Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell'essere suo.  ( Armando  Perotti )               * * *               Non si creda che i dialetti siano destinati a sparire, se mai si moltiplicheranno, pur tenendosi stretti alla lingua  " scritta  "  di Dante.  (Francesco Babudri)               * * *               Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono.  (Pasquale Sorrenti)               * * *               Non si può avere piena intelligenza della Divina Commedia senza tenere l’occhio rivolto al dialetto.  (Abbate Giuliani)               * * *              Il dialetto è un potente mezzo di comunicazione e ha diritto di cittadinanza nella scuola, e non solo a livello sperimentale. (Francesco Mininni)               * * *               Io credo che il poeta dialettale può e deve restare fedele al suo dialetto, se non lo fa, rischia di offrire ai suoi lettori, componimenti redatti o un dialetto annacquato o in un italiano adulterato.  (Oronzo Parlangeli)               * * *              Nella città di Bari, sono ancora in molti che identificano il dialetto con la povertà o come marchio di appartenenza agli strati più umili, gretti e ignoranti della società, al contrario di quanto avviene in altre città dove l’uso del dialetto è vezzo, sciccheria e ostentazione. (Alfredo Giovine)               * * *            I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell'interiore linguaggio che precede ogni fatto linguistico. (Pio XII)
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31 GENNAIO: 127° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI SAN GIOVANNI BOSCO (1888 - 2015)
Inserito il 28 gennaio 2015 alle 11:15:00 da Gigi. IT - Anniversario

31 Gennaio: 127° Anniversario della morte di San Giovanni Bosco 1888 - 2015

Bicentenario della nascita 1815 - 2015

Nel quartiere popoloso di Bari «Libertà», precisamente nella zona intorno alla «Chiesa Redentore» propriamente nell’oratorio dei salesiani, ogni anno, il trentuno gennaio viene festeggiato San Giovanni Bosco, fondatore della famiglia salesiani. Le iniziative per la ricorrenza durano una settimana e i Salesiani, puntuali, organizzano serie di manifestazioni (incontri, conferenze, dibattiti, intrattenimenti culturali e sportivi). La figura e la santità di Giovanni Bosco presente nella città di Bari da più di un secolo fu merito del canonico modugnese don Beniamino Bux, il quale fece costruire una grande opera avviando un’attività che negli anni divenne il più qualificato punto di riferimento per l’assistenza agli orfani. Da due interessanti articoli dell’indimenticabile storico, demologo e linguista barese Alfredo Giovine, scopriamo le significative tappe della preminente costruzione sita in fondo a Via Crisanzio.

«Verso la fine dell’Ottocento, il sacerdote Beniamino Bux, dopo aver perfezionato l’acquisto di circa 13.000 mq. di terreno agricolo, salì su una carrozza e si recò a prendere possesso della proprietà. Attraversò un tratto di estrema periferia e si immise in una stradella che poi prese il nome di Via Crisanzio. All’altezza di «Ponte Garzo» (attuale zona ex Manifattura dei Tabacchi), attraversò un paio di ponticelli su torrentelli alluvionali e si inoltrò ancor più in aperta campagna. In località “Strascèdde” si fermò accanto ad un casolare a sinistra del luogo ove ora sorge la chiesa del Redentore. Scese dal veicolo e con gli occhi lucidi dall’emozione, diede una paterna occhiata alla vasta distesa, seguìto dallo sguardo incuriosito di alcuni contadini e familiari accorsi per l’insolita visita. Visibilmente emozionato alzò occhi e braccia al cielo e, con raccolta umiltà, s’inginocchiò a baciare la terra per tre volte. Recitò brevi preghiere di ringraziamento e affisse in vari punti l’immagine del Redentore, nome che divenne toponimo popolare di quella località. Ai presenti raccomandò di vigilare sulle sacre immagini e, dopo premurose assicurazioni e cerimoniosi inchini, ritornò con l’ing. Tramonte alla sua chiesa, felice e soddisfatto.

Era il 30 novembre del 1900. Il primo passo di un grande disegno altamente umanitario: realizzare un grande orfanotrofio con chiesa annessa. Progetto di enormi proporzioni per quei tempi, con non poche incognite in considerazione delle inadeguate disponibilità di fondi raccolti in tanti anni. Si trattava, insomma, di un’impresa da non poter portare a termine da solo. Ci pensò lungamente e la scelta cadde sui Salesiani, benemeriti e concreti realizzatori, oltre ad essere dei realisti e sagaci educatori. In seguito ad uno scambio di intese, don Rua, il più alto esponente dei Salesiani, incontrò a Bari don Bux e l’ing. Tramonte il 13 aprile 1900, indicando il luogo dove acquistare il terreno. Il sacerdote barese rimase sconcertato dalla scelta. Il posto gli sembrava molto lontano dall’abitato perciò ebbe timore che l’iniziativa potesse morire sul nascere. Ma il successore di Don Bosco assicurò il preoccupato filantropo che la zona era destinata a divenire uno dei centri più popolati della grande Bari del domani. Al parroco di San Ferdinando non rimase che rispondere come Garibaldi a Vittorio Emanuele II: «Obbedisco». Si mise subito all’opera facendo costruire una graziosa chiesetta, nitida nei miei ricordi. Ampliò e ristrutturò la casa di campagna esistente, dove si ritirò dopo le feste di San Nicola del 1902 con pochi orfani. Due anni dopo, per sorvegliare alcuni lavori, cadde fratturandosi un femore, cosa che lo fece zoppicare per tutta la vita. Con animo indomito continuò a seguire i lavori, raccogliere fondi, affrontare avversità e superare ostacoli di ogni sorta. E quando la costruzione raggiunse una certa consistenza, verso la fine del 1905 inizio 1906 giunse a Bari un esiguo numero di salesiani guidati da don Sebastiano Garagozzo. Orfanelli e convittori superarono appena la trentina. Nello stesso tempo si diede vita alle classi elementari ed ai laboratori di calzoleria e sartoria. L’avvio di questa particolare «Arca di Noè» per orfanelli attenuò le pene di don Bux che, finalmente, credette di poter pensare al futuro con minori tribolazioni. Ma nel 1910, quando il numero dei ragazzi risultò triplicato, il Redentore fu colpito al fianco causa il colera. Venne requisito e adibito a Lazzaretto per i colerosi. L’occupazione durò oltre un lustro e cessò dopo lotte estenuanti quasi per miracolo. Non appena fu ripreso il cammino interrotto, durante la prima guerra mondiale, le autorità procedettero ad una nuova requisizione destinando l’edificio ad ospedale militare per infettivi. Altro grave colpo all’istituzione fu la malferma salute di don Bux che il 27 gennaio 1917 si spense all’età di ottantun’anni (nacque nel 1836 «N.d.R.»), portandosi una spina nel cuore, ma lasciando la ferma consegna di proseguire verso la meta prefissa. Dopo aver lottato con ferma determinazione i Salesiani ritornarono alla guida del loro Istituto. La guida di don Emanuel, simpaticissima figura di sacerdote operoso ed il cospicuo apporto del comitato di benefattori animato dai coniugi Casale, ing. Alberto e consorte, la contessa Emma de Bustis y Figoroa, diedero impulso vigoroso all’attuazione di opere di notevole entità. La storia del Redentore è un susseguirsi di lotte affrontate da pacifici combattenti con finalità educative secondo i principi e l’insegnamento cristiano. Attraverso mutazioni ed adattamenti dovuti all’evoluzione dei tempi, studenti, tecnici, artigiani, preparati dalla «famiglia del Redentore», sono presenti nella vita sociale contribuendo validamente al miglioramento della comunità».

 

 

Coincidendo il 127° anniversario della morte di San Giovanni Bosco, si riporta una poesia popolare a lui dedicata. 

Don BBosche

 

Nasscì Don BBosche vecin’a Torine

M-Mènz’a le strazze chemborne o Bammine

Tenève picch’e nnudde da mangià

E vevève che ll’alde m-bovertà.

 

CChiù de na volde Gesù nge decì:

«Tu ha da fà come te diggh’ì

Salveme orfanìidde e scapeceràte

E ttande ladrecìidde e spadreiàte

Ambarl’a llèsce e scrive o nu mestìire

Che ll’arte a lle mane o ragionìire».

 

Chesì Don BBosche devendò u-attàne

De tanda diàuue ca facì crestiàne

 La speranze dètte a le desperàte

Levò tanda uaggnùne da la strate,

Fiùre seccate le facì fiorì

E cresscèvene sèmbe dì pe ddì.

 

Iòsce San GGiuànne BBosche pote disce:

«Iì stogghe m-baravìse e ssò felisce

Hann’assute da nù uaggnùne d’ore

Accome le velève u Redendòre».

 

Traduzione letterale: Nacque Don Bosco vicino a Torino / In mezzo a stracci come il Bambino / Aveva poco o niente da mangiare / E viveva con gli altri in povertà. / Più di una volta Gesù gli disse: / “Tu devi fare come ti dico / Salvami orfanelli e scapestrati / E tanti ladruncoli e vagabondi / Insegna loro a leggere e scrivere o un mestiere / E l’arte nelle mani o ragionieri”. / Così Don Bosco diventò il padre putativo / Di tanti diavoli che trasformò in cristiani / La speranza dette ai disperati / Tolse tanti ragazzi dalla strada, / Fiori secchi fece rifiorire / E crescevano sempre giorno per giorno. / Oggi San Giovanni Bosco può dire: / “Io sono in paradiso e sono felice / Sono usciti da noi ragazzi d’oro / Come li desiderava il Redentore”».

La scrittura dialettale è stata aggiornata con regole grammaticali dell'Associazione «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

La poesia fu composta da Giovine e inserita in una cartolina postale commemorativa prodotta da Alfredo e Felice Giovine in occasione del centenario della morte di San Giovanni Bosco (31 gennaio 1888). La cartolina è stata distribuita nel mese di dicembre 1988, mentre la poesia è stata declamata l’8 dicembre 1988 da Gigi De Santis, nel salone della Chiesa del Redentore.

 

Il 13 gennaio 1985, nello spazio antistante l’ingresso della Chiesa del Redentore, con una semplice cerimonia fu scoperta e benedetta, da don Giorgio Castaldi, la statua dedicata a San Giovanni Bosco eretta grazie alle offerte dei parrocchiani e degli amici dei Salesiani. In quell’occasione fu ricordata la data del cinquantenario della canonizzazione di Don Bosco.

Nel 1987, per ben tre anni, sotto la direzione di don Franco Sacco, i giovani frequentatori dell’«Oratorio Salesiano Redentore C.G.S. Libertà» diffusero un periodico «Il Punto» denso di articoli storici, folclorici, musicali, cinematografi, teatrali e una pagina dedicata agli usi, costumi, tradizioni e dialetto barese a cura di Gigi De Santis.

Il 17 aprile 1988 per le festività del centenario della morte di S. Giovanni Bosco, ci fu una grande partecipazione di fedeli, più di diecimila, giunti da tutta la Puglia per rendere omaggio al fondatore della famiglia salesiana.

Nel 1994 fu rifatto con lavori di maquillage, il bel prospetto della chiesa, ritornando al suo splendore e lucentezza. Moltissime sono le manifestazioni e i preparativi in onore del «Santo degli orfanelli» contribuendo a rafforzare nella fede e nella tradizione la figura e l’opera di Don Bosco che difese e divulgò il messaggio evangelico, pastorale, pedagogico e sociale, per questo è diventato il «Santo dei giovani».

La domenica del 22 settembre 2013, per la prima volta in assoluto arriva a Bari, una reliquia di San Giovanni Bosco. Il braccio destro benedicente. Un folla di tre mila persone formano una processione che parte da Piazza Moro alla Chiesa del Redentore.

Il 16 agosto 2015 si festeggerà il bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco.

Emerografia: La Gazzetta del Mezzogiorno, Bari, 14-01-1985; Alfredo Giovine, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 28-02-1986; Liborio Lojacono, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 18-04-1988; Alfredo Giovine, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 31-01-1993; «“U Corrìire de BBàre”», dir. resp. Felice Giovine, a. II n° 5, maggio, 2010; Carlo Stragapede, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 18/22/23-09-2013.

Foto: «San Giovanni Bosco», Gigi De Santis, fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2015).

e  Foto: «Facciata, Chiesa del Redentore, antica e attuale» fototeca, Nico Tomasicchio, Bari. Gigi De Santisfototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2015).

Foto:  «Cartolina postale commemorativa» di Alfredo e Felice Giovine, Bari, 1988; «Facciata della Chiesa Redentore». Libro: Le chiese della diocesi di Bari, di Nicola Milano, Edizione Levante, Bari, 1982. Gigi De Santisfototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2015).

Foto: “Don BBosche che le uaggnùne”, Periodico «Santuario del Sacro Cuore Salesiani», gennaio 2012, Bologna, Gigi De Santisfototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2015).

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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Uno scoop nello scoop… ancora scoop - Pestrìgghie, pestregghiàte chìine de nguàcchie nguacchiàte 3
Inserito il 27 gennaio 2015 alle 10:15:00 da Gigi. IT - Comunicato stampa

Scherza coi fanti e lascia stare i santi.

Soprattutto San Nicola in Lingua Barese, e non solo.

 

La Cultura Barese (storia, folclore, lingua)

 è di  pubblico dominio, non può essere riservata solo, a parenti e amici. 

«... non si deve guardare al fiume di libri e di scritture facili dei nostri giorni in cui tutti col copia e incolla subito costruiamo montagne di stupidaggini ...».

(Raffaele Nigro, La Gazzetta del Mezzogiorno, Bari 22-10-2014).

Uno scoop nello scoop… ancora scoop

Il lupo continua a perdere il pelo ma non il vizio.

 

Pestrìgghie pestregghiàte, chìine de nguàcchie nguacchiàte.

 

«Saltar di palo in frasca» (Il proverbio evidenzia il comportamento, peraltro non insolito, di chi, per supeficialità o fretta, passa, parlando o scrivendo, da un argomento a un altro senza alcun nesso logico e facendo, ovviamente, molta confusione).

 

«Raglio d’asino non arriva in cielo» (le parole calunniose e le dicerie degli sciocchi non hanno effetto).

 
Ha scritto la grande poetessa,  Alda Merini: «La cattiveria è degli sciocchi, di quelli che non hanno ancora capito che non vivremo in eterno».
 

«Sacco vuoto non sta in piedi» (l’espressione va riferita a chi si vanta di particolari meriti e di virtù che non ha, ma la sua pochezza finisce presto per essere smascherata).

 

«La sella d’oro non migliora il cavallo» (se uno non ha talento o non è dotato di iniziativa e ingegno non può certamente comprarlo o mascherarlo con facili escamotage. È un po’ come dire che l’abito non fa il monaco).

 

Chiamare gli altri,  invidiosi e gelosi senza un nesso logico è come aver lanciato un boomerang che si ritorce su sé stesso. 

 
Ci iè ccudde? Lassue a pèrde, s’attacche a ttutte le pelidde e a la feliscene (Chi è quello? Lascialo perdere, si attacca a tutti i peluzzi e alla fuliggine). Si dice dei cavillosi, per i quali ogni pretesto è buono per attaccar briga.

Domenica 8 giugno 2014, per  la XXI Edizione del «Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Bitetto” 2013-2014», la giuria, con il presidente del Premio, il prof. Michele Lucatuorto, grazie alla denuncia di uno dei partecipanti al concorso, ha scoperto, dopo la classificazione dei premiati, nella sezione B «Poesia singola in vernacolo, inedita, a tema libero», la poesia spedita dal furbetto era “edita” e, prontamente, è stata radiata.

Il furbetto non è nuovo a simili azioni, infatti, anche in un’altra manifestazione è stato scoperto partecipando al VII «Concorso di Poesie in Vernacolo Pugliese» Anno 2011-2012 organizzato dalla UIL PENSIONATI di  BARI e di PUGLIA e dall’«A.D.A di Puglia» (Associazione di volontariato per i Diritti dell’Anziano), perché ha inteso partecipare con altra poesia edita, (mentre il regolamento del concorso specificava, con la dichiarazione firmata dal partecipante sottoscrivendo (approvare incondizionatamenteche la poesia è inedita),

Ma chi è il furbetto che si è fatto cogliere con le mani nel miele? Tentando, da buon italiano, di aggirare le regole? Sempre lui, colui che continua a dichiararsi giornalista (invece è pubblicista), scrittore (e non abbiamo ancora visto pubblicare un suo libro scritto di proprio pugno, frutto della sua capacità inventiva), che più volte si firma quale ‘esperto di dialetti e tradizioni’ e dichiara:  «... io non scrivo in dialetto ma mi piace seguire e scrivere eventualmente qualche considerazione, quindi non posso dare alcun apporto in materia» e poi, si permette di correggere chi si diletta con il dialetto barese, demolendone lo scritto con critiche aspre e violente; uno che di ortografia barese non capisce e non ha mai capito niente di grammatica barese.

Ma chi è costui? Non c’è bisogno di citarlo è ARCINOTO negli ambienti della cultura dialettale barese e, soprattutto, più volte nominato nel presente sito «cliccate sui canali Dialetto, categoria Dialetto barese: Errori dialettali, Pestrìgghie pestregghiàte e nella  stessa categoria agli articoli <Critiche Severissime>, <Pestrìgghie pestregghiàte (Critiche Severissime)>  e <Dialetto barese: Nguàcchie Nguacchiàte (Critiche Severissime)»; «Folclore», categoria Decève tagrànne che mammarànne”, articoli <Decève Vastiàne posa piàne>, <Decève la sroche a la nore> e categoria A ccì appartìine (soprannomi)”, articolo <Le sopanòme (4)> ; «Personaggi», categoria “Le puète”, articoli <Giuseppe Romito> e <Giovanni Lotito>).

L’espertologo ( ! ) ha carpito per ben due volte, partecipando a concorsi di poesia, la buona fede dei Presidenti, delle soprascritte organizzazioni, dott. Rocco Matarozzo e prof. Michele Lucatuorto.

Ci siamo domandati: con quale coraggio, con che faccia continua a presentare il suo cosiddetto nuovo libro (che è tutto dire, dichiarato pomposamente barese) che, come nelle sue precedenti pubblicazioni, è un copia-incolla, senza una spiegazione di note linguistiche per agevolare la lettura del dialetto barese, campo nel quale regna l’anarchia grafica assoluta, ciascuno adopera un proprio sistema, il barese viene scritto in tanti dialetti quanti sono gli autori.

Alla presentazione (ha evidenziato che si accede solo per invito. L’espertologo ha avuto timore di rispondere alle domande di studiosi seri, competenti della lingua barese e non solo. La Cultura Barese (storia, folclore, lingua), non può essere riservata solo, a parenti e amici, ma è di pubblico dominioDivulgare la Cultura Locale è una vera e propria missione, se non si vuole continuare ad avere ancora pregiudizi, in modo particolare, sulla lingua barese scritta e orale), ci hanno riferito: non un cenno, neanche le più elementari e condivise regole di grammatica barese, l’espertologo ha illustrato agli astanti (confermando la sua totale incompetenza sull’ortografia e ortoepia barese), i fenomeni di gruppi consonantici all’inizio e nel corpo della parola che per lui non esistono soprattutto a inizio di parola.

Asserisce che è cosa del tutto personale e ignora, invece, che è regola grammaticale non solo barese, ma delle parlate meridionali.

Non sa rispondere all’abuso del j=gei (consonante straniera) che lui pronuncia erroneamente  i lunga (che non esiste negli alfabeti barese, italianolatino). 

Non chiarisce perché in alcune poesie e componimenti in prosa è usato il gei (j) e in altri no?

Perché alcuni autori usano la doppia B scrivendo in dialetto BBare e altri no?

Perché (è questo è gravissimo), alcuni, e soprattutto lui, usano accentare la vocale a, con l’accento acuto (á), mentre in molti usano correttamente l’accento grave (à)? (La (á) con l’accento acuto nella lingua barese come nella lingua italiana non viene scritta e pronunciata chiusa, perché è l’unica vocale di massima apertura).

Perché gli autori hanno adoperato, nelle loro poesie, parole con l’accento grave e nel suo libro, sono state modificate con l’accento acuto e viceversa?

Perché ha modificato parole, accenti, punteggiatura ad alcune poesie? 

Non si è accorto inserendo per intero con il più classico copia-incolla, errori storici e linguistici: «Il poemetto in dialetto barese inedito del sec. XVIII» inserito all’inizio del libro, non documentandosi se esiste la copia originale, perché non si capisce, per esempio, il canonico Francesco Bux, nato a Bari nel 1885, diventa ordinato sacerdote nel 1888, a tre anni dalla nascita. 

Perché in alcune pagine cita la fonte e in alcune no, come a pag. 134, volutamente ha omesso l’autore del capitolo «Poesie dialettali baresi», appropriandosi dello scritto?

E va dicendo e scrivendo in giro che altri sono invidiosi di lui. Di che? Di che cosa? Che si impadronisce degli scritti altrui?

Perché a pag. 38 spiega a chiare lettere: (...) «… Infine non per tutti c’è la traduzione nella lingua italiana, poiché non sempre riportata dagli autori nelle loro originali composizioni.», mentre alle pagg. 87, 88, 163, 164 e 165 inserisce la traduzione di alcuni vocaboli di quattro poesie scritte da Vito Barracano e Agnese Palummo, che non le hanno tradotte?

Perché a pag. 124 nel titolo della poesia è scritto () e nella prima quartina del componimento (du) senz’accento? Qual è la definizione giusta spiegando nella lingua italiana?

Perché in alcuni racconti e poesie non si distingue la vocale (e) tonica da quella atona scrivendo tutte e due senz’accento? Mentre in altre liriche vengono evidenziate?

Perché in alcune poesie la (e) senz’accento a fine vocabolo non è scritta, ma sostituita con un apostrofo?

Come si spiega a pag. 123 il nome Nicola, nelle due lingue: italiano e barese, è scritto con l’accento acuto la vocale (ó), quando è ben documentato che la pronunzia è aperta come si evidenzia correttamente in altre poesie?

E ci fermiamo qui! PE MMÒ! (PE MMÒ, si scrive in barese con l’accento grave sulla (Ò) e no apostrofare (PE MMO’), come ha scritto l’espertologo. 

Continua a dire e scrivere  che siamo invidiosi.

Invidiosi di che? Che continua a fare il furbetto partecipando a concorsi di poesia, non rispettando il regolamento, carpire la buona fede degli organizzatori?

Invidiosi di che? Che ha pubblicato libri che sono copia-incolla?

Invidiosi di chi? Che non risponde alle domande specifiche sull’ortografia barese?

Di sicuro l’espertologo non risponderà, come non ha mai risposto agli inviti di alcuni studiosi dell’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”, che più volte lo hanno cortesemente invitato a un confronto pubblico, nel quale possa spiegare perché la sua insistenza nel dire che Bari non ha una grammatica, mentre in una delle sue pubblicazioni ha scritto che la sua collaboratrice, studiosa del dialetto barese, ha contribuito alla redazione di regole grammaticali e ortografiche per la stesura del testo.

Il colmo è che anche nella nuova pubblicazione ha citato nella bibliografia, libri di Alfredo Giovine, il più autorevole autore barese (come è stato definito recentemente dal prof. Pasquale Corsi, docente Ordinario, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi Aldo Moro - Bari e dal prof. Daniele Giancane, docente del Dipartimento di Scienze Pedagogiche e Didattiche dell’Università di Bari), il quale ha prodotto la Grammatica del Dialetto di Bari (a cura di Felice Giovine).

Come spiega questa grave incongruenza?

Non ha ancora risposto alle nostre sopraindicate affermazioni. È bravo solo nello scrivere che siamo invidiosi e gelosi... di chi? Di che? Che cosa c’entra l’invidia, la gelosia se abbiamo semplicemente posto domande specifiche nel difendere, a spada tratta, la storia, le tradizioni e la lingua barese?  

Non c’è che dire, l’individuo in questione, per l’ennesima volta è stato scoperto con le mani nella marmellata, al pari di un plagio commesso, e non solo.

Speriamo fortemente che negli ambienti culturali e, soprattutto, nel mondo dell’Università degli Studi di Bari, si dia degna considerazione e rispetto alla Baresità autentica (Storia-Lingua-Folclore). 

Comitato Difesa Baresità

Ogni componente, anche individualmente, si impegna, in qualunque luogo, occasione e con ogni mezzo, ad intervenire, contrastando, riprendendo, correggendo affermazioni false e inquinanti, mistificazioni, banalizzazioni, da chiunque provengano, tendenti a distorcere, diffondere inesattezze e travisare la storia, la cultura, la lingua e le tradizioni di Bari e della sua Terra. L’invito ad Aderire è indirizzato a chiunque si riconosca e condivida gli scopi che il Comitato si prefigge, compresa l’uniformità della grafia dialettale.

Campagna di Sensibilizzazione

a cura dei siti web:

www.centrostudibaresi.it (Felice Giovine)

www.dondialetto.it (Gigi De Santis)

La Redazione


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90° ANNIVERSARIO DELL'UNIVERSITA' DI BARI (1925-2010)
Inserito il 22 gennaio 2015 alle 06:05:00 da Gigi. IT - Anniversario

In occasione dell’avvenimento storico del 90° anniversario dell’«Università degli Studi Aldo Moro» di Bari inaugurata il 15 gennaio 1925, dall’antologia della Poesia Dialettale Barese “Core de BBare” di Gigi De Santis, edizione, pubblicato da WIP Edizioni, Bari 2009, abbiamo scelto una lirica storica del poeta e demologo, avvocato Antonio Nitti di Vito, che il nostro Gigi, alla fine degli anni Settanta, frequentando costantemente l’Archivio di Stato e le biblioteche di Bari, in modo particolare la Biblioteca Nazionale, quando era ubicata nel Palazzo Ateneo (ingresso Piazza Umberto I), consultando la sezione emeroteca, scoprì su «La Gazzetta di Puglia» (oggi «La Gazzetta del Mezzogiorno») del 15 gennaio 1925 a pag. 2 la sopraddetta poesia del Nitti, dedicata al grande avvenimento.

Nevèrsetà

Vare, cetata mè.

E ttu Giacchìne mì

 Vare, cetata sande,

Rè granne e sfertenàte,

 Chiamìinde u core nèste 

  Non gute pure tu

 Iàlze la cap’e ccande!

 Uardànne la cetate,

   

 Come la ros’a mmasce

 Da tè velute granne

 Sponde pembos’e bbèdde 

  Chemborme la sennaste,

 Vasate e mbalzamàte  

Quanne la prima pète 

   Da l’arie tepetèdde,

Du bborghe setterràste?

   

 Iòsce, da tè velute 

Ghedime, Vara mè

 Te vèn’a mbalzamà

 Stritte d’amore ardènde,

 Totta pembos’e bbèdde

 Ghedime, iòsce è ffèste

Chèssa Nevèrsetà. 

D’amore e sendemènde. 

   

 U sènne ca sennaste

  Mò, quanne u vèspre d’ore

  Pe cchisse file tù,

 Spendann’a SSan Gatalde

 Da tè velute bbène

 Totte, te vèste e ttènge

 Mò, nonn-è ssènne cchiù.

 De lusce ardènde u ccalde,

   

  Ghedime, Vara mè     

 Acquànne Madre Chièsie,

Stritte d’amor’ardènde 

 Che cchidde tècque sù

  Ghedime iòsce è ffèste

 Da la cetata vècchie

 D’amore e sendemènde.

 Parle d’amore e nnù,

 

 

 Apprìiss’a nnù, pe ggote

 Uardànne cusse mare

Pe rrite nzìim’a nnù 

 Ca sèmbe t’accarèzze

 Chiamàme a iùn’a iùne

 U-amòre ca te fasce

 Le mègghie file tu.

   Reggine de recchèzze.

   

Menite ddò Robèrte, 

Nu ggiuramènd’a nnéve 

 Sparane, Argire, Andrè,

 Nù te facim’a ttè:

 Mèle, Peccinne, Abbrèssce…

Nù t’am’a fà reggine, 

 Ghedite apprìiss’a mmè.

 Reggine du sapè!

   
 

 Antonio Nitti di Vito

 

Vare (Bari) - cetate (città) - sponde (spunta) - pembose (pomposa, fastosa) - mbalzamàte (imbalsamata) - tepetèdde (tiepida) - Nevèrsetà (Università) - sènne (sonno) - sennaste (sognasti) - ghedime (godiamo) - ardènde (ardente) - Robèrte (Roberto da Bari, giureconsulto barese del XIII secolo) - Sparane (Sparano da Bari, Sparano Chyurlia, illustre giureconsulto vissuto fra il XII e XIII secolo) - Argire (Argiro, figlio del famoso condottiero Melo da Bari) - Andrè (Andrea, Andrea da Bari, giureconsulto) - Mèle (Melo da Bari, famoso condottiero barese) - Abbrèssce (Abbrescia, 1° poeta dialettale barese) - quanne (quando) - pète (pietra) - borghe (borgo) - setterràste (sotterrasti) - stritte (stretto) - vèspre (vespro) - tènge (tinge) - tècque (tocco, si scrive anchetèccue”) - reggine (regina) - giuramènde (giuramento) - néve (nuovo) - sapè (sapere).

La lirica è stata scritta in barese e aggiornata con regole grammaticali dell’Associazione «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Bibliografia: Libro, “Core de BBare” (Poesia Dialettali Barese -Antologia-), 2ª edizione, Gigi De Santis, WIP Edizioni, Bari, ottobre 2009.

Per la biografia e bibliografia del poeta, cliccare nel presente sito, al canale «Personaggi», categoria <Le puète (poeti dialettali)> ‘Antonio Nitti

Foto:  «Cartolina celebrativa per l’inaugurazione dell’Università di Bari», Archivio dott. Felice Giovine, dal “Calannàrie Barèse 1999”, a cura di Gigi De Santis / Filippo Favia,  Editrice Safra, Modugno (BA) 1998;  fototeca,  “Archivio Centro Studi Don Dialetto”, Gigi De Santis, Bari (1976-2015)

Foto:  «Università e Giardino Umberto I», Libro, “Bari fra le due guerre mondiali”, Vito Antonio Melchiorre, Mario Adda Editore, Bari 2000;  fototeca,  “Archivio Centro Studi Don Dialetto”, Gigi De Santis, Bari (1976-2015)

Foto:  «Facciata dell'Università di Bari», fototeca,  “Archivio Centro Studi Don Dialetto”, Gigi De Santis, Bari (1976-2015)

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese, attraverso la Cucina Mediterranea
Inserito il 21 gennaio 2015 alle 06:15:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Colore ed Efficacia della Lingua Barese

attraverso

la Cucina Mediterranea

 Il 14 marzo 2007, con la presenza storica del programmato arrivo del presidente russo Vladimir Putin, pure la cucina pugliese ha avuto un momento di gloria internazionale. Nel menu offerto alle ore 14:00 in Prefettura, il Presidente russo ha gustato e apprezzato molto, “Maccarùne che le cime de rape e l’alisce d'u sprone” (Maccheroni con broccoletti di rapa e con alici salate). Una pietanza prevalente della cucina locale inserita con successo nella «dieta mediterranea». Un piatto gustoso raccomandato ancora dalla maggioranza dei dietologi di tutto il mondo. Ecco la preparazione secondo una vecchissima ricetta.

Maccarùne che le cime de rape e alisce d’u sprone

Pe preparà le maccarùne che le cime de rape e l’alisce d’u sprone, se pigghie mìinze rète (quasi cinquecento grammi; “rète” [dall’ar. “ratl”], rotolo «ruotolo». Misura antica e disusata pari alla centesima parte del cantaro, equivalente a Kg. 0,891: nota di G.D.), de strascenàte (orecchiette) o mìinze zite (ziti e non «mezzani»: nota di G.D.) o de sckaffune (millerighi e non «schiaffoni» o «occhi di lupo». Il lemma alimentare al plurale di «schiaffoni» nella lingua italiana non esiste. Occhi di lupo è una trafila che non è della nostra tradizione alimentare. Non si può tradurre “sckaffune” in «occhi di lupo» perché è un formato molto simile ai ditali di zitoni, un po’ più largo di diametro. Quindi, molto più piccolo e più corto dei millerighi: nota di G.D.) e nu mazze de cime de rape vìirde vìirde.

Chisse se pelìzzene lassan’o quèste le cemodde e le frunze tenerèdde. Pò se lavene bbèlle bbèlle, se scuèscene e s’ammènene iìnd’a nu tiàne chìine d’acque ca se mètte sop’o ffuèche. Acquànne u vugghie iè vvive, s’ammènene nzìime le maccarùne e le cime de rape che nu picche de sale e s’acchemmògghie arrète, lassanne u chevìirchie nu discete sgarassàte acchesì la sckume ca fasce l’acque, acquànne fèrve, nonn-èsse da fore a la caldare e ccate sop’o ffuèche e u fasce stetà.

Che la checchiàre de tàuue s’aggirene, pe nno ffalle appezzecà sotte. E oggn’e ttande s’attèndene e s’assabbrene pe vedè ce ssò ccuètte. Ndratande o cuèste du tiàne se mètte na cazzaròle pecenònne, che mmìinze quinde d’ègghie. Come ièsse a ffèrve, s’ammènene iìnd’a ccuss’ègghie frevute l’alisce d’u sprone (acciuga salata conservata in scatola di banda stagnata o più raramente in involucri di legno. “L’alisce sott’o ssale”, sono identiche alle precedenti, ma non è più prodotto industriale, bensì casalingo curato da pochi amatori), dope levate u ssale.

Acquànne le maccarùne e le cime de rape sò arrevat’a la chettura ggiùste se scuèscene iìnd’o scolapàste astepanne iìnd’o tiàne nu picche d’acqua calde. Le cime de rape e le maccarùne se mèttene iìnd’a nu piattòne. Se pigghie pò la cazzaròle du suche se sciònge chiàne chiàne nu picche d’acqua calde de le maccarùne p’allungà u suche ca se spanne sop’a la toppe de le maccarùne e ccime de rape. Se volde, s’aggire e s’ammène n’addore de pèpe.

Traduzione sintetica

Maccheroni con «cime di rape» e alici salate

In un tegame con acqua bollente si pongono broccoletti di rapa puliti, orecchiette (o altra pasta) e si rigirano spesso con un cucchiaio di legno. In un tegamino, nel frattempo, si versano 100 grammi di olio d’oliva che si lascia riscaldare bene. Quindi si dissalano alcune alici salate e si adagiano nell’olio caldo. Quando i maccheroni e i broccoletti sono giunti a cottura giusta si tolgono dal fuoco e, dopo averli scolati, si pongono in un grosso piatto nel quale si versa l’intingolo di alici, avendo l’accortezza di allungarlo prima con un po’ d’acqua dei maccheroni, ed aggiungendo un po’ di pepe.

Eventualmente propiziare il pasto con l’attinente canto popolare: “Ah! luna lune, / Ah! luna lune / Ammine nu piàtte de maccarùne / Cime de rape che l’alisce d’u sprone / E mmìire tèste de Mendròne” (Ah! luna luna, dammi un piatto di maccheroni con rape e alici salate, oltre a vino di Montrone (Adelfia) di alta gradazione).

Soffermandoci ancora per un attimo a proposito della «dieta mediterranea», mi piace inserire una rarissima affermazione raccolta dallo storico, demologo e dialettologo, Alfredo Giovine, in un articolo dove ci ha informato che fin dal 1929 il dietologo statunitense Daniel Hodgan la sostenne e ne previde la trionfale affermazione nella scienza dell’alimentazione.

BBuèn’appetìte a cci se l’av’a mangià, lassanne u u-addòre a cci non le pote assaprà.

Acquànne u vugghie iè vvive, s’ammènene nzìime le maccarùne e le cime de rape che nu picche de sale e s’acchemmògghie arrète, lassanne u chevìirchie nu discete sgarassàte acchesì la sckume ca fasce l’acque, acquànne fèrve, nonn-èsse da fore a la caldare e ccate sop’o ffuèche e u fasce stetà.

La grafia della ricetta scritta in barese è stata aggiornata con regole grammaticali dell’Associazione «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Bibliografia ed emerografia: Alfredo Giovine, «U Sgranatòrie de le Barìse», Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1981; Alfredo Giovine, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 12-03-1977 / 26-07-1991. Gigi De Santis / Filippo Favia, «Calannàrie Barèse, Millenovecìindenovandasètte», stampa, Uniongrafica Corcelli, Bari, 1996. 

Foto: «Rape crude». Libro “Puglia la tradizione in cucina”, Angelina Stanziano / Laura Santoro, Schena Editore, Fasano (BR), 1998; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2015). 

 Foto: «Orecchiette fresche», Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2015).

Foto: «Strascenate che le cime de rape e alisce d’u sprone», Lino Patruno, Libro, “Invito a Bari”, fotografia, Nicola Amato/Sergio Leonardi, Mario Adda Editore, Bari, 1998; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2015).

Lingua e Cucina Tipica Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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Editoria Barese: iì sò de BBare
Inserito il 20 gennaio 2015 alle 09:05:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

 

    

Il nuovissimo libro di cultura popolare

 

iì sò de BBare

(2021 modi di dire)

 

a cura di

Felice Giovine

presidente

dell’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”.

 

in vendita

nelle librerie e  nelle edicole “specializzate”,

 

l’anima intima dell’arguto popolo barese

 

al costo di

€ 15.00

 

Non v’u site facènne sfescì, percè iè nu libbre barèse o cìinde cenquànde pe ccìinde (150%) 

 

Disce u ditte: «Ci tìimbe aspètte, tìimbe pèrde»…

Amengepàte!

 

Sènza fodde, a iùn’a la volde... Non ve site cazzanne le cepodde.

 

iì sò de BBare

 

Un libro coi fiocchi!

 

Un volume che premia la corretta e uniforme scrittura barese.

 

Iì non zò Germanèse,

Nè Frangèse e nnè Nglèse.

Spaggnùle? Nèmmanghe,

Amerecàne? Manghe.

 

Iì sò na cosa rare…

 

iì sò de BBare

 

 Dare al popolo un linguaggio diverso da quello che ha appreso dalla voce materna, che sente ripetere ad ogni momento per la via, nella casa, dovunque esso si aggira e vive, è come voler falsare la natura.

(Engardo: Dalla prefazione del poema di Gaetano Granieri,  Bari, 1912).

 

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese, attraverso cenni di grammatica
Inserito il 11 novembre 2014 alle 11:04:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

Due parole sulla Lingua Barese

 

Chiunque si sia dedicato con passione al proprio idioma si è poi cimentato a impostare una grafia che fosse in grado di esprimere termini e particolari fonemi, caratteristici di quel territorio.

Egli ha ritenuto, lodevolmente, di dare una propria impronta e ha creato sistemi grafici misti tra l’alfabeto fonetico (IPA, segni diacritici, ecc.), quello italiano e lettere di lingue straniere (j, x, y, w), trascurando l’elemento basilare, cioè una scrittura semplice, da tutti comprensibile e utilizzabile, giustificata grammaticalmente.

Il più delle volte, non hanno considerato che è l’italiano che deriva dai dialetti e non il contrario. Premesso che l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) è quello scientifico, tutti gli altri, debbono scrivere come e per la gente comune, con il solo mezzo che conoscono, imparato a scuola, il più semplice: l’italiano.

Per porre fine all’uso indiscriminato e incondizionato delle non poche e sofisticate grafie adottate (per la propensione del barese e non solo, al più sfrenato individualismo) il cui utilizzo ha creato e crea grave nocumento quanto a diffusione e incomprensibili equivoci, suggeriamo,

una scrittura di base, semplice e utilizzabile da tutti

 

adottando l’alfabeto italiano;

approfondendo i fenomeni tipici dialettali:

- legati alla a delle coniugazioni verbali, agghie a scì a cattà le cìggere;

- gli incontri consonantici, andìche (antico); non zènde (non sente), ecc.

- il raddoppio consonantico in principio che nel corpo della parola, vogghe a ccase (vado a casa), cassce (cassa), fassce (fascia), ecc.;

- altri fonemi (per es: tipici, ma diversi tra loro, traiìne (carretto), cappìidde (cappello);

-   usando la ‘e’ atona invece di altri segni grafici (apostrofi, e capovolte: ǝ, spazi vuoti)

-   uniformando e condividendo la scrittura. 

ALFABETO

 L’alfabeto barese si compone di ventuno lettere e, come nell’alfabeto italiano, ciascuna lettera ha un suo nome, secondo il suono che rappresenta.

1. a - 2. b (be) - 3. c (ce) - 4. d (de) - 5. e - 6. f (fe) - 7. g (ge) - 8. h - 9. i - 10. l (le) - 11. m (me) - 12. n (ne) - 13. o - 14. p (pe) -15. q (qu) - 16. r (re) - 17. s (se) -18. t (te) - 19. u - 20. v (ve) – 21. z (ze).

La lettera h solo per le voci verbali del verbo avè (avere); tu ha da scì (tu devi andare).   

Importanza della vocale e

La e ha una funzione importante e di base nella scrittura barese. Tutte le ‘e’ delle parole dialettali, non accentate, hanno suono indistinto, ma la loro funzione è quella di dare suono vocalico, sonorità alle consonanti cui sono legate, come nella lingua francese. (Es.: ruscte/rùscete - marnàre/marenàrepudce/pùdece - volne/vòlene).

La non trascrizione renderebbe la grafia illeggibile: descetàmece (dsctàmc).

Lo stesso dicasi qualora la e semimuta venga sostituita con l’apostrofo (): r’nn’nèdd’ (rondinella) – fr’mm’nànd’ (fiammifero) – d’sc’tàm’c’ (svegliamoci).

Si tenga conto che la e semimuta è pur sempre un suono, ancorché poco distinto, ma è opportuno trascriverla.

Per comprendere meglio e subito quanto detto si provi a pronunciare la parola marinaio che in barese può essere espressa graficamente marnàre e marenàre, e ‘andiamo al mare’: sciame o mare e non sciame o mar (lo sceicco). Sarà sufficiente a quanti sostengono l’inutilità della trascrizione della e ?

Emblematico è l’esempio di “ì so d BBàààr” così scritto, e con un certo impegno, si afferma che si è di Bar (Antivari), città di fronte a noi, mentre se si vuole affermare di essere di Bari, occorre scrivere ì sò de BBare.

Le e del dialetto barese hanno svariati suoni e diversi fra loro, per cui è impossibile distinguerle e rappresentarle nelle diverse sfumature, se non da coloro che la pronunciamo.

Nota Bene

 

J (gei)

 Si suggerisce l’eliminazione totale della j (gei), in quanto lettera straniera (la cosiddetta i lunga, è invenzione di qualche “snob”), è solo un segno grafico e non esiste in italiano e in latino; (sono errati e non esistono in alcun vocabolario, jus, juris, justitia, jacopo, jonio, japigia, jolanda, fidejussione, ecc.), in italiano esiste: giungla (e non jungla), iunior (non junior), ionico (non jonico, pron.: gionico); se si scrive juventino lo si deve pronunciare giuventino.

Chi volesse approfondire l’argomento può riferirsi al volume “Il dialetto di Bari” a cura di Felice Giovine, edito da Giuseppe Laterza nel 2005. Per i confronti e proficui scambi di idee siamo sempre a disposizione per il bene della nostra lingua e della città.

Articolo estratto dal mensile: Speciale “U Corrìire de BBàre” fascicolo 3°/3 – Aprile 2013.

Direttore responsabile e Presidente dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo, Giovine» (costituitasi ufficialmente l’otto maggio 2012), Felice Giovine.

 

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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COMITATO BARESE PER L'ABOLIZIONE DELLA J (gei)
Inserito il 05 giugno 2014 alle 08:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Credenze linguistiche

 

Comitato barese per l’abolizione della J (gei)

Per combattere il punteruolo rosso che sta decimando il patrimonio delle palme, occorre una massiccia e sistematica azione di contrasto e annientamento del nefasto coleottero, stesso impegno per combattere uso e abuso della J (gei).

Impegno che il Centro Studi Baresi intende perseguire per debellare tale erroneo utilizzo. Non sono pochi coloro che ignorano che la J con la lingua italiana non ha nulla a che spartire. Ma la cosa grave e che, lo ignorino giornali e telegiornali, alimentando convincimenti errati per l’uso incondizionato.

Per esempio scrivono jaluronico e lo sentiamo pronunciare ialuronico, scrivono jella, jettatore e le sentiamo pronunciare iella e iettatore. Scrivono junior e lo pronunciano iunior. Jesolo per Iesolo, Jole per iole, jaja per iaia, e ancora scrivono jonio, japigia, e leggono ionio, ionico, iapigia e iapigi, e poi non si comprende perché pronuncino Giazz per Jazz, Gim per Jim, Giolli per Jolly, Giumbo per Jumbo, giungla per jungla, ecc. Allora se scrivi Juventus devi leggere Giuventus, al pari di Jovanotti per Giovanotti, se leggi iunior devi scrivere iunior, se scrivi junior devi leggere giunior.

Tale confusione, la si riscontra anche nelle trascrizioni dialettali, generando il convincimento che trattandosi di dialetto, ognuno possa adottare il sistema di scrittura che più preferisce, senza tener conto che ciò ne limiterà la comprensione, relegando lo scritto solo a quanti riusciranno a interpretarlo. Chiunque riconoscendosi tra “gli insorti” voglia aderire al Comitato, è sollecitato a segnalare, non solo, alla redazione dell’«Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”», ma soprattutto a chi le commette, le scorrette grafie sollecitandone la correzione, per la salvaguardia della lingua italiana e della nostra grafia barese.

«Se si parla e si scrive italiano italianamente, si scriva barese, baresemente»

 Felice Giovine

Presidente dell’Accademia della Lingua Barese“Alfredo Giovine”

Noi,

Centro Studi Don Dialetto

Contributo alla Ricerca, Recupero, Difesa,

Valorizzazione e Diffusione

della Cultura Popolare e della Lingua Barese -

 

Aderiamo al

«Comitato Barese»

del

Centro Studi Baresi

La Redazione “Don Dialetto.it” - Bari

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.


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PRONTO SOCCORSO LINGUISTICO: ACCADEMIA DELLA LINGUA BARESE - A. GIOVINE
Inserito il 04 giugno 2014 alle 07:54:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

  

A tutti i baresi e “giargianesi

 

L’ Accademia della lingua barese 

Alfredo Giovine

 

comunica che è operativo il

 

Pronto Soccorso Linguistico

cui rivolgersi per non commettere

errori nella scrittura.

 

Non mortificate Bari

con grafie astruse.

 

Basta una telefonata:

 

iè n-dune !!!

Comunicato Stampa

Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”


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Ricordo di don Alfredo Giovine, indimenticabile anima di Bari
Inserito il 02 aprile 2014 alle 06:04:00 da Gigi. IT - Auguri

Alfredo Giovine

Memorabile, Ineguagliabile Cantore di Bari

1907 - 2 aprile2014

Storico, musicografo, demologo, dialettologo, poeta popolare.

Custode e Divulgatore delle Tradizioni e della Cultura Popolare Barese e Civiltà Musicale Pugliese

BBare la zita mè

 

U-amòre mì sì TTu.

Ì pènze sèmb’a TTè

BBare du core mì 

Tu sì la zita mè      

 

E qquann’arrive magge

Ì sènghe atturn’a mmè

Ca l’arie, mare e rrose

Addorene de Tè.

(...) Chi non conosce l’amore dei Napoletani per la loro Napoli? Ma l’opera di folkloristica barese e questa nuova testimonianza di baresità mi fanno dire all’indirizzo di Alfredo Giovine, che molti Napoletani messi insieme, non superano in intensa e in trasporto l'amore che il Giovine nutre con così inestinguibile fiamma per quella Bari della quale tant’è invaghito, da chiamarla costantemente la “Zita mè”  - la sposa mia.

Francesco Babudri (1963)

Abbrile

 

 Quann’arrive premavère,:

N-gann’a mmare la matine,

Stà n’addore, no de fiùre,

Ma de laghena marine.

 

Assedùdet’a nu chiangòne,

 M’acchiamènghe le gaggiàne,

E stu core nzìim’a llore,

Va e vvène da lendane.

 

Pò u sole che le ragge,

Com’a nu prestigiatòre,

 Le capidde mì d’argìinde,

Me le tènge tutte d’ore.

 

Com’acquànne da maffiùse

Iì facève u trembettìire,

Nanza nanz’a la fanvare

 De le uàppe bressagglìire.

 

Pò, na larma breveggnòse

Scorre m-bbacce chiàne chiàne

E se spèrde tremuànne

Sop’o squèrze de la mane.

 
Alfredo Giovine

Per riconoscenza e ricordarlo negli anni, la Giunta Municipale, il 29 giugno 2000 con delibera n° 779 gli ha dedicato il tratto terminale dell’attuale Strada Adriatica che si sviluppa dopo il complesso balneare ‘Il Trullo’ finendo all’altezza dell’ex ‘Camping San Giorgio’. 

La mattina del 24 marzo 2001 c’è stata l’inaugurazione della nuova denominazione stradale Via Alfredo Giovine (demologo 1907-1995).

Servì Bari, senza servirsene


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Grammatica Barese: La i che cambia i suoni
Inserito il 09 marzo 2014 alle 09:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

La Gazzetta del Mezzogiorno

 

Bari, 15 settembre 2013

 

Felice Giovine

Presidente dell’Associazione Culturale

Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”

 

Il Dialetto di Bari

ha una propria grammatica 

quindi è una lingua viva

Domenica, 15 settembre 2013, «La Gazzetta del Mezzogiorno», ha pubblicato un secondo interessante articolo riguardante le regole della grammatica barese a cura di Felice Giovine, presidente dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Un’intera pagina spiega l’importante ruolo della vocale “«i» che cambia i suoni”, il fenomeno della «i» prostetica o pròtesi (aggiunta), che «Il Conciso» del Vocabolario della Lingua Italiana dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, Edizione 1998 dà una definizione esatta che è la seguente:

«Fenomeno fonetico consistente nello sviluppo di un elemento non etimologico (vocalico o semivocalico) all’inizio di una parola, per esigenze eufoniche (per es., la i che viene talvolta preposta, oggi sempre più raramente, alle parole comincianti con la cosiddetta s «impura», dopo una parola che termina con una consonante: in istrada, in Ispagna, per iscritto, per ischerzo, ecc.».

Nella lingua barese il fenomeno è lo stesso, ossia: «Vi sono parole baresi che da sole e in determinate situazioni non possono essere pronunciate se non vengono sorrette da una delle vocali ‘i’ o ‘u’, dette vocali prostetiche»  (Alfredo Giovine: Il Dialetto di Bari. Guida alla grammatica, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari dic. 2005).

Infine, la funzione del semidittongo «iì», pronome personale di prima persona, io, che in barese è «ì»; esiste anche una versione con pronuncia peculiare barese che, per caratterizzarla, va trascritta con iì (con i prostetica); questi è un semidittongo ed è formato dalla semivocale ( i ) e dalla vocale (ì) accentata (i e u in barese, davanti ad altre vocali, hanno sempre funzione semivocalica - es. iìnde, iìdde).

È chiaro, che il pronome in barese (), non va mai scritto con la consonante straniera (j), come si ostinano a scrivere certuni. La J (gei, che qualcuno ancora considera una i lunga) peraltro, non esiste nell’alfabeto italiano come in quello latino (come lo ha evidenziato chiaramente Felice Giovine, nell’articolo di domenica sulla Gazzetta); tale segno (j=gei), è presente solo in lingue straniere e la sua pronuncia varia (come jungla, jazz, james, jour; e non, per es. jonico, japigia, jus, justitia, jesi, jacopo, ecc. non esistono, ma sono utilizzate da coloro che ignorano alfabeti e lingue italiana e latina). Possiamo annunciare che è un articolo coi fiocchi, scritto con competenza. Molto efficaci sono le introduzioni sia a questo articolo che a quello di sabato 31 agosto (E imparate a pronunciare la «e»), che hanno mandato su tutte le furie l’ “esperto di dialetto e tradizioni popolari” (così si firma), capace solo di contestare i due articoli, senza entrare nel merito (evidenziando la scarsa competenza e affidandosi a riporti di altri, affermazioni, peraltro, non attinenti all’argomento). Costui che si firma anche “giornalista” (invece è pubblicista), scrittore (e non abbiamo ancora visto un libro scritto di proprio pugno, frutto della sua capacità inventiva), e che si definisce “caporedattore” in un blog (sic), non ha mai affrontato nel merito una sola questione grafica ma ha elargito solo pettegolezzi, critiche e fumosi riferimenti, che non centrano mai l’obiettivo, mentre di studiare la grammatica barese non ne vuole sapere “No nge ngozze”.

Felice Giovine ha scritto nell’introduzione: «Il figlio di Alessandro Dumas diceva: «Non discutere mai: non convincerai nessuno. Le opinioni sono come i chiodi, più ci si picchia sopra, più entrano in profondità», analogo all’intrigante detto barese «Ce t’ha da fà tagghià, veccìre bbuène t’ha da capà» (se devi fare qualcosa di impegnativo fallo con chi ne è all’altezza)». Tali affermazioni sono state considerate segno di orgoglio, arroganza e presunzione, io aggiungerei d’invidia, per cui vanno rispedite al mittente, perché rispecchiano perfettamente la persona che le ha scritte. Invece di perdere tempo e fare “malesànghe” e “abbettàsse de bbile” perché non si mette a studiare la grammatica di Giovine, così si erudisce un po’ in quel settore che si dichiara esperto, se ne convince e rende un servigio alla cultura cittadina?  Ma il suo, non è un caso isolato, annovera addirittura dei seguaci; sì, avete inteso bene: seguàci!

Uno di questi afferma, leggete... leggete che dice (ed è una ex docente...); “Se nella lingua italiana la semiconsonante j (i lunga) è quasi scomparsa, nella grafia dialettale barese si usa quando è seguita dalla vocale i all’inizio di parola o di sillaba per trascrivere il suono gutturale di alcuni termini come: ji, jidde, jisse, jinde, jirte, jire, jigne, jirre (e iòrre), ajíre, trajíne”. 

Commento: Tempo addietro affermava che la j (che chiamava e chiama i lunga, e ha inculcato ad alunni tale sciocchezza) appartenesse all’alfabeto italiano, facendo arrivare a 22 le lettere, quando per le grammatiche serie, sono 21 (5 vocali  e 16 consonanti); e poi, afferma che si tratta di una semiconsonante.

Continua: “La vocale iniziale i da sola forma sillaba. Se il gruppo iì muta in ì per scrivere: pur’ì = pure io,  pur’idde  = pure lui, con la caduta della i detta eufonica, secondo me è da ritenere valida l’espressione:  [ i]pure ji, pure jidde”. (E ce ha velùte disce, non ze capìssce nudde). Ora se volesse trascrivere pure jì in pur’ì, facendo l’elisione, quale regola grammaticale potrebbe applicare o invocare, per far cadere ovvero eliminare una semiconsonante, quando sappiamo che essa si ottiene solo con vocali e mai con consonanti o semiconsonanti? 

Un’altra gaffe è che si domanda, avendo letto l’articolo di Felice Giovine (ma l’ha letto con attenzione e con competenza?), «C’è chi sostiene che il gruppo iì sia un semidittongo, ma esiste questa figura grammaticale?».

Nella grammatica italiana è evidente che questo fenomeno non esiste, lo sanno anche gli alunni della terza elementare, perché nella lingua italiana non ci sono vocaboli che iniziano con due (ii), (), (ìi). In barese, e qui viene rimarcato uno dei tanti  fenomeni della lingua barese (),  formato, e qui viene spiegato per l’ennesima volta, a chiare note, senza possibilità di fraintendimenti.

La prima i (è prostetica e semivocale. In barese i e u davanti ad altre vocali hanno sempre funzione semivocalica... quante volte lo dobbiamo ripetere per iscritto e a voce?). La seconda ì (è accentata, con l’accento grave ed è vocale piena) e non come qualcuno ha riportato e riporta scrivendo (ii), (), (ji), (jji), (), (ij). Quindi il semidittongo (), fa parte esclusivamente della grammatica barese evidenziato, grazie a seri e continui studi sul Dialetto di Bari, sin dal 1964, dal più autorevole storico, demologo, musicografo, linguista barese autentico, Alfredo Giovine, ignorato volutamente da certuni che si sono dichiarati più volte esperti, docenti del dialetto barese.    

Ma poi, la cosa di cui non ci si vuole convincere e ammettere, è che il dialetto barese, antecedente all’italiano, ha nel suo “dna linguistico”, particolari fenomeni grafici e fonetici, che si ignorano ostinatamente, per non concedere assensi a chi ne ha evidenziato natura e proprietà, e perché annullerebbero convinzioni di precedenti appassionati o studiosi, che hanno preso in definitiva delle “cantonate”. Come dice un antico proverbio ancora in uso “o squagghie de la nève ...”.

Ed è di questi signori, che li abbiamo colti in fallo (e non ce ne siamo accorti solo noi), a proposito dell’ortografia barese, in un loro recente libretto scrivendo il seguente strafalcione (e non è il solo): “àda pertá nzíne”. Invece la frase va scritta in lingua barese: ha da pertà n-zìine (la vocale (a) di “pertà” si evidenzia con l’accento grave, perché è per natura aperta e,  in barese, la maggior parte delle parole si pronunciano aperte. Anche nella lingua italiana e nell’alfabeto fonetico, non esiste l’(a) con l’accento acuto. E ci fermiamo qui!). Il paradosso è che uno di loro (l’espertologo) ha affermato elogiando la sua collaboratrice: «… Si è dedicata con passione allo studio del dialetto barese, contribuendo alla redazione di regole grammaticali e ortografiche», mentre lui, in più occasioni, ha asserito con convinzione che il dialetto barese non ha una grammatica e quindi non è una lingua.

A quest’ultima affermazione, inseriamo due risposte espresse tempo fa in una trasmissione radiofonica della Rai (Radio Anch’io del 13-08-2009 ore 09:00). La prima è della professoressa Marasca, dell’Accademia della Crusca: «… oltre 30% della popolazione usa ancora il dialetto in alcune regioni come Sicilia e Veneto la percentuale è più alta… Tutti i dialetti sono lingue».

La seconda è dell’attore napoletano Beppe Barra: «Io non vado a insegnare nelle Università, ma parlare con gli studenti… Difenderò il dialetto finché avrò voce».

Storia mè nonn-è cchiù, mal’a llore e bbèn’a nnù.

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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