Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell'essere suo.  ( Armando  Perotti )               * * *               Non si creda che i dialetti siano destinati a sparire, se mai si moltiplicheranno, pur tenendosi stretti alla lingua  " scritta  "  di Dante.  (Francesco Babudri)               * * *               Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono.  (Pasquale Sorrenti)               * * *               Non si può avere piena intelligenza della Divina Commedia senza tenere l’occhio rivolto al dialetto.  (Abbate Giuliani)               * * *              Il dialetto è un potente mezzo di comunicazione e ha diritto di cittadinanza nella scuola, e non solo a livello sperimentale. (Francesco Mininni)               * * *               Io credo che il poeta dialettale può e deve restare fedele al suo dialetto, se non lo fa, rischia di offrire ai suoi lettori, componimenti redatti o un dialetto annacquato o in un italiano adulterato.  (Oronzo Parlangeli)               * * *              Nella città di Bari, sono ancora in molti che identificano il dialetto con la povertà o come marchio di appartenenza agli strati più umili, gretti e ignoranti della società, al contrario di quanto avviene in altre città dove l’uso del dialetto è vezzo, sciccheria e ostentazione. (Alfredo Giovine)               * * *            I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell'interiore linguaggio che precede ogni fatto linguistico. (Pio XII)
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BARI: Ricorrenza storica 3-08-1904 / 2015
02 agosto 2015
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BARI: Ricorrenza storica 3-08-1904 / 2015
Inserito il 03 agosto 2015 alle 05:55:00 da Gigi. IT - STORIA

Ricorrenza storica

Bari 3 agosto

1904 - 2015

 

Inaugurazione Stazione Radiotelegrafica

 

Il 3 agosto 2015 ricorre il 111° anniversario dell’inaugurazione a Bari della prima stazione radio-telegrafica internazionale della rete italiana. L’importanza del notevole avvenimento richiamò nella nostra città le personalità più in vista del Paese, oltre al ministro delle Poste e Telegrafi Stellati-Scala. Lo stesso Guglielmo Marconi, reduce dalla Cornovaglia, dopo aver sperimentato felicemente il radio-collegamento fra Poldki e la località canadese di Table Head, sorvegliò i lavori di Bari per poi portarsi ad Antivari (oggi Bar) in Montenegro per rendere quell’altra stazione efficiente a ricevere i messaggi dell’emittente barese.

Il memorabile avvenimento chiamava Bari a ricoprire un significativo ruolo di testimone di una conquista scientifica e civile di straordinaria rilevanza. La cittadinanza, aderì a quanto  un vistoso manifesto del Comune esortasse i cittadini  “ad accogliere con l’entusiasmo che merita il più grande scienziato del secolo”. Marconi giunse fra noi alle ore 8:52 del 25.7.1904 accolto da numerosa folla e dai componenti della commissione per i festeggiamenti: Bavaro, Sbisà e Romanazzi, alloggiando  all’Hotel Cavour, dirimpetto al monumento a Niccolò Piccinni. Il giorno dopo si recò a San Cataldo dove sulle svettanti torri di ferro sventolavano le bandiere, italiana e montenegrina. Accolto con tutti gli onori, ai rappresentanti della stampa giunti da ogni dove, dichiarò che non si trattava di un esperimento perché la stazione era funzionante e aggiunse che sarebbe partito qualche giorno dopo per Antivari con l’incrociatore Maurantonio Colonna onde assicurarsi del buon funzionamento delle attrezzature poste sull’altra sponda. Infatti salpò dal litorale barese ma non gli fu possibile sbarcare ad Antivari perché il trattato di Berlino non permetteva a nessuna nave da guerra di entrare nel porto. Perciò il “Colonna” si fermò a Spitza in territorio austriaco consentendo a Marconi di proseguire con mezzi propri. Il contrattempo e le insistenze di Nicola di Montenegro a far rimanere lo scienziato ad Antivari, impedirono a questi di presenziare a Bari all’importante cerimonia. Non gli rimase che lanciare un messaggio alla nostra stazione augurando il felice esito della manifestazione e porgendo un fervido saluto alla cittadinanza e alle autorità.

L’inventore tornò a Bari il giorno 4 accolto da numerosa folla, presenziando in serata a una rappresentazione di gala dell’opera Otello, al Petruzzelli, dopo aver ricevuto onori ed estimazione al Circolo Unione  e al Circolo Barese. Marconi rimase commosso per le testimonianze affettuose dei nostri concittadini ed ebbe parole sentite di gratitudine verso chi aveva visto nascere un’era di civile progresso scientifico al quale l’apporto del genio italico ha reso più prospere tante contrade. Non avendo saputo assimilare, come altri fecero, tutti i vantaggi di una applicazione pratica delle innumerevoli risorse che l’epoca delle scoperte e della tecnica mettevano a disposizione dell’umanità, ancora una volta gli italiani furono i primi alla partenza e secondi all’arrivo.

Alfredo e Felice Giovine.

Guglielmo Marconi nacque il 25 aprile 1874 nella città di Bologna. Il 10 dicembre 1909, a Stoccolma ricevette il premio Nobel per la fisica, condiviso con il fisico tedesco Carl Ferdinand Braun. La motivazione della Reale Accademia delle Scienze di Svezia recitò: “... a riconoscimento del contributo dato allo sviluppo della telegrafia senza fili”. Morì a Roma il 20 luglio 1937.

Il 23 aprile 2004 nel porto di Bari sulla nave «Sveti Stefan II» nel centotrentesimo anniversario della nascita di Guglielmo Marconi si celebrò il primo collegamento di telegrafia senza fili tra Antivari e Bari del 3 agosto 1904. Alla manifestazione intervennero  l’allora  sindaco di Bari  Simeone di Cagno Abbrescia, il presidente delle Autorità Portuale di Bari, Tommaso Affinita, il console di Serbia-Montenegro, Zeljko Stamatovic, i sindaci di Bar e di  Podgorica, Anka Vojvodic e Miomir Mugosa e il presidente della «Fondazione Guglielmo Marconi», Gabriele Falciasecca. Seguì una tavola rotonda dal titolo «Montenegro e Puglia una collaborazione necessaria» con interventi, tra gli altri, di Gianni De Michelis e Nicola De Bartolomeo. Alle ore 12:45 al Faro San Cataldo fu posta una targa commemorativa.

Bari gli ha dedicato un rione (zona Faro San Cataldo-Lungomare Starita), che fa parte del III Municipio (San Paolo, Stanic, Marconi, San Girolamo, Fesca, Villaggio del Lavoratore), una strada che va da Via Adriatico a Via Massaua, la Scuola primaria statale in via Skanderberg Castriota Giorgio sempre nel rione Marconi, l’Istituto Tecnico Industriale Statale, Piazza Poerio, quartiere Madonnella e il 29 ottobre 2010, alla presenza della figlia, principessa Elettra Marconi, al grande scienziato italiano gli è stato dedicato l’orologio della Torre del Palazzo della Provincia di Bari. L’iniziativa di dedicare l’orologio della torre è stato un impegno preso pubblicamente dall'ex presidente della Provincia Francesco Schittulli nell’ottobre 2009 in occasione del centenario del premio Nobel. 

Appunti storici: Alfredo Giovine, libro «Bari dei fanali a gas», Edizioni F.lli Laterza, Bari, 1982; Nicolò Carmimeo, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 23-04-2004; Felice Giovine, mensile: «U Corrìire de BBàre», A. I, lug.-ago, Bari, 2009; Sito Web,   Wikipedia, biografia «Guglielmo Marconi»; Ninni Perchiazzi, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 30-10-2010; Gigi De Santis, «Archivio Biblioteca: Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2015).

foto:  «U Corrìire de BBàre», Felice Giovine, A. I, lug.-ago, Bari, 2009; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

2ª   foto: libro, «Bari dei fanali a gas», Alfredo Giovine, Edizioni F.lli Laterza, Bari, 1982; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

3ª  foto: sito web «radiomarconi.com»; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

foto: libro, «Le Strade di Bari», Vito A. Melchiorre, Periodici Locali Newton, vol. 3 Roma, 1995; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

5ª  foto: «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 30-10-2010; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

foto: «Il Palazzo della Provincia di sera», fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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Le strascenate
Inserito il 02 agosto 2015 alle 09:45:00 da Gigi. IT - Cucina barese

Cucina Tipica in Lingua Barese

 

Le strascenate

Nella stagione estiva (e non solo), in alcuni paesi della Puglia: Cisternino (BR), contrada Carenna (decade di agosto); Sannicandro di Bari ( settimana di luglio); Bari-Palese Macchie (domenica di luglio), dedicano un’intera sagra alle “strascenate” (orecchiette); Noci (BA) nelle “gnostre” (3-4 agosto).

Pasta fresca lavorata esclusivamente a mano formando pezzetti di massa incisa con la “sfèrre” (coltello senza manico, oggi si usa anche un semplice coltello) producendo un maccherone liscio internamente e ruvido all’esterno.

A Bari e, soprattutto, in Bari Vecchia: “o u-àrche vassce e o u-àrche iàlde” (arco basso e alto), è tradizione produrre pasta fresca dove si notano dentro e fuori dei bassi (“settane”) donne anziane, maritate, “vacandìne” (nubile) e anche qualche bambina, preparare non solo orecchiette [“meggneuìcchie(cavatelli), “fascenècchie” (casereccia), “laghene” (tagliatelle / fettuccine), “tridde” (pizzichi o chiodini, formati con le dita), “la spase pe la fegghiàte” (sfoglia tagliata a strisce sottilissime raccolte in mazzetti, legate con striscioline della stessa pasta e poste ad asciugare all’aria. Dopodiché si ottengono i cosiddetti «fedelini»), “strascenate du prèvete” (grosse orecchiette, formato lumaconi)].

Presento, in lingua barese, tutti i passaggi per la realizzazione della nostra autentica pasta fresca.

 

 

Le strascenate

 Se pigghie, facime nu paragone, nu chile de sèmmue e se mètte sop’o tavelìire.

Se fasce na conghe m-mènz’o mendrone de la sèmmue e s’acchemmènz’a menà, a ppicche a la volde, l’acqua calde che nu muèrse de sale squagghiàte iìnde.

Oggn’e cchile de sèmmue s’ammène na checchiàre de sale. S’acchemmènz’a trembà (impastare). Acquànne la masse devènde lissce accom’o vellute, la se mètte a nu quèste acchemegghiàte da nu piàtte pe nno falle asseccà.

Pò se tagghie nu stèzze de masse e s’acchemmènz’a gramenà (stendere la massa), che le mane se stènne pezzinghe a ffà nu bastongìne lènghe e settile accom’a nu gressine. CChiù settile iè u bastongìne, cchiù pecenònne vènene le strascenate. L’usanze vole ca le strascenate da fà cu ragù avonn’a ièsse pecenònne, mèndre chidde da checcenà che le cime de cole o che le cime de rape, avonn’a ièsse cchiù grossetèdde.

Dope fatte u bastongìne se pigghie la sfèrre, ca iè nu chertìidde sènza maneche che la ponda tonne (oggi viene usato anche un semplice coltello) e s’acchemmènze l’obbre.

Mò vène u sagrète ca non ze pote sbiagà percè iè questiòne de dèscetre, de come se movene ndra la masse, la sfèrre e u tavelìire.

Prime de tutte sop’o tavelìire, che la sfèrre s’av’a fà, o poste addò la masse av’a sceuà, ngocch’e ndacche pe ffà u piàne raspuse acchesì u maccaròne vène rizze com’av’a ièsse e nnone lissce.

Se pigghie la sfèrre che le mane appeggiànne le quatte dèscetre: le iìndece (indice) e le de chidde de mmènze (diti medi) e, sotte, le disceste grèsse (pollici).

Se tagghie nu stèzze de masse do bastongìne e se tire, strascenanne, che le iìndece, nu mìinze cerchiètte sop’a la masse pezzinghe acquànne u strascenate nonn-èsse bbèll’e ffatte da sott’a la sfèrre e nnone aggerate sop’o disceste accome fascene le fèmmene giargianìse (paesane).

Mane mane ca se fascene, se mèttene le strascenate ad assecuà o sole.

Le strascenate da fà cu ragù iè mmègghie ce ssò asseccàte, fatte ngocch’e ddì prime. Mbèsce, acquànne se fascene che le cime de cole o che le cime de rape, avonn’a ièsse cchiù ffrèscke, fatte la matina stèsse.

Ce pò se volene fà le strascenate ripiène o furne, chisse se chiàmene “strascenàte du prèvete”, ca rassemègghiene accome o cappìidde du prèvete e u bastongìne av’a ièsse grèsse quande a la forme de nu mazzarìidde, nu laganàre cchiù pecenùnne du laganàre normale. 

La grafia della ricetta è stata trascritta e aggiornata con la grammatica «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». 

Bibliografia: Alfredo Giovine, «U Sgranatòrie de le Barìse», Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1980; Giovanni Panza, «La checìne de nononne», Schena Editore, Fasano (BR), 1982;  Gigi De Santis, «Calannàrie Barèse Iànne Dumìle», Edizioni Trattorie di Puglia, Bari 1999.

Fonte orale: nonna Pasquina Casadibari (1932-2007), signora Anna Fiore, abitante in Bari Vecchia, Arco basso.

Fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

Lingua e Cucina Tipica Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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LA REDAZIONE "DON DIALETTO.IT" - BARI - AUGURA ALLEGRE VACANZE E GIOIOSO FERRAGOSTO 2015
Inserito il 01 agosto 2015 alle 10:05:00 da Gigi. IT - Estate

Quanne vène u mèse d’aguste, ci tène da dà nge vène la suste

(Quando arriva il mese di agosto, a chi ha da dare viene il cruccio)

 

BENVENUTI IN PUGLIA 

La Redazione “Don Dialetto.it”, augura allegre e serene vacanze ai Baresi e Pugliesi residenti: in Bari, in provincia di Bari, in Puglia, in Italia, in Europa e nel Mondo.

 

La grafia del proverbio e della frase in cartolina  scritte in barese sono state aggiornate con regole grammaticali dell’Associazione «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Il proverbio barese è stato scelto dal libro: «Proverbi Pugliesi», Alfredo Giovine, Edizione Giunti, Firenze, 1998, (4ª edizione).  

foto: «Estate d'agosto», Cartolina di Gino Boccasile, fototeca Archivio Felice Giovine, Bari 2010; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

foto: «Tipico Corteo Nuziale Gravinese dell’800», Gruppo folcloristico “La Cola Cola”, Gravina in Puglia; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

foto: «Nightlife in Bari», rivista “Be Our Guest”, Modugno (BA), 2008; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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Umorismo barese: Dietro all'Estero - Estate 2015
Inserito il 31 luglio 2015 alle 07:25:00 da Gigi. IT - Umorismo

Dietro all’Estero

 Godiamoci questo spaccato di comicità che ci delizierà una «Vacanza Oasi», per trascorrere le ferie 2015... in concomitanza del caro, carissimo, antipatico petrolio, e della crisi... si può dire? Europea? In un luogo scoperto solo ed esclusivamente dal nostro Gigi De Santis, il quale ci comunica tutti i passaggi per prenotare una estate multimediale (a giocare!).

 

Vacanze tri Lusso Scaccia Crisi

Dietro all’Estero

Invito a nozze.

 Ghiotta proposta... a la barèse.

«Vacanza-Oasi-Scaccia Crisi» in crociera da sedici più uno giorni, valida ambo sesso per tre persone, escluso “u chembare” o “la chemmare”.

Villaggio Turistico Casalingo che si trova «Dietro all’Estero», oltre i confini dell’Ovest… in periferia. 

Occasione da prendere al volo. Partenza a digiuno, dalla stazione Bari centrale a latere dal binario morto

Punto di riferimento: La fontana della stazione?… “chèdde non gèndre”.

Nu poste adavère”… arrinomato, in altura, presso un colle, n-gollìna.

Dove non si sente… “sckamà na zambane”.

Addove la moglie o la fidanzata…“s’av’a stà citta citte”… È obbligatorio! Ha licenza di parlare solo, solamente ed esclusivamente, avendo diritto, direttamente, esprimendosi in lingua barese. Non sono ammessi... “le chennutte” (gridare a squarciagola).

Addò se iàcchie cusse poste pe spadrià le penzìire?... Screzzeuàdeve l’ècchie e lesscite sènza ndrapecuà:

Facce m-bbrond’a mmare, o cèndre de la mendagne, de cul’a la forèste, de sckène a la grotte, m-mènz’o lèche, o cuèste de la cambagne, a la veldate stà u fiùme e cchiù drèta drète stà nu lache seccate, pe scì a pezzecà che la cannèdde, le cozze patèlle”.

Nu poste adavère allecchètte” perché deve dire… “addò ve petite sdraià sop’a na sèggia sdramme, sott’o mbrellòne trasparènde, mettènne le pìite iìnd’o galettone a spenzà iìnd’a ll’acque mesckate che la gazzose, che na sbarre de gghiàcce pe tenè friscke nu melone russe ca pèse, non ghiù de trènda chile e na quarte da mìinze quinde.

Inserito nel prezzo... “panzarotte che la cannucce”... a bevere: succo di ananas alla pesca...

Ah sì! avit’a stà m-bbrazz’a CCriste, v’avit’a sendì nu passcià e nessciùne ve pote venì a gemendà”...

Penzzate... GGende di pubblico... “nu vellagge ca se iàcchie a ppìizze de munne, ca sul’a sscì, sule a sscì, nge volene quinnece dì”, (“facite vu u cunde quanda dì v’arremànnene pe ternà a BBare”).

Nu gioièlle de la nature addò non ze fasce bbrutte fegure percè iè”... tutto compreso... “Stà tutte, non ammanghe nudde, a ddisce nudde iè nnudde”.

Nu paravìse celèste”... che va al di là della vostra finta fantasia.

Ve sò dditte ca iè”... Dietro all’estero, oltre i confini dell’ovest... in periferia?... Mèh!

Facideve acchià a la veldate du semàfere, addò stà nu rondò quadrate… non ve petite sbagglià”... Partenza dallo spiazzale centrale antistante, poco distante dal punto di partenza, ogni fine mese, con inizio della seconda settimana a metà del mese, ore quarandaquindici, meno na quarta… “a menzadì spaccate”... Non si ammettano ritardi ritardati.

Orario continuato durante i pasti fino a... esaurimento.  

Quota di partecipazione: viene esclusa  la caparra che ha priorità assoluta.

 Non si accettano mance in natura: “Prevelòne, mertadèdde, cazzecavàdde, cazzeuìcchie, carteddate, castaggnèdde, peciuatèddre, bocacce d’auuì e pemedùre sott’oglie, lattughe, caresìidde, cetrune, prequèche, diauuìcchie” (Provolone, mortadella, caciocavallo, panzerottini al vin cotto, ‘cartellate’, ‘castagnelle’, ciambelle di semola e anice, vaso da conserva di olive e pomodori secchi sott’olio, lattuga, caroselli, cetrioli, pesche duracine, peperoncino piccante).

È consigliabile la prenotazione all’ufficio reclami.

Sconti speciali per coppie conviventi separate e vedove divorziate tre volte già sposate.

Prezzi agevolati per nuclei familiari single, leggi... “vacandìne o seggnorìna granne”.

Rivolgersi, senza spingere da dietro e... “le ciàmbe o poste”... all’

Agenzia Viaggi Traslochi

«Senza Penzzieri»

Filiale di Bari

Capa frèscke

 Documento attestato con bolla di accompagnamento e assicurazione conto terzi, registrato all’Istituto Alberghiero sezione «Locanda Oggetti Smarriti» per persone che non trovano la via di ritorno dall’eccezionale gita in crociera, in fila a croce, con cruciverba (non sono ammessi suggerimenti a parole crociate, tanto mento sguardi incrociati).

Visto, Letto, Dichiarato, Accettato, Timbrato, Contrassegnato con firma autentica del 1° custode capo di gabinetto della Provincia di Puglia.

Ragioniere di primo corso alimentare,

Cicce Cappucce”, soprannominato “Cappuccìne”.

 Buone Vacanze e strepitoso arrivo...

 me raccomànne: citte citte a ffà la iòse...

Le frasi scritte in grassetto, a colori, tra virgolette alte, si leggono in barese, aggiornato con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». .

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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DIALETTI - SPETTACOLI A PALESE
Inserito il 29 luglio 2015 alle 07:25:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

Si rinnova l’appuntamento, nella sede «FRATES» (Gruppo San Michele Arcangelo) a Palese, Via Duca d’Aosta, 2, all’insegna delle lingue locali Bari e Palese.

Il «G.A.T. - Gruppe Artistico Teatrale» e l’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”» partecipano alla terza serata (3-08-2015) con uno spettacolo che abbraccia le lingue palesina e barese. 

«Da Palèise a BBare, che la varche iìnd’a mmare»,

con gli interventi di Gianni Serena, Felice Giovine, Gigi De Santis, Emanuele Zambetta, Sante Diomede.

Uno spettacolo nello spettacolo gustando la poesia, i dialoghi, i monologhi, la cucina tipica barese.

Uno spettacolo brioso che evidenzia e diffonde due lingue locali per rafforzare la dignità di comunicazione, nel recupero di parole, detti, locuzioni, che non si sentono più nel parlare quotidiano.

Uno spettacolo offerto dal gruppo  «FRATES», agli abituali e nuovi donatori di sangue, mai come questo periodo estivo c’è bisogno di molto sangue.

Appuntamento con i dialetti, lunedì 3 agosto ore 20:30. 

INGRESSO LIBERO


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Il nome: Bari
Inserito il 27 luglio 2015 alle 09:55:00 da Gigi. IT - STORIA

Il nome Bari

 Gli studi e le ricerche di antichi e contemporanei storici e studiosi che hanno dedicato molti anni al significato dell’origine del nome Bari, non si è ancora riusciti a scoprire l’esatta etimologia che, fino all’inizio  della seconda guerra mondiale, il popolo pronunciava in dialetto “Vare” per “BBare”. Gli ultimi approfondimenti sullo studio dell’origine del toponimo provengono dal prof. Mario Cosmai (Bisceglie 22-09-1926 / 18-12-2002) e dallo storico barese Vito Antonio Melchiorre (Bari 9-07-1922 / 15-10-2010). 

Mario Cosmai, nella pubblicazione «Antichi toponimi di Puglia e Basilicata» Levante Editore, Bari, 1991 ha scritto:

«Il triplice stanziamento, avvenuto in età storica in Puglia, dei Messapi al sud, dei Peuceti al centro e dei Dauni a nord (onde è rimasta nell’uso la forma Puglie in alternanza a Puglia), fu soggetto a continui spostamenti, dovuti a cause varie, come guerre, carestie, ecc. Città peucete come Bari, Barletta, Bitonto, Salapia, Canosa, Venosa e Ruvo (che fu capitale della Peucezia), si sono rivelate, alla luce delle ricerche linguistiche, originarie sedi dei Messapi, un popolo d’origine illirica, proveniente dall’opposta sponda adriatica, nella cui lingua si trovano elementi comuni alla lingua albanese.

Col passare dei secoli, i Peuceti, ritenuti di stirpe italica e di carattere bellicoso, ricacciarono i Messapi nell’estremo lembo della penisola, attestandosi definitivamente nelle attuali sedi. Infatti, man mano che si procede da sud verso nord, l’influenza della lingua messapica si riduce progressivamente.

Bari fu dapprima un abitato illirico risalente a oltre 3000 anni fa, riportato alla luce degli scavi archeologici e illustrato dal Gervasio (Michele Gervasio, Monteverde di Lucania 1877-Torre a Mare (BA) 1961 «N.d.R.»). Si denominò Bayrìa, nome che significa «costruzione di case», «borgata». Successivamente, si ebbero le forme parallele Barion (messapica) e Barium (latina). Da Barium derivò e s’impose la forma letteraria Bari, con la desinenza del caso locativo latino (come dire: qui a Bari; analogamente, da Ariminum si ebbe Rimini, da Brundusium Brindisi, da Tranum Trani, da Florentia, con desinenza femminile, Firenze).

Alla base del nome Bayrìa è la radice bhau, bhu, costruire, poi ampiamente diffusa nelle lingue indoeuropee, fino all’inglse buil e al tedesco bilden.

I nomi di luogo si richiamano spesso all’ambiente geografico in cui si trovano (alture, valli, laghi, fiumi, piante). Perciò sono da rigettare come astratte e prive di basi scientifiche le altre etimologie proposte per Bari, come quella che la vuole derivata dal gr. barýs grave, pesante o un’altra che collega al greco antico barìs, specie di nave (per la forma della città vecchia, somigliante alla prua di una nave); o la derivazione del caldaico beiruth, castello.

Priva di fondamento parve al Colella (prof. Giovanni Colella, Bitetto 1867-1953 «N.d.R.») anche l’etimologia da var, fiume, proposta dal Perotti (storico Armando Perotti, Bari 1865-Cassano delle Murge (BA) 1924 «N.d.R.»). Se il criterio del fiume fosse sempre valido, Parigi, Londra, Berlino, Pietroburgo e tante altre città dovrebbero denominarsi dai fiumi che le attraversano». Fin qui il prof. Mario Cosmai.

Vito Antonio Melchiorre nel suo scritto inserito nel libro «Bari nella storia», Adda Editore, Bari, 2002, analizza con più attenzione la questione del nome Bari.

«Le ricerche sulla origine dei nomi di luogo hanno sempre affascinato non soltanto i cultori della scienza del linguaggio, ma anche e soprattutto coloro che si occupano di memorie patrie, nessuno dei quali ha mai trascurato i tentativi onde appurare per prima cosa la derivazione del toponimo del proprio paese. Data la tendenza, prevalente da sempre in questo campo a contraddistinguere le località con qualcuna delle sue caratteristiche più salienti, in molti casi la provenienza appare tanto evidente da non lasciar posto a dubbi di sorta; in altri, invece, l’incertezza è tale da dover necessariamente constatare, quando si vuol fare il punto della situazione, che grammatici certant, lis est sub iudice o, in altri termini, che non si è venuti a capo di niente.

Presso a poco così si presenta la questione a proposito di Bari perché, malgrado le dotte disquisizioni spesso svolte sull’argomento e le ipotesi per nulla infondate avanzate da persone dotate di notevole autorità e competenza, a tutt’oggi davvero non si conosce con assoluta precisione da quando e per quale ragione le sia stato attribuito il suo breve e strano nome di appena quattro lettere, raggruppate in due sillabe. Il problema è certamente arduo e, in attesa di vedere venir fuori una qualche spiegazione convincente, non rimane, per il momento, che prendere atto delle opinioni di coloro che vi si sono cimentati.

La prima interpretazione della quale si possiede notizia è probabilmente quella fornita da Stefano Bizantino, che visse nel V secolo a.C. e fu autore di un lessico intitolato Etnica, ove riportò il significato dei toponimi del mondo antico. Egli vi incluse anche Bari, chiamandola Baris e precisando che si trattava di una città avente come aggettivo etnico il vocabolo barites ossia barese. Aggiungeva che, secondo Posidippo - un poeta del III secolo a.C. - il nome stava per casa e che, secondo Eforo - uno storico del IV secolo a.C. - esso alludeva ad un insieme di case, ossia al paese per antonomasia.

Di diverso avviso fu lo storico barese secentesco Antonio Beatillo (Bari 22-11-1570 / Napoli 1642 «N.d.R.») i1 quale scrisse che Bari si chiamò in origine Iapige (e no Japige «N.d.R.»), dal nome del suo mitico fondatore, e in un secondo momento Bari, dal nome del capitano Barione, altro mitico personaggio che l’avrebbe conquistata ed ingrandita, dandole il proprio nome. Opinò inoltre che il toponimo Bari discendesse dal greco baris, un tipo di imbarcazione usata sul Nilo e che i sacerdoti egiziani usavano consacrare ogni anno alla dea Iside.

In maniera quasi analoga si espresse Michele Garruba (Storico, Cropani (CZ) 1785-Bari 1854 «N.d.R.»), verso la metà dell’Ottocento, nell’osservare che, su parecchie antiche monete baresi, figurava appunto impressa la prora di una nave.

Nel secolo precedente però l’erudito barese Emanuele Mola (Bari 9-07-1743 / 23-06-1811 «N.d.R.»), rifacendosi al pensiero degli esperti nelle lingue orientali, aveva ipotizzato un possibile collegamento con la voce caldaica beiruth, derivante a sua volta dal nome di quelle fortificazioni che i Palestinesi chiamavano bareis. La città dimostrava peraltro di possedere un glorioso passato guerriero, simboleggiato dal tiro della freccia effigiato su alcune sue monete.

Oltre novant’anni fa, la diatriba fu ripresa da quell’acuto e infaticabile studioso che fu Armando Perotti (Bari 1-02-1865 / Cassano delle Murge 24-05-1924 «N.d.R.»), il quale approfondì l’indagine da par suo, sostenendo che, in età protostorica o perlomeno nella preistoria, Bari era stata lambita da un corso d’acqua, contraddistinto da una voce equivalente a bar o var, da cui la città medesima aveva finito con l’assumere il nome, per cui questo significherebbe il luogo sul fiume, anzi il fiume medesimo. L’intuizione, suffragata da un lungo ragionamento e da una stringata logica, non venne condivisa da molti, tanto è vero che quasi nessuno ne ha fatto più cenno.

Nel 1932, lo scrittore Tommaso Piscitelli, confutando una tesi secondo la quale Bari sarebbe derivata dalla espressione greca bareis oinon (ricca di vini), sostenne invece la provenienza dalla radice mediterranea bar, molto simile all’altra car; da queste sarebbero scaturiti vocaboli come barca, bara, carro, casa, cassa, capo, ecc., aventi tutti il significato di cosa chiusa che custodisce. Secondo Piscitelli Bari sarebbe, in sostanza, sinonimo di luogo sicuro di rifugio.

Per quanto apprezzabili, però, opinioni tanto disparate non possono che rimanere tali e, allo stato delle cose, i Baresi ancora non conoscono, con attendibile fondatezza, per quale ragione la loro città si chiami Bari».

Ritornando al nome Bari, nella definizione della lingua natia Vare”,  un altro storico barese, Giulio Petroni (Bari 21-06-1804 / 3-08-1895 «N.d.R.»), ha scritto: «... Una di queste città, e metropoli di tutta la regione, fu Bari, posta quasi al centro del lido Peucezio detta (Βαριον) Barion grecamente, e poi Barium, e ne’ bassi tempi anche Varium e Varia (Quanto poi a cangiar di Barium in Varium si sa esser derivato dalla pronunzia greca, per cui il B suona come il V italiano; onde Varo s’ode ancor chiamar la città da qualcuno del volgo)».

 

Bibliografia: «Antichi toponimi di Puglia e Basilicata», Mario Cosmai, Levante Editore, Bari, 1991; «Bari nella storia», Vito Antonio Melchiorre, Adda Editore, Bari, 2002; «della Storia di Bari», Giulio Petroni, vol. I pagg. 14-15, ristampa anastatica dell'edizione di Napoli, 1858, Arnaldo Forni Editore, Bologna 1980.

Foto: «Moneta antica barese», fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

Foto:  «Pianta della città vecchia di Bari», fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

Foto:«La monetazione di Barion/Barium». Libro, “Archeologia di una città. Bari dalle origini al X secolo” a cura di Giuseppe Andreassi e Francesca Radina, Edipuglia, Bari, 1988; fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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Le origini di Bari
Inserito il 25 luglio 2015 alle 09:35:00 da Gigi. IT - STORIA

Le Origini di Bari

Da un interessante studio su «Le origini di Bari» dell’archeologo e direttore del Museo Archeologico di Bari presieduto dal 1909 al 1957, Michele Gervasio (nacque a Monteverde di Lucania nel 1877, morì a Torre a Mare (BA) il 5 dicembre 1961. La cittadinanza gli ha dedicato una strada e un busto di bronzo nell’ex frazione Torre a Mare) estratto dal «Bollettino statistico del Comune di Bari» Anno I, 7 luglio 1916; l’autore scrisse che la più antica testimonianza archeologica  per quanto concerne l’origine di Bari fu scoperta da lui nel 1912 (e non nel 1913, come si è sempre, inspiegabilmente, ripetuto a partire dallo stesso Gervasio) nel giardino dell’ex «Ospedale Consorziale», “sop’a SSande Pìite” (nelle vicinanze di Piazza San Pietro), a meno di un centinaio di metri dall’attuale linea del porto dove individuò un villaggio preistorico (area che era stata già interessata da scoperte casuali nel 1817).

Dapprima fu scoperta una tomba peucetica formata da una grossa lastra anche di tufo, e contenente uno scheletro, un’urna di stile geometrico, una coppa di stile corinzio, tre altri piccoli vasi e due punte di lancia.

Nel proseguire i lavori per la costruzione di un nuovo padiglione clinico, lavori che furono causa della scoperta, e che si svilupparono per una superficie di quasi 300 metri con 4 metri di profondità, si raccolsero una gran quantità di frammenti ceramici e un discreto numero di piccoli vasi integri, 36 pallottole di argilla forate (forse furono pesi da infilarsi alle reti dei pescatori), fusaiole di argilla e dischetti di osso per collana, teste di aghi crinali di osso con disegni incisi, perle di pasta vitrea, diversi frammenti di macina in lava vulcanica, un rozzo mortaio di tufo carparo, due pestelli, due punteruoli di osso a doppia punta e ben levigati per l’uso del cucire, astragali di diversi animali, corna di capra, corna di cervo e denti di cinghiale. Questi numerosi denti di cinghiale e le corna di cervo ci fanno trasportare col pensiero alle foreste scomparse e ai corsi abbondanti di acqua, che dovevano dare alla regione pugliese una fisionomia ben diversa dall’attuale.

Testi eloquenti dell’esistenza di un villaggio preistorico in quel luogo scavato furono frequenti macchie di cenere con carboni, l’abbondante terra grassa formata dai residui organici, e infine i numerosi pezzi d’argilla ben compressa e arrossata dal fuoco, sicuri avanzi dei focolari e dei pavimenti delle capanne abitate dalla gente preistorica.

A determinare con precisione l’epoca del nostro villaggio preistorico, concorre soprattutto la gran massa dei frammenti vascolari. La tecnica dell’impasto, la superficie lucida nera o rossa, il cordone plastico per ornato, la scarsa decorazione incisa, le forme dei vasi, i tipi caratteristici dei manici, tutti questi elementi, ricollegano l’industria vascolare del villaggio preistorico di Bari a quella della civiltà dell’epoca del bronzo, che nel secolo millennio avanti Cristo era diffuso in altre località pugliesi e nel resto della penisola.

Un avanzo di un piccolo crogiolo d’argilla spugnosa per l’intesa e prolungata azione del fuoco e ricoperto da uno strato di lava vitrea quale suole trovarsi sulle scorie, prova che posto, anche una parte  dell’industria metallica ebbe ad esercitarsi. In quello scavo non evidenziarono che il villaggio preistorico poté risalire oltre l’epoca del bronzo. Successive testimonianze, anche all’età del bronzo rintracciati dentro il giardino di Santa Scolastica (Ricovero di mendicità), circa 40 metri lontano dal cortile dell’ospedale, possiamo ritenere che, grazie al materiale scoperto, la Bari preistorica si estendeva, per lo meno su tutta l’estremità di quella lingua di terra che si spinge dentro il mare verso nord.

Negli strati superiori dello scavo il prof. Gervasio raccolse infine non pochi frammenti di anfore, un’erma di marmo e medaglie di epoca romana, nonché monete bizantine. La vita dunque si è sviluppata ininterrotta su quella penisoletta per la durata di quattro millenni. Negli anni che susseguirono, con nuove scoperte, il prof. Michele Gervasio, diventato archeologo di fama internazionale, scrisse nel libro «Guida di Bari», in collaborazione con Giovanni Mariotti nel 1931:

«Nella letteratura classica, Bari è ricordata soltanto a partire dal quarto secolo a.C.; ma i più antichi documenti vennero fuori dai sepolcri scoperti nell’interno della città, sepolcri del VII secolo a.C., non lontani dal Castello, e sepolcri del V e del VI secolo a.C. in Piazza Cavour; ed altri dello stesso V secolo a.C. si trovano presso la Chiesa di Sant’Antonio, in Via Abbrescia e sul Corso Vittorio Emanuele II, di fronte a Via Sparano».

Quindi, con il materiale di tipo terramaricolo scoperto nel 1912 nel giardino dell’Ospedale Consorziale dell’epoca del bronzo si può dedurre che le prime origini di Bari risalgono per lo meno a 1500 anni a.C., vale a dire 747 anni prima di Roma, essendo stata la città eterna fondata 753 anni a.C. Queste date però sono segnalate in base alle epoche accertate dal materiale storico scoperto; mentre sta di fatto che, per giungere la nostra Città a quel grado di civiltà, che ci indicano i valori d’arte rinvenuti, e quelli della prima età della pietra anche venuti a galla, doveva innanzi a sé contare necessariamente parecchi altri secoli, per non dire millenni di vita. 

Bibliografia: Michele Gervasio, «Le origini di Bari», Ed. Liantonio, Bari, 1934; Giuseppe Andreassi e Francesca Radina, «Bari dalle origini al X secolo», Ed. Edipuglia, Bari, 1988; Vito Antonio Melchiorre, «Note storiche su Bari», Ed. Levante Editore, Bari, 2001.

Foto: «Bari Vecchia, Piazza San Pietro». Libro «Bari belle époque», Alfredo Giovine, Ed. Schena Editore, Fasano (BR), 1989. 

 

 

 

Lingua e Storia di Bari

sono impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 Materie di studio e d’insegnamento.

nelle scuole elementari, medie inferiori e superiori 

 

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore


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Lingua Barese: Pestrìgghie Pestregghiàte / Nguàcchie nguacchiàte / 9
Inserito il 22 luglio 2015 alle 11:25:00 da Gigi. IT - Errori Dialettali

Lingua Barese: Errori dialettali  / 8

Prontuario degli errori più comuni in lingua barese

Per comodità del lettore, si è pensato di presentare il vocabolo, la locuzione o la frase, scritta prima in lingua barese corretto in grassetto, tra virgolette alte  “ ” ,  seguito dalla trascrizione in italiano  in corsivo tra parentesi  ( ). Mentre gli errori vengono evidenziati tra virgolette basse - «» -, preceduti da - e no - o - peggio ancora - in grassetto.

Grazie alla pubblicazione dell’autorevole volume «Il Dialetto di Bari» (Guida alla grammatica) dello storico, demologo e linguista Alfredo Giovine a cura di Felice Giovine e con gli studi permanenti dell’ «Accademia della Lingua Barese Alfredo Giovine”», oggi si può scrivere ordinatamente con regole grammaticali disciplinando in un’unica scrittura, semplice e uniforme.

Buona lettura, buona riflessione

1) “Iòsce sciàm’a BBare, c’am’a pegghià n’alde cafè” (Oggi andiamo a Bari che prenderemo un altro caffè), - e no - «Josc sciàma Baàr, c’ama pgghià n’ald’cafè».

Il Dialetto di Bari, e non tanti diversi dialetti baresi, è una lingua perché ha una propria grammatica e non è più possibile leggere simili strafalcioni.

2) “Ce decite, c’am’a scì a pegghià nu panzaròtte a vvole?”, (Che dite, che dobbiamo andare a prendere un panzerotto a vole?), - e no - «C dit, c’ama scì a pgghià nu panzarott a’ vòl?». 

Che dite, ce lo dànno un panzerotto se ci presentiamo con una scritta del genere n lingua barese?

3) “Iòsce ve condeche la storie de Mìinze Cule (Oggi vi racconto la storia di “Mezzo Culo”),  - e no - «Josc v' raccont'c la storij d minz cùl».

Se la favola è scritta come è inserita tra le virgolette basse « », mi tappo le orecchie.

4) “Oh, ma te sì lavate le dìinde stamatìne?(Oh, ma ti sei lavato i denti stamattina?),  e no - «Oh, ma si lavat l dind stamatìn?».

Se la domanda è stata scritta come  quella che si nota con la grafia inserita tra virgolette basse « », di sicuro i denti non se li ha lavati.

5) “Non ze disce Temone, se disce Tremone”  (Non si disce timone, si disce Trimone),  - e no - «Non s' discTimòn, s' disceTrmòn».  

“U vove disce chernute o ciùcce”... Non si può offendere la lingua barese con questi erroracci.

Continua... 

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.

Gigi De Santis

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Colore ed Efficacia della Lingua Barese, attraverso cenni di grammatica
Inserito il 21 luglio 2015 alle 10:15:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

Due parole sulla Lingua Barese

 

Chiunque si sia dedicato con passione al proprio idioma si è poi cimentato a impostare una grafia che fosse in grado di esprimere termini e particolari fonemi, caratteristici di quel territorio.

Egli ha ritenuto, lodevolmente, di dare una propria impronta e ha creato sistemi grafici misti tra l’alfabeto fonetico (IPA, segni diacritici, ecc.), quello italiano e lettere di lingue straniere (j, x, y, w), trascurando l’elemento basilare, cioè una scrittura semplice, da tutti comprensibile e utilizzabile, giustificata grammaticalmente.

Il più delle volte, non hanno considerato che è l’italiano che deriva dai dialetti e non il contrario. Premesso che l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) è quello scientifico, tutti gli altri, debbono scrivere come e per la gente comune, con il solo mezzo che conoscono, imparato a scuola, il più semplice: l’italiano.

Per porre fine all’uso indiscriminato e incondizionato delle non poche e sofisticate grafie adottate (per la propensione del barese e non solo, al più sfrenato individualismo) il cui utilizzo ha creato e crea grave nocumento quanto a diffusione e incomprensibili equivoci, suggeriamo,

una scrittura di base, semplice e utilizzabile da tutti

 

adottando l’alfabeto italiano;

approfondendo i fenomeni tipici dialettali:

- legati alla a delle coniugazioni verbali, agghie a scì a cattà le cìggere;

- gli incontri consonantici, andìche (antico); non zènde (non sente), ecc.

- il raddoppio consonantico in principio che nel corpo della parola, vogghe a ccase (vado a casa), cassce (cassa), fassce (fascia), ecc.;

- altri fonemi (per es: tipici, ma diversi tra loro, traiìne (carretto), cappìidde (cappello);

-   usando la ‘e’ atona invece di altri segni grafici (apostrofi, e capovolte: ǝ, spazi vuoti)

-   uniformando e condividendo la scrittura. 

ALFABETO

 L’alfabeto barese si compone di ventuno lettere e, come nell’alfabeto italiano, ciascuna lettera ha un suo nome, secondo il suono che rappresenta.

1. a - 2. b (be) - 3. c (ce) - 4. d (de) - 5. e - 6. f (fe) - 7. g (ge) - 8. h - 9. i - 10. l (le) - 11. m (me) - 12. n (ne) - 13. o - 14. p (pe) -15. q (qu) - 16. r (re) - 17. s (se) -18. t (te) - 19. u - 20. v (ve) – 21. z (ze).

La lettera h solo per le voci verbali del verbo avè (avere); tu ha da scì (tu devi andare).   

Importanza della vocale e

La e ha una funzione importante e di base nella scrittura barese. Tutte le ‘e’ delle parole dialettali, non accentate, hanno suono indistinto, ma la loro funzione è quella di dare suono vocalico, sonorità alle consonanti cui sono legate, come nella lingua francese. (Es.: ruscte/rùscete - marnàre/marenàrepudce/pùdece - volne/vòlene).

La non trascrizione renderebbe la grafia illeggibile: descetàmece (dsctàmc).

Lo stesso dicasi qualora la e semimuta venga sostituita con l’apostrofo (): r’nn’nèdd’ (rondinella) – fr’mm’nànd’ (fiammifero) – d’sc’tàm’c’ (svegliamoci).

Si tenga conto che la e semimuta è pur sempre un suono, ancorché poco distinto, ma è opportuno trascriverla.

Per comprendere meglio e subito quanto detto si provi a pronunciare la parola marinaio che in barese può essere espressa graficamente marnàre e marenàre, e ‘andiamo al mare’: sciame o mare e non sciame o mar (lo sceicco). Sarà sufficiente a quanti sostengono l’inutilità della trascrizione della e ?

Emblematico è l’esempio di “ì so d BBàààr” così scritto, e con un certo impegno, si afferma che si è di Bar (Antivari), città di fronte a noi, mentre se si vuole affermare di essere di Bari, occorre scrivere ì sò de BBare.

Le e del dialetto barese hanno svariati suoni e diversi fra loro, per cui è impossibile distinguerle e rappresentarle nelle diverse sfumature, se non da coloro che la pronunciamo.

Nota Bene

 

J (gei)

 Si suggerisce l’eliminazione totale della j (gei), in quanto lettera straniera (la cosiddetta i lunga, è invenzione di qualche “snob”), è solo un segno grafico e non esiste in italiano e in latino; (sono errati e non esistono in alcun vocabolario, jus, juris, justitia, jacopo, jonio, japigia, jolanda, fidejussione, ecc.), in italiano esiste: giungla (e non jungla), iunior (non junior), ionico (non jonico, pron.: gionico); se si scrive juventino lo si deve pronunciare giuventino.

Chi volesse approfondire l’argomento può riferirsi al volume “Il dialetto di Bari” a cura di Felice Giovine, edito da Giuseppe Laterza nel 2005. Per i confronti e proficui scambi di idee siamo sempre a disposizione per il bene della nostra lingua e della città.

Articolo estratto dal mensile: Speciale “U Corrìire de BBàre” fascicolo 3°/3 – Aprile 2013.

Direttore responsabile e Presidente dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo, Giovine» (costituitasi ufficialmente l’otto maggio 2012), Felice Giovine.

 

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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La carn'arrestute cu battute
Inserito il 19 luglio 2015 alle 13:25:00 da Gigi. IT - Cucina barese

U-addòre

CUCINA TIPICA in LINGUA BARESE

Una ricetta molto in voga al tempo delle nonne nelle giornate festive era la carne arrostita condita con il ‘battuto’. Ecco come si preparava un secondo piatto prettamente barese attraversouna simpatica introduzione popolare seguita dalla ricetta scritta dallo storico, demologo, linguista Alfredo Giovine.

La carne arrestute cu battute

La carne arrestute cu battute l’agghie viste fa m-mane a la bonaneme de nononna fèmmene, ca appartenève  a le “chidde du velanzare de Via Necolà” (quelli del bilanciaio di Via Nicolai).

Decève ca ièdde iève nate acquànne menì u tramote, ca se iève spesate acquànne menì u rrè e u prime figghie u facì acquanne s’accattò u lèche (comprò il fondo rustico), a la vì de Caldarole, drèt'a Quatterècchie, ca decèvene “Pèzze du sole”.

Tenève trè vendine (sessant'anni), pertave le chianìidde (pianelle) e se facève fa le capidde taccre taccre (anche “tacchere”) da Bellònie la capère (Apollonia, acconciatrice popolare di capigliature femminile a domicilio).

La rezzètte

Na volde, a la fèste de Sanda Necole, pegghiò  na mappine (uno straccio da cucina) nge dètte na pelzate (una pulita) a na tàuua fattizze (una tavoletta di legno molto spessa) e tagghiò stozzere stozzere (pezzi), larde, agghie, fronze de pedresìne, nu muèrse de sale e na sparnezzate (una manciatina) de fremmagge romane grattate e facì  nu mendrone pecenùnne (mucchietto). Pegghiò u tacciallàrde (coltello speciale per tagliare il lardo) e battì tutte u mbaste (l’impasto).

Acquànne le levò do ffuèche, nge spalmò sope u battute che la ponde de chertìidde e le dètte a ttutte chidde ca stèvene a la  tàuue, decènne: «Mèh! mangiàte ca avit’a ièsse... mangiàte e non zite perdènne tìimbe, ca u tìimbe sò terrise» (Beh! mangiate che dovete essere... mangiati e non cercate di perdere tempo, perché il tempo è denaro). E ai bambini aggiunse: «Gridde gridde, oggn’e iùne pènze pe iìdde».

O figghie velanzare nge piacève dange pure n’addore de pèpe (un pizzico di pepe) acchesì u triùsche (vino buono) scennève cchiù mmègghie (azzeccava).

A cci  addemannàve percè tenève tanda sembatì pe la carn’arrestute cu battute respennève ca la tenève... n-zembatì. E la sembatì, se sape, iè parènde a la gocce (la simpatia è come un serio accidente. Nasce senza poterla spiegare)

Traduzione sintetica

Per fare il «battuto» si pongono sul tagliere pezzetti di lardo tagliuzzati, aglio, fogli di prezzemolo, sale e formaggio grattugiato. Con un coltellaccio da cucina si batte finché l’impasto diventi omogeneo. Tale condimento viene spalmato sulla fetta di carne arrostita (più indicata la carne di cavallo) aggiungendo per chi lo gusta, un po’ di pepe.

Canto popolaresco: “La demèneca asselute / Mange carne cu battute / E defriscke u canarìle / D’acqua rosse du... varrile” (soltanto la domenica è indicata per mangiar carne arrosto con il “battuto” e rinfresca la gola con l'acqua rossa del... barile).

La grafia in barese della ricetta è stata trascritta e aggiornata con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Emerografia: Alfredo Giovine, “E la demèneca asselùte mange carne cu battute”, ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 3-08-1986; Alfredo Giovine, «Ce se mange iòsce: E la demèneca asselùte mange carne cu battùte», in “U Corrìire de BBàre”, Direttore responsabile Felice Giovine, Bari, settembre 2010. 

Foto: “La carn’arrestute”, fototeca, «Archivio Bari Don Dialetto -  Lingua - Storia - Folclore», Gigi De Santis, Bari (1976-2015). 

Lingua e Gastronomia Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

 

Gigi De Santis

Bari Don Dialetto - Lingua - Storia - Folclore

  


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