chisse se chiàmene “strascenàte du prèvete”, ca rassemègghiene accome o cappìidde du prèvete e u bastongìne av’a ièsse grèsse quande a la forme de nu mazzarìidde, nu laganàre cchiù pecenùnne du laganàre normale. 

La grafia della ricetta è stata trascritta e aggiornata con la grammatica «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». 

Bibliografia: Alfredo Giovine, «U Sgranatòrie de le Barìse», Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1980; Giovanni Panza, «La checìne de nononne», Schena Editore, Fasano (BR), 1982;  Gigi De Santis, «Calannàrie Barèse Iànne Dumìle», Edizioni Trattorie di Puglia, Bari 1999.

Fonte orale: nonna Pasquina Casadibari (1932-2007), signora Anna Fiore, abitante in Bari Vecchia, Arco basso.

Fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016). 

Lingua e Cucina Tipica Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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Ooovè / Bella che dormi: Giochi illustrati in Lingua Barese
Inserito il 15 giugno 2016 alle 12:26:00 da Gigi. IT - Giochi di strada

Le scèche de na volde

(Giochi di strada d’un tempo dei bambini, fanciulle e ragazzi baresi)

I due giochi di strada d’un tempo sono intrattenimenti riferentesi all’età dell’infanzia. Partecipavano solo le femminucce, ogni tanto però s’inseriva qualche maschietto, fratellino della sorella maggiore. I giochi erano «Ooovè» (prolungando la pronuncia della seconda e terza vocale - o -) e «Bella che dormi», illustrati in lingua barese.

 

Ooovè

(gioco della palla vicino al muro)

 Iève nu scèche ca se facève che la palle e venève fatte da tutte le pecenènne. Se petève scecuà a ssole (da sola) o che dò o trè chembagne, ma pure de cchiù. U scèche se chiamàve “Ooovè”.

Na pecenènne ammenave la palle m-bbacce o mure e acchemenzàve u scèche decènne:

Ooovè (Ammenànne la palle m-bbacce o mure, la pegghiàve che le dò mane sènza falla cadè).

Non ti muovere (Ammenànne sèmme la palle m-bbacce o mure, non z’avèv’a move pegghiànne sèmme la palle a vvole).

Batti un piede (Ammenànne la palle accom’apprime, battève nu pète e pò pegghiàve la palle sènza falla cadè).

A una mano (Pegghiàve la palle che na mane, sènze ca s’avèv’aità cu pìitte).

Batti le mani (Prime ca pegghiàve la palle, battève le mane).

Dietro avanti (Com’apprime, ma battève le mane: apprime drèt’a le rine e ppò nnanze).

La ruota (Facève u ggire de le mane nnanze).

Il mulino (Se facève u ggire de le mane a l’andrète).

La croce (Ngrociàve le vrazze atteccuànne u pìitte).

Morì (Aprève le vrazze allargànnele u cchiù possibele).

Ce la pecenènne iìnd’a cchisse movemènde, facève cadè la palle n-dèrre, ce stèv’a scecuà a ssole, acchemenzàv’arrète da cape. Ce scecuàve che ll’alde chembagne, passave la palle a la seconde.

Ma ce resscève a ffà tutte u scèche sènza sbaglià, acchemenzàv’a scecuà o seconde ggire, chèssa volde repetènne tutte le movemènde sènza movese (muoversi), acchesì pur’a la tèrza fase, battènne sèmme u pète, pò scecuànne sèmm’a na mane, pezzinghe a fernèssce tutte le fase du scèche.

 

Bella che dormi

Iève nu scèche acchesì nocènde, fatte da le pecenènne e pecenìnne ca se pegghiàvene pe mmane, facènne nu cìirchie (cerchio) e m-mènze stève la cchiù pecenònne o u cchiù pecenùnne. Tutte candavene la famosa felastrocche facènne u girotònde. La canzongìne facève acchesì:

Bella che dormi

Sul letto di fiori

Bella dormiente
La cara piccina
La poverina che cosa dirà (o farà).
 
Oh! Maria Giulia
Alza gli occhi al cielo (E ttutte alzavene la cape) Fai un salto (e zembàvene)
Fanne un altro (facèvene n’alde zumbe)
Fai la riverenza (tutte se chiecàvene, - eseguivano un inchino -)
Fai la penitenza (Se chiecàvene tenènne le mane ggiùnde - s’inginocchiavano con le mani giunte-)
Orsù orsù
Dai un bacio a chi vuoi tu.

La pecenènne ca stève m-mènze, accome sendève a cci avèv’a dà u vase (bacio), capave la chembagne danne u bacètte e cchèdde ch’avèv’avute u bacètte, pegghiàve u poste de la pecenònne e s’acchemenzàv’arrète a candà la felastrocche facènne n’alde girotònde.

La grafia in dialetto è stata trascritta e aggiornata con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Bibliografia ed Emerografia: «Calannàrie Barèse, Dumìle e trè», Gigi De Santis, Edizioni del Tirso, Bari, 2002; Libro, «Dai giochi della memoria ai giorni nostri», Daniele Giancane, Edizione C.R.S.E.C. BA/8-BA/9-BA/11-BA/13-BA/17 Regione Puglia, Levante Editore, Bari, 2002.

foto: «Ooovè», Libro, “Amà scequà? Giochiamò?”, Carmela Dacchille, Nuova tipolitografia “Resta” - Bari 2004; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016). 

  foto: «Bella che dormi», Libro, “Cinquanta giochi del ’50”, Ninì Simeone, Editore Il Grillo, fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016).  

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore


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L'efficacia della Lingua Barese: Perché si buttava a mare l'avversario "robb'e ttutte"
Inserito il 09 giugno 2016 alle 09:46:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

La lingua nativa attraverso gli studi di Alfredo Giovine

L’inesauribile serbatoio della lingua barese

 

Modi di dire d’una volta

 

Perché si buttava a mare l’avversario “robb'e ttutte?”

La Lingua barese non è avara di «stranezze» e particolari curiosità. Eccone qualcuna per fare un esempio. Se un tale dovesse dire ad un amico: “Non vègghe cchiù Uaddìche (Diego) u sa addò se iàcchie mò?” l'altro potrebbe rispondere: “Sacce ca stà in aldr’Itàglie”. Se invece chi risponde ha altro da dire, ma lasciando intendere qualcosa di malizioso, potrà dire con un tono particolare di voce: “Sacce”.  In questo caso “sacce” non significa più «so» (ind. pr. del verbo sapere) bensì «non so» con sottintese allusioni come «chissà dove sia andato a finire!». Chissà a cosa si dedichi quel pasticcione. Chissà  come andrà a finire quel Diego. Quindi, ripeto, “sacce” vuol significare «io so» oppure «non so», «non mi rendo conto», «chissà perché», «va a capire perché» e via di seguito.

Esaminiamo ora “Vacavàche” che corrisponde a «posso ammettere che» e similari. Esempio: “Andò, come sì ffatte a mbratta n-dèrre add’acchesì. Sì nu uaggnòne granne. Vacavàche nu pecenìnne (posso ammettere che lo possa fare un bambino) ma nu cecciòne granne com’a ttè no”.

Altra curiosità:  “... e ttutte” aggiunto a determinate la presente espressione: “U scettò a mmare robb’e ttutte” (Lo buttò in mare con tutti i vestiti). Qui sorgono alcune considerazioni.

In passato certe vertenze fra popolani si risolvevano gettando a mare l’avversario. Ciò aveva lo scopo punitivo anche grave perché l’infortunato poteva rimetterci la pelle, ma aveva anche significato spregiativo perché era l’uso di gettare a mare rifiuti i più ripugnanti o inquinanti. Nel far ciò il più forte toglieva i pochi stracci del punito per impossessarsi di ben misere cose allora, «preziose».

Il modo di dire: “Vatt’a scìitt’a mmare robb’e ttutte” (Buttati a mare con tutti gli indumenti che indossi) è usato in circostanze diverse e ha molteplicità di applicazioni con sfumature da illustrare con una lunga trattazione.

Vediamo di considerarlo nella sua parte preminente d’uso. Si dice “vatt’a scìitt’a mmare e ddì ca sì cadute” con l’intenzione di sottolineare, a chi è destinato al tuffo, di prendere coscienza della propria nullità e quindi la doverosa utilità di purgare la società di un essere ignobile, inutile, spregevole, insignificante.

Chi giudica potrebbe dire: «Se per caso ti vedono cadere in mare e accorrono in tuo aiuto, salvati la faccia. Non dire che sei stato tu a gettarti perché vieni considerato ‘cosa soltanto da buttare’ o ‘un vuoto a perdere’, ma perché un passo falso ti ha fatto cadere in acqua. Non dimenticare di gettarti con quanto ti ricopre la persona. Non lasciare sulla terra ferma miseri resti miserabili come te».

Indubbiamente un collezionista di «gaffe», un tale che non ne imbrocca una buona, un tizio che familiarizza con l’errore che si ostina a fare buchi nell’acqua, provoca il disprezzo in chi, nauseato, dica a chi lo merita: “Vatt’a scìitt’a mmare e ddì ca sì cadute. E ccuànne te dà menà, scìittete robb’e ttutte”.

Detto barese: “Tu ca sì u rrè de tutte le nguàcchie / Ngocch’e ddì vattinne m-bbond’o Mandràcchie / Dope ca te sì spegghiàte a-la-nùte / Scìittet’a mmare e ddì ca sì cadute” (Tu che sei il re di tutte le boiate / Qualche giorno dirigiti in fondo al Mandracchio - piccolo specchio d’acqua chiuso e riparato del porto (Molo Pizzoli) con ingresso da Corso Vittorio Veneto angolo Via Pizzoli - / Dopo che ti sei spogliato del tutto / Buttati in mare e fai sapere che sei caduto).

 

 

L’articolo è stato trascritto e aggiornato con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Alfredo e Felice Giovine Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi 

Foto: «N-dèrr'a la lanze al principio del secolo». Libro, “Bari la Zita mè”, Alfredo Giovine, Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1981; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016). 

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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Spiagge Baresi: Gran Lido Marzulli
Inserito il 07 giugno 2016 alle 09:16:00 da Gigi. IT - Estate

Bari Scomparsa

SPIAGGE BARESI

Gran Lido Marzulli

Alla fine della prima decade del mese di maggio 1949, dopo due anni di duro lavoro, s’inaugurò a Sud di Bari, un grande stabilimento balneare denominato «Lido Marzulli». Marzulli è il cognome del proprietario Giovanni, concittadino barese, ideatore e tenace realizzatore del complesso costruito in gran parte come i moderni lidi di Ostia, Venezia e della Riviera. 

Più che un grande stabilimento balneare, fu un elegante villaggio costruito con ogni comfort che fece bella mostra di sé grazie anche all’accorto sfruttamento dell’arco sabbioso lungo circa un chilometro. Il villaggio sorse al posto della vecchia Torre Quetta occupando una lunga fascia costiera della città per la vecchia strada statale Bari-Mola (oggi il litorale è occupato da due spiagge libere: «Pane pomodoro» - inaugurazione 10-06-1997 - e «Torre Quetta» - inaugurazione 29-06-2002 -). Il lido nacque perché si sentì un forte bisogno di refrigerio e un grande spazio per godere a pieno tutto il periodo estivo, essendo la città ingranditasi e popolatasi sempre più, non trovando sufficiente sfogo a causa d’inesistenti stabilimenti balneari, eccetto «San Francesco alla Rena» (1928) - clicca sulla stessa categoria <La spiàgge> (“La spiàgge de Sam Brangìsche”) - spiaggia ubicata dall’altra parte della città, «Lido Adria», «Lido Fesca» inaugurati nell’estate 1946  (quest’ultimo denominato in seguito «Lido Cataldo» e «Lido Massimo»). «Il Trampolino» ebbe vita dall’estate 1955 (inaugurazione nella prima decade di giugno, antecedente era intitolato «Lido Eden»), a seguire le due piccole spiagge scomparse: «Lido Pisani» e «Lido Piccolo»,  tutti costruiti nei rioni di San Girolamo e Fesca su Lungomare IX Maggio sempre più a nord di Bari. D’altra parte le vecchie baracche di legno che si spostavano di anno in anno dal rione San Cataldo, alle spalle del Castello Svevo, nei pressi della Basilica di San Nicola (“Le barracche de la Pertèdde"), sotto il Fortino di Sant’Antonio abate, «Circolo Barion», fino a «Torre Quetta» sembrò che seguissero passo passo l’estensione della città, malinconicamente scomparendo dalla scena moderna. Il complesso Marzulli, non fu un semplice impianto d’attrezzature balneari, fu diviso in due gruppi di cui nel primo si costruì un modernissimo albergo, un elegante edificio a due piani attrezzato con tutte le comodità dell’epoca, capace di una ventina di camere luminose, con terrazze per cura elio-terapica che si estese anche in continuità. L’ingresso dell’hotel fu graziato ai lati da una fontana e dalle aiuole verdeggianti e alberate che condussero a una serie di villette arredate con bagni e accessori; un ampio ristorante con ariosi saloni, un bar con grandi sale, un albergo diurno con annessi bagni di acqua marina calda, una palestra coperta; una spaziosa pista da ballo, saloni per il casinò da gioco e per eventuali feste mondane. Il secondo complesso fu costruito dal lido vero e proprio, con entrata in spiaggia dalla vecchia Via Bari-Mola, con edificazioni di costruzioni leggere per uffici (direzione, biglietteria, pronto soccorso, telefoni), un viale alberato terminante verso il mare e alle cabine in muratura, box d’articoli vari, posteggio alimentare, bar con tavola calda, un grande e capace arenile riservato alle cure elio-terapiche, seicento cabine, docce, spogliatoi, un grande imbarcadero e un porticciolo. Il finale del lido fu completato da un’autostazione di rifornimento, un’officina, un posteggio alimentare, bar, campi di bocce, tennis e pallacanestro, servizi igienici depositi e autoparco. Negli anni successivi si arricchì di una gran piscina con trampolino per tuffi, una rotonda a mare con un limite d’acqua costante e agevole per i bambini, una terrazza a mare, un eremo, un cinema all’aperto. Il «Lido Marzulli» fu un vero completo e ridente «villaggio balneare», allora unico nel suo genere in tutta l’Italia meridionale, veramente singolare che arricchì Bari e la regione e che ebbe di sicuro un rigoglioso sviluppo sino a quando chiuse i battenti dopo otto anni, nell’estate 1956. Nei rigogliosi anni di attività si esibirono noti cantanti pugliesi, italiani e stranieri dell’epoca, l’orchestra Kramer, orchestre locali (nel 1953, l'orchestra fu diretta dal m° barese Vincenzo Esposito). Elezioni di bellezze: «Stella del Sud», «Sirena dell’Adriatico», «Festa del Sorriso», concorsi di «Miss Italia» e «Miss Cinema».  Si organizzarono competizioni di feste danzanti, festose serate in onore della vigilia di San Giovanni, i cenoni di San Pietro e di Ferragosto, elezioni della coppia ideale «Marzulli». Singolare fu il secondo anno di attività. Nel 1950 fu organizzata una serata ai partecipanti del «IV Gran Premio Automobilismo» di Bari dove furono premiati tutti i concorrenti della manifestazione. Non si contano poi serate di varietà e le invenzioni più strane, ma sempre ben riuscite, come gare gastronomiche, umoristiche, giochi artistici e sportivi, tra le quali «Belle coppie allo specchio», «Guerra» (tra sesso debole e sesso forte per la più umoristica definizione del matrimonio) e campionato di barzellette. In silenzio, il «Gran Lido Marzulli», che ebbe l’indirizzo civico «Viale Imperatore Traiano 86», scomparve nella cronaca e nella storia di Bari degli anni ’50, emettendo il definitivo «colpo» di piccone il 2 gennaio 1957, divenendo, in seguito, la zona «spiaggia libera» denominata dal popolino “Pan’e pemedòre” (Pane e pomodoro).

 

Emerografia: Gigi De Santis, «Con l’orchestra Kramer e la festa del Sorriso il lido Marzulli protagonista delle nostre estati», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 24-05-2006; Gigi De Santis, «I favolosi anni Cinquanta al Gran Lido Marzulli», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 9-06-2013.

Foto:  «Stabilimento Balneare Marzulli». Libro, “1999 Almanacco storico barese”, Edizione Poligrafica 2C, Bari, 1998; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016).  

Foto: «Lido Marzulli». Libro, “Bari”, Vito Antonio Melchiorre, Mario Adda Editore, Bari 1987; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2016). 

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore


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LA LèNGUA NOSTE: GRAMMATICA BARESE
Inserito il 26 maggio 2016 alle 08:46:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

LINGUA BARESE

Regole grammaticali da rispettare.

 

Da più di un decennio e più frequentemente da aprile a giugno, si notano varie Associazioni Culturali di Bari e provincia che organizzano «Concorsi Letterari» e in modo particolare si dà ampio spazio alla poesia italiana e a quella dialettale.

Per quanto concerne la poesia vernacolare barese sono in molti a concorrere sperando di arrivare tra i finalisti ed essere premiati con contributi in denaro (primo, secondo e terzo posto), coppe, targhe diplomi, trofei d’arte, libri, prodotti locali, ecc.

La domanda nasce spontanea.

Chi partecipa nella sezione vernacolare, rispetta le regole grammaticali per scrivere correttamente il barese?

La commissione che esamina gli elaborati e che emette il giudizio, oltre al contenuto e alle nozioni di metrica, è competente per giudicare l’ortografia barese?

La giuria è composta da cultori e studiosi anche della lingua barese e di demologia?

Solo se in un concorso di poesia dialettale vengono rispettate tutte le soprascritte regole, allora si può asserire che la poesia vernacolare e quindi anche quella barese, ha finalmente un posto d’onore nella letteratura nazionale delle lingue locali.

Nella presente pagina desidero, con l’ausilio dell’«Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”», di cui faccio parte con

Rino Bizzarro (Direttore artistico de L’Eccezione - Cultura e Spettacolo di Puglia Teatro / Ideatore e Promotore sito web Pugliateatro.it);

Gianni Serena (Presidente del G.A.T. - Gruppo Artistico Teatrale di Bari-Palese);

Felice Giovine (Presidente Comitato Difesa Baresità / Direttore responsabile “U Corrìire de BBàre” / Ideatore e Promotore sito web Centrostudibaresi.it),

fornire qualche nozione di grammatica per scrivere correttamente il barese cominciando da un segno grafico che è una lettera straniera, utilizzata dai più, ma che non appartiene all’alfabeto italiano, latino e barese.

J: nu pestrìgghie pestregghiàte

 Articolo di Felice Giovine, pubblicato nel mensile «U Corrìire de BBàre», nel novembre 2011.

Nel tentativo di dare semplicità, uniformità e legittimità alla scrittura barese, adottando convenzionalmente l’alfabeto italiano, vi è chi ancora si ostina a prevedere e considerare lettera dell’alfabeto italiano il j (gei), che è invece un semplice segno grafico.

Alcuni altri alfabeti lo prevedono e la pronuncia varia a seconda della lingua.

Per esempio, per chi conosce qualche altra lingua, basterà pronunciare i francesi jamais e jean, gli inglesi jungle e june (che non è quello che qualcuno vorrebbe scrivere per il nostro ‘uno’), per notare già la differenza.

Il voler continuare ostinatamente a far sopravvivere come lettera, un semplice segno grafico, è tra le caratteristiche dell’atteggiamento tipico dell’italiano medio, di chi non vuole riconoscere il proprio errore, che, preso con le mani nella marmellata, è capace di dire che essa è addirittura… ‘cacca’, pur di non ammettere il proprio errore. Questo l’italiano medio; quando poi, si arriva al tipo meridionale e al barese sopra a tutti, allora il discorso si fa veramente arduo. Un atteggiamento-tipo del barese è quello “a sckattìgghie” (a dispetto), il suo motto è “am’a vedè ci s’av’a stangà prime tu a ffà fridde o iì a tremuà!” (voglio vedere che si stancherà prima tu a fare freddo o io a tremare).

Bari si scrive “BBare”, e ‘non so’ si scrive “non zò”, perché sono fonemi e fenomeni della nostra lingua e sono giustificati da regole grammaticali. E per conoscerli bisogna aprire i libri e studiare. Tutto si può imparare, è scritto tutto nei libri. Basta scorrerli, leggerli, certo bisogna capirli. Ma basta un poco di buona volontà.

Suggerimenti: Non “date a denza” a chi dice il contrario e per avvalorare la sua tesi cita esempi in francese e in inglese e mai un esempio in italiano. Prova ne è che jungla in italiano è giungla, jovanotti in italiano è giovanotti, jaluronico, jesi, jesolo, jonico, japigia, majella, esistono nella fantasia di alcuni… stralunati; esistono solo gli italiani corretti: ialuronico, iesi, iesolo, ionico, iapigia, maiella, ecc. Si arriva al paradosso che anche il posto di Polizia e dei Carabinieri di Scanzano Ionico riporta la scritta Scanzano Jonico, e “… ho detto tutto”, “decève u pringepe”.

Suggerimenti ai docenti di latino: avvertite i vostri alunni che nei libri di testo adottati, nell’alfabeto latino è prevista il j; jus, justitia, juvenilia, non esistono, ma, correttamente vanno scritti con la i e non la gei; idem per iuventus (e non juventus, e i dotti torinesi, sono avvertiti; ma come si dice… noblèsse oblige o meglio non c’è peggior sordo…!).

Ora, ci e vi chiediamo la consuetudine di un errore grammaticale può legittimare l’uso?

Attendiamo vostre riflessioni.

Redazione - Bari Don Dialetto.it


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese, attraverso cenni di grammatica
Inserito il 18 aprile 2016 alle 16:16:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

Due parole sulla Lingua Barese

 

Chiunque si sia dedicato con passione al proprio idioma si è poi cimentato a impostare una grafia che fosse in grado di esprimere termini e particolari fonemi, caratteristici di quel territorio.

Egli ha ritenuto, lodevolmente, di dare una propria impronta e ha creato sistemi grafici misti tra l’alfabeto fonetico (IPA, segni diacritici, ecc.), quello italiano e lettere di lingue straniere (j, x, y, w), trascurando l’elemento basilare, cioè una scrittura semplice, da tutti comprensibile e utilizzabile, giustificata grammaticalmente.

Il più delle volte, non hanno considerato che è l’italiano che deriva dai dialetti e non il contrario. Premesso che l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) è quello scientifico, tutti gli altri, debbono scrivere come e per la gente comune, con il solo mezzo che conoscono, imparato a scuola, il più semplice: l’italiano.

Per porre fine all’uso indiscriminato e incondizionato delle non poche e sofisticate grafie adottate (per la propensione del barese e non solo, al più sfrenato individualismo) il cui utilizzo ha creato e crea grave nocumento quanto a diffusione e incomprensibili equivoci, suggeriamo,

una scrittura di base, semplice e utilizzabile da tutti

 

adottando l’alfabeto italiano;

approfondendo i fenomeni tipici dialettali:

- legati alla a delle coniugazioni verbali, agghie a scì a cattà le cìggere;

- gli incontri consonantici, andìche (antico); non zènde (non sente), ecc.

- il raddoppio consonantico in principio che nel corpo della parola, vogghe a ccase (vado a casa), cassce (cassa), fassce (fascia), ecc.;

- altri fonemi (per es: tipici, ma diversi tra loro, traiìne (carretto), cappìidde (cappello);

-   usando la ‘e’ atona invece di altri segni grafici (apostrofi, e capovolte: ǝ, spazi vuoti)

-   uniformando e condividendo la scrittura. 

ALFABETO

 L’alfabeto barese si compone di ventuno lettere e, come nell’alfabeto italiano, ciascuna lettera ha un suo nome, secondo il suono che rappresenta.

1. a - 2. b (be) - 3. c (ce) - 4. d (de) - 5. e - 6. f (fe) - 7. g (ge) - 8. h - 9. i - 10. l (le) - 11. m (me) - 12. n (ne) - 13. o - 14. p (pe) -15. q (qu) - 16. r (re) - 17. s (se) -18. t (te) - 19. u - 20. v (ve) – 21. z (ze).

La lettera h solo per le voci verbali del verbo avè (avere); tu ha da scì (tu devi andare).   

Importanza della vocale e

La e ha una funzione importante e di base nella scrittura barese. Tutte le ‘e’ delle parole dialettali, non accentate, hanno suono indistinto, ma la loro funzione è quella di dare suono vocalico, sonorità alle consonanti cui sono legate, come nella lingua francese. (Es.: ruscte/rùscete - marnàre/marenàrepudce/pùdece - volne/vòlene).

La non trascrizione renderebbe la grafia illeggibile: descetàmece (dsctàmc).

Lo stesso dicasi qualora la e semimuta venga sostituita con l’apostrofo (): r’nn’nèdd’ (rondinella) – fr’mm’nànd’ (fiammifero) – d’sc’tàm’c’ (svegliamoci).

Si tenga conto che la e semimuta è pur sempre un suono, ancorché poco distinto, ma è opportuno trascriverla.

Per comprendere meglio e subito quanto detto si provi a pronunciare la parola marinaio che in barese può essere espressa graficamente marnàre e marenàre, e ‘andiamo al mare’: sciame o mare e non sciame o mar (lo sceicco). Sarà sufficiente a quanti sostengono l’inutilità della trascrizione della e ?

Emblematico è l’esempio di “ì so d BBàààr” così scritto, e con un certo impegno, si afferma che si è di Bar (Antivari), città di fronte a noi, mentre se si vuole affermare di essere di Bari, occorre scrivere ì sò de BBare.

Le e del dialetto barese hanno svariati suoni e diversi fra loro, per cui è impossibile distinguerle e rappresentarle nelle diverse sfumature, se non da coloro che la pronunciano.

Nota Bene

 

J (gei)

 Si suggerisce l’eliminazione totale della j (gei), in quanto lettera straniera (la cosiddetta i lunga, è invenzione di qualche “snob”), è solo un segno grafico e non esiste in italiano e in latino; (sono errati e non esistono in alcun vocabolario, jus, juris, justitia, jacopo, jonio, japigia, jolanda, fidejussione, ecc.), in italiano esiste: giungla (e non jungla), iunior (non junior), ionico (non jonico, pron.: gionico); se si scrive juventino lo si deve pronunciare giuventino.

Chi volesse approfondire l’argomento può riferirsi al volume “Il Dialetto di Bari” a cura di Felice Giovine, edito da Giuseppe Laterza nel 2005. Per i confronti e proficui scambi di idee siamo sempre a disposizione per il bene della nostra lingua e della città.

Articolo estratto dal mensile: Speciale “U Corrìire de BBàre” fascicolo 3°/3 – Aprile 2013.

Felice Giovine, Direttore responsabile e Presidente dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo, Giovine”» (costituitasi ufficialmente l’otto maggio 2012), .

 

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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