Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell'essere suo.  ( Armando  Perotti )               * * *               Non si creda che i dialetti siano destinati a sparire, se mai si moltiplicheranno, pur tenendosi stretti alla lingua  " scritta  "  di Dante.  (Francesco Babudri)               * * *               Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono.  (Pasquale Sorrenti)               * * *               Non si può avere piena intelligenza della Divina Commedia senza tenere l’occhio rivolto al dialetto.  (Abbate Giuliani)               * * *              Il dialetto è un potente mezzo di comunicazione e ha diritto di cittadinanza nella scuola, e non solo a livello sperimentale. (Francesco Mininni)               * * *               Io credo che il poeta dialettale può e deve restare fedele al suo dialetto, se non lo fa, rischia di offrire ai suoi lettori, componimenti redatti o un dialetto annacquato o in un italiano adulterato.  (Oronzo Parlangeli)               * * *              Nella città di Bari, sono ancora in molti che identificano il dialetto con la povertà o come marchio di appartenenza agli strati più umili, gretti e ignoranti della società, al contrario di quanto avviene in altre città dove l’uso del dialetto è vezzo, sciccheria e ostentazione. (Alfredo Giovine)               * * *            I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell'interiore linguaggio che precede ogni fatto linguistico. (Pio XII)
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Colore ed Efficacia della Lingua Barese attraverso i giouchi di strada
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Se seguite attentamente dal minuto 8:25,...
mauror58 - 06/01/11 11:01:18
Grazie Dott. DeSantis, mi scuso se non...
Gigi - 05/01/11 09:32:10
Gentile signor Mauro, ricambiamo con gioia...

Colore ed Efficacia della Lingua Barese attraverso i giouchi di strada
Inserito il 30 luglio 2014 alle 20:24:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Giochi di strada d’un tempo dei bambini e ragazzi baresi

 

 

Iùne monde la lune

In un passato molto lontano, nei quartieri di Bari, soprattutto nel periodo estivo, si notavano gruppi di bambini e ragazzi organizzarsi per i giochi all’aperto. Molti passatempi sono scomparsi anche nella memoria degli ultra cinquantenni. Altri, pochi, sono felicemente ricordati e di recente sono tornati a vivere nelle palestre e nei cortili di alcune scuole o in manifestazioni popolari di alcuni rioni periferici. Qualsiasi punto, vicolo, corte, piazza, giardino, fondo rustico abbandonato, androne, tra le auto parcheggiate, vicino a una saracinesca, un angolo della strada, era il giusto luogo per ore e ore, a dare sfogo ai numerosi giochi dove si notava l’agilità, la furbizia, la scaltrezza, la creatività, la spontaneità, l’inventiva di ogni singolo ragazzo rispettoso delle regole, delle fasi, dei movimenti di ogni svago che si praticava. Era originale un richiamo che dava il segnale di riunirsi e iniziare uno dei tanti giochi dove partecipavano in molti. L’allettamento usato da ragazzo a ragazzo era per esempio: “Nghèèèè-a, Mechèle nghèèèè-a”, “Giuànne nghèèè-a, nghè-a, nghèèèè-a”, ecc. Unendosi, potevano essere una dozzina, decidevano con quale gioco dovevano incominciare e, fra i tanti, sceglievano “Iùne monde la lune”.

Formavano un cerchio, seguiva “u tècche” (il tocco cioè il sorteggio), l’ultimo che era contato si sistemava vicino al marciapiede con schiena piegata in avanti, poggiando le mani sulle ginocchia. Subito dopo dava il via al gioco destinando un compagno a ruolo di “u rrè” (colui che doveva saltare per primo e comandare il gioco). “U rrè”, prima di saltare pronunciava il nome del secondo concorrente, il quale doveva saltare come il primo e chiamare il terzo compagno. A sua volta il terzo chiamava il quarto saltellando e così di seguito fino all’ultimo saltatore. Chi sbagliava saltando o pronunciava erroneamente le sequenze del gioco, “scève sotte” (sostituiva l’amico che stava piegato vicino al marciapiede).

Il gioco riprendeva dall’inizio e il nuovo concorrente piegato, in funzione di cavallina, sceglieva un nuovo ‘capo’ oppure confermava il precedente. È chiaro che anche il ‘capo’ doveva stare attento a non sbagliare. Proseguendo senza interruzioni, “u rrè” incominciava a pronunciare la prima frase in dialetto chiamando il secondo compagno e, in ordine di chiamata, seguiti da altri, che ripetevano e saltavano correttamente: 

Iùne monde la lune, Savèrie”, (Saverio si accingeva a saltare chiamando il terzo saltatore). “Iùne monde la lune, Nardine” (Leonardo)... Stabilito l’ordine dei saltatori, si proseguiva con: 

Dù, monde blu”. 

Trè, la figghie du rrè”. 

Quatte, u battamàne a la zita mè” (prima di saltare si battevano le mani). 

Cinghe, le chetugne” (saltando si poggiavano contemporaneamente le mani a pugni chiusi, sulla schiena piegata del ragazzo). 

Sè, la battolètt’a vvole” (al momento del salto si dava pure un calcio, dalla parte interna del piede, al sedere di chi stava ‘sotto’). 

Sètte, le ngroge” (con la giusta rincorsa, si saltava il più lontano possibile cadendo con le gambe incrociate stando immobile, per dare la possibilità agli altri saltatori di non toccarlo, pena la squalifica, ossia chi toccava l’altro compagno andava ‘sotto’ e si ricominciava dall’inizio). 

Uètte, u fangotte” (prima di saltare si faceva scena immaginando di portare addosso, dietro le spalle, un fagotto pesante. Arrivati davanti alla ‘cavallina’ si saltava con uno scatto a piedi uniti). 

Nove, marang’e limone”. 

Dèsce, nu piàtte de cigger’e ppaste”. 

Iùnnece, le fermiche” (prima di saltare si solleticava, con una mano tenendo le dita unite, il sedere di chi stava ‘sotto’. Il movimento del solletico, da parte di tutti i saltatori, poteva durare per alcuni minuti irritando chi subiva la fase del gioco, mentre gli altri ridevano). 

Dudece, u ggire du munn’a nnu pète” (dopo il salto, si rimaneva in equilibrio su di un piede. Tutti, dopo aver saltato, si mettevano in fila indiana dietro o rrè, girando intorno nella zona dove si giocava salendo e scendendo il marciapiede, sempre con un piede. Nel frattempo il «capo» comandava di cambiare piede, di saltare a piedi uniti, di ritornare a camminare con un piede e contemporaneamente battere le mani, divaricare le gambe, fare esercizi ginnici, ecc. Chi sbagliava o si distraeva non seguendo ciò che diceva il «capo», se il ragazzo che fungeva da cavallina lo beccava, si scambiavano i ruoli e si riprendeva il gioco dalla prima fase. Tutti i saltatori, invece, erano attenti ai comandi del , questi, pronunciando la parola in dialetto: Avaste!”, continuava a comandare il gioco passando alla fase successiva). 

Tridece, u mandelline” (prima di saltare si dava un colpo secco, con il dito medio dietro al sedere di chi stava ‘sotto’ saltando poi senza rincorsa).

"Quattodece, la seggiolìne" (saltando si rimaneva seduto sulla schiena, finché, chi fungeva da cavallina, non se lo scrollava di dosso).

"Quinnece, vìin’auuandà o statte sotte" (tutti, dopo il salto, scappavano evitando di essere rincorsi dalla ‘cavallina’ perché se uno era acciuffato sostituiva il suo precedessore stando sotto il marciapiede e ricominciare il gioco dall’inizio. Se, nessuno era preso dalla ‘cavallina’ la quale si stancava di rincorrere, dava inizio nuovamente al gioco, magari scegliendo un altro ‘comandante’).

Arrivati alla fine di alcuni giochi i ragazzi rincasavano senza programmare per il dì seguente, sicuri di ritrovarsi per nuovi svaghi e, ognuno, si licenziava con la famosa frase in dialetto, canticchiando: ‘Palazze, palazze, palazze / Oggn’e iùne al suo palazze’ (Palazzo, palazzo, palazzo / Ognuno al suo palazzo: a casa sua).

Gigi De Santis

L’articolo è stato trascritto e aggiornato con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Emerografia: Gigi De Santis, «Calannàrie Barèse, Dumìle e trè», Edizioni del Tirso, Bari, 2002; Gigi De Santis, «“Iùne monde la lune”, così passava l’estate dei ragazzi di un tempo» in «La Gazzetta del Mezzogiorno: 20-08-2006»; Gigi De Santis, «“Saltano tutti, in quindici mosse”» in «La Gazzetta del Mezzogiorno: 30-06-2013».

Foto: Opuscolo, “A mbla mbla”, Editore C.R.S.E.C, Regione Puglia, Monopoli/Polignano a Mare (BA), 1999. 

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)

 


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese attraverso i frutti di mare e zuppa di pesce
Inserito il 28 luglio 2014 alle 08:20:00 da Gigi. IT - DIALETTO

U salipce e u ciambòtte ” 

non sono ne  starnuto, ne raffredore, ma gran varietà di frutti di mare e zuppa di pesce.

(Bizzarrie della Lingua Barese nell’indicare “i gioielli” del nostro mare)

 

«“U salìpcenon è uno starnuto ma un pesce»

I nomi dialettali di pesci, pur essendo frequenti e familiari nel nostro linguaggio giornaliero, ci sembrano alquanto strani per la loro bizzarra fisionomia espressiva.

Non sono pochi a chiedersi quali potrebbero essere i corrispondenti termini italiani e scientifici, specie quando si imbattono nel “salipce” che dà l’idea più di uno starnuto che di un antico abitatore del nostro mare.

In italiano è chiamato ‘gamberetto’ e scientificamente «palaemon serratus» (dio dentato dei porti). “Salipce” è un nome onomatopeico con il quale il pescatore ha voluto stigmatizzarlo per i suoi guizzi fulminei a zig zag irregolari. Sonetto:

Com’o fulmene u salipce / Mò se stute e mmò s’appicce / ZZombe com’a na saiètte / Quann’u voln’auuandà” (Come fulmine il gamberetto / Ora si smorza ora si accende / Salta come una saetta / Quando si vede catturato).

Altro astuto abitante del nostro litorale è la “pelose” che in italiano è il maschile ‘favollo’, scientificamente classificato come «Eriphia spinifrons»: caprettino con spine in fronte.

 

Iè nu ggot’a pezzecà / Ma trè ccose sò nu uà / Sparasàlze e la vavose / E u muèzzeche de la pelose” (È un piacere il pescare / Ma tre cose procurano guai / Lo sparasalso e la bavosa / E il morso della pelosa).

Fra questi tesori del nostro litorale c’è uno scrigno che custodisce preziose gemme del palato. “Iè u rizze du pennite” (riccio di fondi algosi), del quale qualcuno non sa che si chiami «paracentrotus lividus»: aculei lividi avvicinati, del quale i baresi sono golosi e... gelosi.

Forse per questo nacque la nota tiritera: 

U sinneche de Terlizze / Vèn’a BBare a cattà le rizze / Disce u sinneche de BBare / No nge stonne rizze a Terlizze / Ca vìin’a BBare a cattà le rizze?” (Il sindaco di Terlizzi / Che viene a Bari a comprare ricci / Dice il sindaco di Bari: / Non vi sono ricci a Terlizzi / Che vieni a Bari a comprarli?).

Un autentico ‘Cullinan’ della nostra gioielleria marina è “u pulpe rizze”: polpo di scoglio arricciato che ha il corrispondente italiano in ‘polpo’ scientificamente denominato  «Octopus vulgaris»: otto piedi comune (e non ‘polipo’ come spesso è usato, che è un celenterato oppure un’escrescenza della cavità nasali o di organi riproduttivi femminili),

Le pulparùle. Chidde de Gnaggnà / N-dèrr’a la lanze le sìinde leccuà: Pulpe de scoglie, trè llire nu rète / Uè, pulpe rizze! / Uè, pulpe de pèèèèeeete” (I venditori di polpi / Quelli di “Gnaggnà” – (soprannome) - / In terra la lancia / Li senti gridare: / «Polpi di scoglio, / Tre lire un chilo, / Uè, polpi ricci; / Uè polpi di pietra (scoglio)»).

Altri prodotti del mare consumati in grande quantità sono le “cozze ggnore” e “l’alisce crute” Le prime si chiamano in italiano ‘mitilo comune’ o ‘muscolo’ e scientificamente «Mytilus galloprovincialis», le seconde hanno l’italiano ‘alici’, ‘acciughe’, e scientificamente sono classificate come «Engraulis enchrasicholus»: «Engraulis», come veniva chiamato il pesce da Aristotele. «Enchrasicholus», nome greco della sardina.

Oh! Oh! pedresìne / Ce mangiàm’a menzadì / E mangiàme granerise / Che le cozze e cche l’alììììsce” (Oh! Oh! prezzemolo / Cosa mangiamo a mezzogiorno? / Mangeremo il riso / Con mitili e con alici). È una filastrocca che accompagna un gioco: i bambini si prendono per mano. Dopo aver formato un cerchio, girano sul posto. Al momento di pronunciare la “ìììì” di “alììììsce”, si accovacciano. 

E mentre continuano a giocare è facile che passi “Coline Ndramaguacchiàte ca va vennènne le mussce”. Ogni tanto si ferma e grida: “BBèlle iè u mussce! U-addòre du mare iè u mussce”. Chi avrebbe immaginato che “u mussce” venisse classificato scientificamente «Navicula Noae» e in italiano ‘Arca di Noè’? Una denominazione che può sembrare unica ma che è identica in Germania, Francia e Inghilterra.

Il nostro “mussce” in Liguria è detto ‘Zampa di Vacca’, in Toscana ‘Arsella Pelora’, nelle Marche ‘Cofano’, in Campania ‘Spera’ e nel Veneto ‘Muscolo’. È molto probabile che la coniazione di ‘Muscolo’ abbia avuto intenzioni caricaturali in analogia fonica al nostro vocabolo “Mussce”, che dal francese ‘Moche’ (orripilante) indica in barese chi è butterato o lento nel far qualcosa.

Alfredo Giovine

 

«“U ciambòttenon è un raffredore ma zuppa di pesce»

Le varietà di pesce per la preparazione del “ciambòtte” (zuppa tipica barese e pugliese) sono ben 31 specie, ma di solito, sei o sette ne vengono utilizzati, “ciriè” (o “sciriè”, girella femmina), “verdèscke” (verdesca; da non confondersi con il pescecane di taglia piccola, “verdèsche), “gheggiòne” (ghiozzo comune), “sparasàlze” (trachino dragone; sul dorso ha una spina avvelenata molto temuta dai pescatori), “cazze de rrè” (girella maschio), “vavose” (bavosa occhiuta blennus ocellaris), “cazzaròle” (labro tordo labrus turdus), “cane” (sciarrano comune detto anche “nganuedella fam. serrande), e “u scorfanìidde de scoglie” (scorfano: «scorpaena scropha» “scorfue” o “scrofene”).  

Ecco altre varietà di pesce che formano “ u ciambòtte”:

 
pèrchie” (perchia o sciarrano: serranus cabrilla); 
perrèdde” (crenilabro mediterraneo: crenilabrus mediterraneus); 

turde” (leppo: labrus viridis); 

mbanàte” (ghiozzo testone: gobus cobitis); 
“lengèrne”  (lucerna mediterranea o pesce prete: Uranoscopus scaber); 
mossce” (motella comune: Gaidropsarus mediterraneus L. ); 
angidde”(anguilla: Anguilla anguilla L.); 
remite”  (grancevola, grosso granchio); 
vope” (boga: boops boops); 
acchiàta pecenònne”  (occhiata piccola: oblata melanura); 
sbarrèdde o “sparrèdde” (sparo piccolo: Diplodus annularis L.); 
verdatìire” (verdatiero, piccolo cefalo: Mugil cephalus L.); 
asprone” (cefalo verzellata: Mugil saliens Risso)
gadduse” (calloso); 
capecacce” (è come il gronco, senza spine); 
banane” (banana); 
musse lènghe” (muso lungo: Cremilabrus scina); 
bastenache” (pastinaca: Dasyatis pastinaca); 
sceriòle”  (donzella padovana);  
mèrrue”  (merlo di mare: labro merlo); 

cepodde” (cipollaLabrus bimaculatius L.).

Nel linguaggio figurato “ciambòtte” ha significato di combutta, imbroglio, pasticcio; “chidd’e ddù honne fatte u ciambòtte” (quei due si sono accordati).

Gigi De Santis

Gli articoli sono stati trascritti e aggiornati con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Bibliografia ed emerografia: Alfredo Giovine, «“U salìpce” Salve! Non è uno starnuto ma un pesce», “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 24-07-1981; Alfredo Giovine, «Nomi bizzarri e gustosi per le delizie del mare», “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 2-01-1994; Alfredo Giovine, Libro: «Bari dei Fanali a gas», Edizione Fratelli Laterza, Bari, 1982; Alfredo Giovine, Libro: «Canti popolari dei bambini e dei ragazzi baresi», a cura di Felice Giovine, Stilo Editrice, Bari, 2008; «“U Corrìire de BBàre”», dir. resp. Felice Giovine, a. III n° 6, giugno, 2011; Cosimi Tridente, «Lessico e Folklore della Marineria Molfettese», Edizioni Mezzina, Molfetta (BA) 1996; Massmo Vaglio, «La Cucina del Mare di Puglia», Besa Editrice, Nardò (LE) 2010;  Gigi De Santis, «Classificazione “U ciambòtte”», Archivio Don Dialetto - Sezione Vocaboli e Locuzioni - (1976-2014).

,  e Foto: «“N-dèrr'a la lanze”/ “Le rizze” / “Le mussce”», Gigi De Santis, fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2014).

  Foto: Libro, «C’era una volta Torre Pelosa», Giacomo Settanni, Schena Editore Fasano (BR), 1998; fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Gigi De Santis, Bari (1976-2014).

e   Foto: Libro, «Terra di Bari», Autori vari, Arti Grafiche Favia, Bari, 1990; fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Gigi De Santis, Bari (1976-2010).

  Foto: Libro, «Bari È...», Sergio Zanardi, Bracciodieta Editore, Bari, 1988; fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Gigi De Santis, Bari (1976-2010).

  Foto:  «U ciambòtte». Libro «a tavola sulla costa barese», Vito Buono/Angela Delle Foglie, Levante Editore, Bari, 2006; fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Gigi De Santis, Bari (1976-2010).

 

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese attraverso la cucina tipica
Inserito il 26 luglio 2014 alle 09:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Tièdde de patane, rise e ccozze...

te la puète mangià pure n-garròzze 

 

 

Questa pietanza barese, pugliese, nel maggio del 2001 è stata premiata fra le quindici specialità di piatti regionali del mare vincendo l’oscar al primo «Salone nazionale del pesce» inaugurato a Bologna. Una manifestazione importante perché è stata seguita da una giuria di esperti, promossa dall’«Uniprom» (consorzio che riunisce tutte le associazioni di categoria del settore). Ecco la ricetta scritta in lingua barese seguita dalla trascrizione in lingua italiana.

Se pigghie nu chile de cozze ggnore, nu quinde e nnu dègeme de granerise, mìinze chile de pemedùre appise, mìinze chile de patane, dò cepodde grosse, trè checchiàre de fremmagge romane o pegherìne grattate, iègghie d’auuì, na bbèlla ciòffe de pedresìne, sale e ppèpe.

Apprime se pelìzzene le cozze ggnore, ce ssò de Tarde (Taranto), sò le mègghie. Dope ca se spedecchièscene (staccate dal giunco), se rasckene iùne l’une pe levange da sop’a le cozze l’èrve e u terrène, se lavene asseduàte e cche na grambèdde (coltello adatto per aprire i mitili) se iàbbrene facènne scì u frutte tutte  iìnd’a na scorze e mettute iìnd’a na tièdde acchemegghiàte d’acque. Se pelìzzene le patane, chidde a ppasta ggiàlle sò le cchiù adatte, levanne la scorze, se tàgghiene a ffèdde tonne, se mèttene pure chisse iìnd’a na zeppìire acchemegghiàte d’acque, o se no devèndene ggnore.

 

A ccusse punde se pigghie u granerise (riso), se dà na mènza lavate. Pò se pigghie na bbèlla chèdde de pedresìne, se tagghie la cepodde tagghiàte a stozzarèdde, se gratte u fremmagge romane o pegherìne (pecorino), pèpe, sale, pemedùre appise e acquànne tutte iè ppronde s’acchemmènz’a mmètte iìnd’a nu tiàne, mègghie ce iè de crète.

Se mètte sotte na passate de cepodde tagghiàte. Sop’a le cepodde se mèttene le patane, pò le cozze ggnore apèrte a na scorze, sènza cuà l’acque addò s’avonne tenute, sope se mètte u granerìse pelzate bbèlle bbèlle e se iègne de fremmagge romane o pegherìne grattate, pèpe, sale, iègghie d’auuì, pedresìne e pemedòre.

Pò se fasce n’alda felare de patane tagghiàte e s’acconze arrète che fremmagge, pèpe, sale, iègghie, pedresìne e pemedùre, e cchiù cchiù se mètte nu piène, abbondànde de meddiche de pane grattate.

S’av’a stà nzellènze (attenti) ca u granerìse mise crute, chescènne ggnotte l’acque e pedènne (perciò), n-dramèndre (nel frattempo) la tièdde stà iìnd’o furne, s’avà stà ad avìirte (molto attenti) ca no vvène bredosa bredose.

Acquànne s’acchemmènz’a sendì u u-addòre, s’assabre (si assaggia) nu picche pe vedè ce iè ccotte o punde ggiùste. Se lève la tièdde do furne pe ffalla sfreddèssce percè troppe bollènde, non dande se guste.

Traduzione sintetica

Ingredienti: Un chilogrammo di mitili, duecentocinquanta grammi di riso, cinquecento grammi di pomodori “appesi”, mezzo chilo di patate, due grosse cipolle, tre cucchiai di romano o pecorino grattugiato, olio, prezzemolo un po’ di pane grattugiato, sale e pepe.

Preparazione: S’incomincia a pulire i mitili, le tarantine sono le migliori. Dopo staccate dal giunco si lavano ben bene raschiando i gusci per mondarli dal terreno e dalle impurità.

Si prendono una per volta e, col coltello adatto, si aprono in modo che il frutto rimanga tutto in una sola valva; così aperte, si ripongono in un tegame ricoprendole d’acqua.

Si sbucciano le patate (quelle a pasta gialla sono le più idonee), si tagliano a fette tonde piuttosto spesse e anche queste si mettono in un tegame ricoperte d’acqua perché non anneriscano. Il riso, viene lavato con acqua fresca. 

Si prende, un bel ciuffo di prezzemolo, si taglia a pezzetti la cipolla, grattugiare formaggio romano o pecorino, il barattolo del pepe, del sale, pomodori “appesi”.

Preparato il tutto s’incomincia a sistemare sul fondo della tiella uno strato di cipolla tagliuzzata. Sulla cipolla si mettono le patate, poi si aggiungono i mitili aperti con il guscio in basso, senza sgocciolare dall’acqua nelle quali si sono riposte.

Sulle cozze si spargono il riso lavato e condito con formaggio, pepe, sale, olio extra vergine d’oliva, prezzemolo e pomodoro. Si rifà nuovamente lo strato di condimento come in precedenza e, in più, si aggiunge un pugno abbondante di pane grattugiato. Si pone un bel po’ d’acqua tenendo presente che il riso, durante la cottura, assorbe il liquido.

Bisogna stare molto attenti che durante la cottura si deve controllare che vi sia sempre acqua sufficiente per la cottura aggiungendone, però, un po’ per volta quanto basta evitando che la tiella riesca, in ultimo, eccessivamente brodosa.

Sentendo l’odore, si assaggia un po’ per vedere se è arrivata a cottura giusta. Si toglie la tiella dal forno per farla raffreddare perché troppo bollente, non è preferibile mangiare un succulento piatto di patate, riso e cozze.

 

La grafia della ricetta scritta in barese è stata aggiornata con regole grammaticali dell’Associazione «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

La ricetta può essere visionata e ascoltata su Youtube, cliccando il presente link http://www.youtube.com/watch?v=5xDwWRsltH8

 

 

Bibliografia ed emerografia: Alfredo Giovine, «U Sgranatòrie de le Barìse», Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1981; Giovanni Panza, «La checìne de nononne», Schena Editore, Fasano (BR), 1982; «Riso, patate e cozze, vince l’oscar a Bologna», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari 18-05-2001;  Gigi De Santis, «Calannàrie Barèse dumìle e ddù», Edizioni del Tirso, Bari 2001; Nicola Sbisà, «Puglia in Tavola», Adda Editore, Bari, 2004.

eFoto: «Preparazione e Tièdde de crète de patane, rise e ccozze». Libro, “La cucina regionale italiana - Puglia -”, Paola Loaldi,  Mondadori Electa, Milano, 2008;; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2014).

e Foto «Piàtte de patane, rise e ccozze», Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2014).

Foto: «Patane, rise e ccozze», Lino Patruno, Libro, “Invito a Bari”, fotografia, Nicola Amato/Sergio Leonardi, Mario Adda Editore, Bari, 1998; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2014). 

Lingua e Cucina Tipica Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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Uno scoop nello scoop… ancora scoop - Pestrìgghie, pestregghiàte chìine de nguàcchie nguacchiàte 2
Inserito il 02 luglio 2014 alle 08:24:00 da Gigi. IT - Comunicato stampa

Uno scoop nello scoop… ancora scoop

Il lupo continua a perdere il pelo ma non il vizio.

 

Pestrìgghie, pestregghiàte chìine de nguàcchie nguacchiàte.

 

«Raglio d’asino non arriva in cielo» (le parole calunniose e le dicerie degli sciocchi non hanno effetto).

 

«Sacco vuoto non sta in piedi» (l’espressione va riferita a chi si vanta di particolari meriti e di virtù che non ha, ma la sua pochezza finisce presto per essere smascherata).

 

«La sella d’oro non migliora il cavallo» (se uno non ha talento o non è dotato di iniziativa e ingegno non può certamente comprarlo o mascherarlo con facili escamotage. È un po’ come dire che l’abito non fa il monaco).

 

Chiamare gli altri,  invidiosi e gelosi senza un nesso logico è come aver lanciato un boomerang che si ritorce su sé stesso. 

 
Ci iè ccudde? Lassue a pèrde, s’attacche a ttutte le pelidde e a la feliscene (Chi è quello? Lascialo perdere, si attacca a tutti i peluzzi e alla fuliggine). Si dice dei cavillosi, per i quali ogni pretesto è buono per attaccar briga.

Domenica 8 giugno 2014 a Bari si sono verificati tre scoop nelle categorie: politica, sportiva e dialettale. Uno dei tre lo definiamo, a pieno titolo: «uno scoop nello scoop… ancora scoop». Andiamo per ordine.

Il primo scoop è intitolato alla politica strettamente locale, Bari ha un nuovo Sindaco, Antonio Decaro che ha stravinto al ballottaggio nel confronto con il rappresentante di centrodestra, l’ingegnere Domenico Di Paola, con il 65,4%.

Il secondo scoop è dedicato alla Bari Calcio per nuovo record di spettatori nel campionato di serie B, allo stadio «San Nicola», quasi sessanta mila, con una coreografia singolare; uno striscione con la gigantesca figura del Santo Patrono di Bari “Sanda Necole”.

Veniamo allo scoop più scoop, vale a dire al furbetto che continua a perdere... il pelo ma non il vizio.

Domenica 8 giugno, per  la XXI Edizione del «Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Bitetto” 2013-2014», la giuria, con il presidente del Premio, il prof. Michele Lucatuorto, grazie alla denuncia di uno dei partecipanti al concorso, ha scoperto, dopo la classificazione dei premiati, nella sezione B «Poesia singola in vernacolo, inedita, a tema libero», la poesia spedita dal furbetto era “edita” e, prontamente, è stata radiata.

Il furbetto non è nuovo a simili azioni, infatti, anche in un’altra manifestazione è stato scoperto partecipando al VII «Concorso di Poesie in Vernacolo Pugliese» Anno 2011-2012 organizzato dalla UIL PENSIONATI di  BARI e di PUGLIA e dall’«A.D.A di Puglia» (Associazione di volontariato per i Diritti dell’Anziano), perché ha inteso partecipare con altra poesia edita, (mentre il regolamento del concorso specificava, con la dichiarazione firmata dal partecipante sottoscrivendo (approvare incondizionatamenteche la poesia è inedita),

Ma chi è il furbetto che si è fatto cogliere con le mani nel miele? Tentando, da buon italiano, di aggirare le regole? Sempre lui, colui che continua a dichiararsi giornalista (invece è pubblicista), scrittore (e non abbiamo ancora visto pubblicare un suo libro scritto di proprio pugno, frutto della sua capacità inventiva), che più volte si firma quale ‘esperto di dialetti e tradizioni’ e dichiara:  «... io non scrivo in dialetto ma mi piace seguire e scrivere eventualmente qualche considerazione, quindi non posso dare alcun apporto in materia» e poi, si permette di correggere chi si diletta con il dialetto barese, demolendone lo scritto con critiche aspre e violente; uno che di ortografia barese non capisce e non ha mai capito niente di grammatica barese.

Ma chi è costui? Non c’è bisogno di citarlo è ARCINOTO negli ambienti della cultura dialettale barese e, soprattutto, più volte nominato nel presente sito «cliccate sul canale Dialetto, categoria Dialetto barese: Errori dialettali, Pestrìgghie pestregghiàte e nella  stessa categoria agli articoli <Critiche Severissime>, <Pestrìgghie pestregghiàte (Critiche Severissime)>  e <Dialetto barese: Nguàcchie Nguacchiàte (Critiche Severissime)»; «Folclore», categoria Decève tagrànne che mammarànne”, articoli <Decève Vastiàne posa piàne>, <Decève la sroche a la nore> e categoria A ccì appartìine (soprannomi)”, articolo <Le sopanòme (4)> ; «Personaggi», categoria “Le puète”, articoli <Giuseppe Romito> e <Giovanni Lotito>).

L’espertologo ( ! ) ha carpito per ben due volte, partecipando a concorsi di poesia, la buona fede dei Presidenti, delle organizzazioni, dott. Rocco Matarozzo e prof. Michele Lucatuorto.

Ci siamo domandati: con quale coraggio, con che faccia ha presentato il suo cosiddetto nuovo libro in dialetto barese che, come nelle sue precedenti pubblicazioni, è un copia-incolla, senza una spiegazione di note linguistiche per agevolare la lettura del dialetto barese, campo nel quale regna l’anarchia grafica assoluta, ciascuno adopera un proprio sistema, il barese viene scritto in tanti dialetti quanti sono gli autori.

Alla presentazione non ha spiegato (e come poteva spiegare?) i fenomeni di gruppi consonantici all’inizio e nel corpo della parola che per lui non esistono soprattutto a inizio di parola. Asserisce che è cosa del tutto personale e ignora, invece, che è regola grammaticale non solo barese, ma delle parlate meridionali.

Non sa rispondere all’abuso del j=gei (consonante straniera) che lui pronuncia erroneamente  i lunga (che non esiste negli alfabeti barese, italianolatino). 

Non chiarisce perché in alcune poesie e componimenti in prosa è usato il gei (j) e in altri no?

Perché alcuni autori usano la doppia B scrivendo in dialetto BBare e altri no?

Perché (è questo è gravissimo), alcuni, e soprattutto lui, usano accentare la vocale a, con l’accento acuto (á), mentre in molti usano correttamente l’accento grave (à)?

Perché gli autori hanno adoperato, nelle loro poesie, parole con l’accento grave e nel suo libro, sono state modificate con l’accento acuto e viceversa?

Perché ha modificato parole, accenti, punteggiatura ad alcune poesie? 

Non si è accorto inserendo per intero con il più classico copia-incolla, errori storici e linguistici «Il poemetto in dialetto barese inedito del sec. XVIII» inserito all’inizio del libro, non documentandosi se esiste la copia originale, perché non si capisce, per esempio, il canonico Francesco Bux, nato a Bari nel 1885, diventa ordinato sacerdote nel 1888, a tre anni dalla nascita. 

Perché in alcune pagine cita la fonte e in alcune no come a pag. 134, volutamente ha omesso l’autore del capitolo «Poesie dialettali baresi», appropriandosi dello scritto?

Perché a pag. 38 spiega a chiare lettere: (...) «… Infine non per tutti c’è la traduzione nella lingua italiana, poiché non sempre riportata dagli autori nelle loro originali composizioni.», mentre alle pagg. 87, 88, 163, 164 e 165 inserisce la traduzione di alcuni vocaboli di quattro poesie scritte da Vito Barracano e Agnese Palummo, che non le hanno tradotte?

Perché a pag. 124 nel titolo della poesia è scritto () e nella prima quartina del componimento (du) senz’accento? Qual è la definizione giusta in italiano?

Perché in alcuni racconti e poesie non si distingue la vocale (e) tonica da quella atona scrivendo tutte e due senz’accento? Mentre in altre liriche vengono evidenziate?

Perché in alcune poesie la (e) senz’accento a fine vocabolo non è scritta ma sostituita con un apostrofo?

Come si spiega a pag. 123 il nome Nicola, nelle due lingue: italiano e barese, è scritto con l’accento acuto la vocale (ó), quando è ben documentato che la pronunzia è aperta come si evidenzia correttamente in altre poesie?

E ci fermiamo qui! PE MMÒ! (PE MMÒ, si scrive in barese con l’accento grave sulla (Ò) e no aprostrafare (PE MMO’), come ha scritto l’espertologo. 

Ha solo risposto, come sempre, che siamo invidiosi. Invidiosi di che? Che continua a fare il furbetto partecipando a concorsi di poesia, non rispettando il regolamento, carpire la buona fede degli organizzatori? Invidiosi di che? Che ha pubblicato libri che sono copia-incolla? Invidiosi di chi? Che non risponde alle domande specifiche sull’ortografia barese?

Di sicuro l’espertologo non risponderà, come non ha mai risposto agli inviti di alcuni studiosi dell’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”, che più volte lo hanno cortesemente invitato a un confronto pubblico, nel quale possa spiegare perché la sua insistenza nel dire che Bari non ha una grammatica, mentre in una delle sue pubblicazioni spiega che la sua collaboratrice, studiosa del dialetto barese, ha contribuito alla redazione di regole grammaticali e ortografiche per la stesura del testo.

Il colmo è che anche nella nuova pubblicazione, ha citato nella bibliografia, libri di Alfredo Giovine, il più autorevole autore barese (come è stato definito recentemente dal prof. Pasquale Corsi, docente Ordinario, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi Aldo Moro - Bari e dal prof. Daniele Giancane, docente del Dipartimento di Scienze Pedagogiche e Didattiche dell’Università di Bari), il quale ha prodotto la Grammatica del Dialetto di Bari (a cura di Felice Giovine).

Come spiega questa grave incongruenza?

Non ha ancora risposto alle nostre soprascritte affermazioni. È bravo solo nello scrivere che siamo invidiosi e gelosi... di chi? Di che? Che cosa centra l’invidia, la gelosia se abbiamo semplicemente posto domande specifiche nel difendere, a spada tratta, la storia, le tradizioni e la lingua barese.  

Non c’è che dire, l’individuo in questione, per l’ennesima volta è stato scoperto con le mani nella marmellata, al pari di un plagio commesso, e non solo.

Speriamo fortemente che negli ambienti culturali e, soprattutto, nel mondo dell’Università degli Studi di Bari, si dia degna considerazione e rispetto alla Baresità autentica (Storia-Lingua-Folclore). 

Comitato Difesa Baresità

Ogni componente, anche individualmente, si impegna, in qualunque luogo, occasione e con ogni mezzo, ad intervenire, contrastando, riprendendo, correggendo affermazioni false e inquinanti, mistificazioni, banalizzazioni, da chiunque provengano, tendenti a distorcere, diffondere inesattezze e travisare la storia, la cultura, la lingua e le tradizioni di Bari e della sua Terra. L’invito ad Aderire è indirizzato a chiunque si riconosca e condivida gli scopi che il Comitato si prefigge, compresa l’uniformità della grafia dialettale.

Campagna di Sensibilizzazione

a cura dei siti web:

www.centrostudibaresi.it (Felice Giovine)

www.dondialetto.it (Gigi De Santis)

La Redazione


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COMITATO BARESE PER L'ABOLIZIONE DELLA J (gei)
Inserito il 05 giugno 2014 alle 08:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Credenze linguistiche

 

Comitato barese per l’abolizione della J (gei)

Per combattere il punteruolo rosso che sta decimando il patrimonio delle palme, occorre una massiccia e sistematica azione di contrasto e annientamento del nefasto coleottero, stesso impegno per combattere uso e abuso della J (gei).

Impegno che il Centro Studi Baresi intende perseguire per debellare tale erroneo utilizzo. Non sono pochi coloro che ignorano che la J con la lingua italiana non ha nulla a che spartire. Ma la cosa grave e che, lo ignorino giornali e telegiornali, alimentando convincimenti errati per l’uso incondizionato.

Per esempio scrivono jaluronico e lo sentiamo pronunciare ialuronico, scrivono jella, jettatore e le sentiamo pronunciare iella e iettatore. Scrivono junior e lo pronunciano iunior. Jesolo per Iesolo, Jole per iole, jaja per iaia, e ancora scrivono jonio, japigia, e leggono ionio, ionico, iapigia e iapigi, e poi non si comprende perché pronuncino Giazz per Jazz, Gim per Jim, Giolli per Jolly, Giumbo per Jumbo, giungla per jungla, ecc. Allora se scrivi Juventus devi leggere Giuventus, al pari di Jovanotti per Giovanotti, se leggi iunior devi scrivere iunior, se scrivi junior devi leggere giunior.

Tale confusione, la si riscontra anche nelle trascrizioni dialettali, generando il convincimento che trattandosi di dialetto, ognuno possa adottare il sistema di scrittura che più preferisce, senza tener conto che ciò ne limiterà la comprensione, relegando lo scritto solo a quanti riusciranno a interpretarlo. Chiunque riconoscendosi tra “gli insorti” voglia aderire al Comitato, è sollecitato a segnalare, non solo, alla redazione dell’«Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”», ma soprattutto a chi le commette, le scorrette grafie sollecitandone la correzione, per la salvaguardia della lingua italiana e della nostra grafia barese.

«Se si parla e si scrive italiano italianamente, si scriva barese, baresemente»

 Felice Giovine

Presidente dell’Accademia della Lingua Barese“Alfredo Giovine”

Noi,

Centro Studi Don Dialetto

Contributo alla Ricerca, Recupero, Difesa,

Valorizzazione e Diffusione

della Cultura Popolare e della Lingua Barese -

 

Aderiamo al

«Comitato Barese»

del

Centro Studi Baresi

La Redazione “Don Dialetto.it” - Bari

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.


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PRONTO SOCCORSO LINGUISTICO: ACCADEMIA DELLA LINGUA BARESE - A. GIOVINE
Inserito il 04 giugno 2014 alle 07:54:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

  

 

A tutti i baresi e “giargianesi

 

L’ Accademia della lingua barese 

Alfredo Giovine

 

comunica che è operativo il

 

Pronto Soccorso Linguistico

cui rivolgersi per non commettere

errori nella scrittura.

 

Non mortificate Bari

con grafie astruse.

 

Basta una telefonata:

 

iè n-dune !!!

Comunicato Stampa

Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”


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Ricordo di don Alfredo Giovine, indimenticabile anima di Bari
Inserito il 02 aprile 2014 alle 06:04:00 da Gigi. IT - Auguri

Alfredo Giovine

Memorabile, Ineguagliabile Cantore di Bari

1907 - 2 aprile2014

Storico, musicografo, demologo, dialettologo, poeta popolare.

Custode e Divulgatore delle Tradizioni e della Cultura Popolare Barese e Civiltà Musicale Pugliese

BBare la zita mè

 

U-amòre mì sì TTu.

Ì pènze sèmb’a TTè

BBare du core mì 

Tu sì la zita mè      

 

E qquann’arrìve magge

Ì sènghe attùrn’a mmè

Ca l’arie, mare e rrose

Addòrene de Tè.

(...) Chi non conosce l’amore dei Napoletani per la loro Napoli? Ma l’opera di folkloristica barese e questa nuova testimonianza di baresità mi fanno dire all’indirizzo di Alfredo Giovine, che molti Napoletani messi insieme, non superano in intensa e in trasporto l'amore che il Giovine nutre con così inestinguibile fiamma per quella Bari della quale tant’è invaghito, da chiamarla costantemente la “Zita mè”  - la sposa mia.

Francesco Babudri (1963)

Abbrile

 

 Quann’arrive premavère,:

N-gann’a mmare la matine,

Stà n’addore, no de fiùre,

Ma de laghena marine.

 

Assedùdet’a nu chiangòne,

 M’acchiamènghe le gaggiàne,

E stu core nzìim’a llore,

Va e vvène da lendane.

 

Pò u sole che le ragge,

Com’a nu prestigiatòre,

 Le capidde mì d’argìinde,

Me le tènge tutte d’ore.

 

Com’acquànne da maffiùse

Iì facève u trembettìire,

Nanza nanz’a la fanvare

 De le uàppe bressagglìire.

 

Pò, na larma breveggnòse

Scorre m-bbacce chiàne chiàne

E se spèrde tremuànne

Sop’o squèrze de la mane.

 
Alfredo Giovine

Per riconoscenza e ricordarlo negli anni, la Giunta Municipale, il 29 giugno 2000 con delibera n° 779 gli ha dedicato il tratto terminale dell’attuale Strada Adriatica che si sviluppa dopo il complesso balneare ‘Il Trullo’ finendo all’altezza dell’ex ‘Camping San Giorgio’. 

La mattina del 24 marzo 2001 c’è stata l’inaugurazione della nuova denominazione stradale Via Alfredo Giovine (demologo 1907-1995).

Servì Bari, senza servirsene


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Don Dialetto su Youtube: Cucina Tipica in Lingua Barese
Inserito il 28 marzo 2014 alle 17:35:00 da Gigi. IT - Cucina barese

Cucina Tipica in Lingua Barese

Non è una novità. È una peculiarità vedere in video la scrittura uniforme e sentire la pronuncia corretta della lingua barese su Youtube, grazie alla collaborazione di Nico Tomasicchio.

Il nostro Gigi ha aderito all’idea di pubblicare, a puntate, l’iniziativa culturale «La Lingua Barese», in collaborazione con l’«Accademia della Lingua Barese”Alfredo Giovine”» a cura di Gigi De Santis e Felice Giovine, presentata il 22 febbraio scorso nella sede dell’ECCEZIONE di  Bari del direttore artistico Rino Bizzarro, giunta alla XII stagione artistica.

21 e 26 marzo sono state messe in visione le prime due puntate della «Cucina Tipica in Lingua Barese», col titolo gastronomico locale “La Caldare” e con la briosa sigla di testa del gruppo barese i «Radicanto».

Le prime due ricette sono state: “Accome se fascene le strascenàte” e “Le ciggere che la pasta mesckate”. Ricette scelte da due tradizionali volumi di due noti autori baresi: Alfredo Giovine e Giovanni Panza: “U Sgranatòrie de le Barìse”, edito dalla Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi, collana gastronomica, 1968 (ristampato con l’arricchimento delle illustrazioni nel 1980, Edizioni Fratelli Laterza di Bari e nel 1992, Franco Milella Editore di Bari) e “La Checine de nononne”, Schena Editore, Fasano (BR1982 (giunto alla edizione: 1984, 1989, 2003, 2010).

Gigi e Nico hanno pensato a una gradita iniziativa continuando nel diffondere, grazie anche al prezioso e autorevole contributo dell’«Accademia della Lingua Barese”Alfredo Giovine”», un’ulteriore testimonianza video, per promuovere la lingua natia di Bari, scritta, parlata e recitata gustando l’ascolto delle pietanze ricche anche di condimenti linguistici: vocaboli, locuzioni, frasi idiomatiche, recuperate e diffuse nella loro genuinità.

La nuova ricetta

Patane, ris’e ccozze.

è inserita

Buona visione su Youtube, scrivendo Cucina Tipica in Lingua Barese o Nico Tomasicchio.

 

1ª Immagine dell’Istituto Geografico De Agostini, «Puglia, guida turistica e gastronomica», Novara, 1978; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2014).

 Foto: «L'ECCEZIONE», fototeca, Nico Tomasicchio, Bari 2014; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2014).

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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Grammatica Barese: La i che cambia i suoni
Inserito il 09 marzo 2014 alle 09:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

La Gazzetta del Mezzogiorno

 

Bari, 15 settembre 2013

 

Felice Giovine

Presidente dell’Associazione Culturale

Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”

 

Il Dialetto di Bari

ha una propria grammatica 

quindi è una lingua viva

Domenica, 15 settembre 2013, «La Gazzetta del Mezzogiorno», ha pubblicato un secondo interessante articolo riguardante le regole della grammatica barese a cura di Felice Giovine, presidente dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Un’intera pagina spiega l’importante ruolo della vocale “«i» che cambia i suoni”, il fenomeno della «i» prostetica o pròtesi (aggiunta), che «Il Conciso» del Vocabolario della Lingua Italiana dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, Edizione 1998 dà una definizione esatta che è la seguente:

«Fenomeno fonetico consistente nello sviluppo di un elemento non etimologico (vocalico o semivocalico) all’inizio di una parola, per esigenze eufoniche (per es., la i che viene talvolta preposta, oggi sempre più raramente, alle parole comincianti con la cosiddetta s «impura», dopo una parola che termina con una consonante: in istrada, in Ispagna, per iscritto, per ischerzo, ecc.».

Nella lingua barese il fenomeno è lo stesso, ossia: «Vi sono parole baresi che da sole e in determinate situazioni non possono essere pronunciate se non vengono sorrette da una delle vocali ‘i’ o ‘u’, dette vocali prostetiche»  (Alfredo Giovine: Il Dialetto di Bari. Guida alla grammatica, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari dic. 2005).

Infine, la funzione del semidittongo «iì», pronome personale di prima persona, io, che in barese è «ì»; esiste anche una versione con pronuncia peculiare barese che, per caratterizzarla, va trascritta con iì (con i prostetica); questi è un semidittongo ed è formato dalla semivocale ( i ) e dalla vocale (ì) accentata (i e u in barese, davanti ad altre vocali, hanno sempre funzione semivocalica - es. iìnde, iìdde).

È chiaro, che il pronome in barese (), non va mai scritto con la consonante straniera (j), come si ostinano a scrivere certuni. La J (gei, che qualcuno ancora considera una i lunga) peraltro, non esiste nell’alfabeto italiano come in quello latino (come lo ha evidenziato chiaramente Felice Giovine, nell’articolo di domenica sulla Gazzetta); tale segno (j=gei), è presente solo in lingue straniere e la sua pronuncia varia (come jungla, jazz, james, jour; e non, per es. jonico, japigia, jus, justitia, jesi, jacopo, ecc. non esistono, ma sono utilizzate da coloro che ignorano alfabeti e lingue italiana e latina). Possiamo annunciare che è un articolo coi fiocchi, scritto con competenza. Molto efficaci sono le introduzioni sia a questo articolo che a quello di sabato 31 agosto (E imparate a pronunciare la «e»), che hanno mandato su tutte le furie l’ “esperto di dialetto e tradizioni popolari” (così si firma), capace solo di contestare i due articoli, senza entrare nel merito (evidenziando la scarsa competenza e affidandosi a riporti di altri, affermazioni, peraltro, non attinenti all’argomento). Costui che si firma anche “giornalista” (invece è pubblicista), scrittore (e non abbiamo ancora visto un libro scritto di proprio pugno, frutto della sua capacità inventiva), e che si definisce “caporedattore” in un blog (sic), non ha mai affrontato nel merito una sola questione grafica ma ha elargito solo pettegolezzi, critiche e fumosi riferimenti, che non centrano mai l’obiettivo, mentre di studiare la grammatica barese non ne vuole sapere “No nge ngozze”.

Felice Giovine ha scritto nell’introduzione: «Il figlio di Alessandro Dumas diceva: «Non discutere mai: non convincerai nessuno. Le opinioni sono come i chiodi, più ci si picchia sopra, più entrano in profondità», analogo all’intrigante detto barese «Ce t’ha da fà tagghià, veccìre bbuène t’ha da capà» (se devi fare qualcosa di impegnativo fallo con chi ne è all’altezza)». Tali affermazioni sono state considerate segno di orgoglio, arroganza e presunzione, io aggiungerei d’invidia, per cui vanno rispedite al mittente, perché rispecchiano perfettamente la persona che le ha scritte. Invece di perdere tempo e fare “malesànghe” e “abbettàsse de bbile” perché non si mette a studiare la grammatica di Giovine, così si erudisce un po’ in quel settore che si dichiara esperto, se ne convince e rende un servigio alla cultura cittadina?  Ma il suo, non è un caso isolato, annovera addirittura dei seguaci; sì, avete inteso bene: seguàci!

Uno di questi afferma, leggete... leggete che dice (ed è una ex docente...); “Se nella lingua italiana la semiconsonante j (i lunga) è quasi scomparsa, nella grafia dialettale barese si usa quando è seguita dalla vocale i all’inizio di parola o di sillaba per trascrivere il suono gutturale di alcuni termini come: ji, jidde, jisse, jinde, jirte, jire, jigne, jirre (e iòrre), ajíre, trajíne”. 

Commento: Tempo addietro affermava che la j (che chiamava e chiama i lunga, e ha inculcato ad alunni tale sciocchezza) appartenesse all’alfabeto italiano, facendo arrivare a 22 le lettere, quando per le grammatiche serie, sono 21 (5 vocali  e 16 consonanti); e poi, afferma che si tratta di una semiconsonante.

Continua: “La vocale iniziale i da sola forma sillaba. Se il gruppo iì muta in ì per scrivere: pur’ì = pure io,  pur’idde  = pure lui, con la caduta della i detta eufonica, secondo me è da ritenere valida l’espressione:  [ i]pure ji, pure jidde”. (E ce ha velùte disce, non ze capìssce nudde). Ora se volesse trascrivere pure jì in pur’ì, facendo l’elisione, quale regola grammaticale potrebbe applicare o invocare, per far cadere ovvero eliminare una semiconsonante, quando sappiamo che essa si ottiene solo con vocali e mai con consonanti o semiconsonanti? 

Un’altra gaffe è che si domanda, avendo letto l’articolo di Felice Giovine (ma l’ha letto con attenzione e con competenza?), «C’è chi sostiene che il gruppo iì sia un semidittongo, ma esiste questa figura grammaticale?».

Nella grammatica italiana è evidente che questo fenomeno non esiste, lo sanno anche gli alunni della terza elementare, perché nella lingua italiana non ci sono vocaboli che iniziano con due (ii), (), (ìi). In barese, e qui viene rimarcato uno dei tanti  fenomeni della lingua barese (),  formato, e qui viene spiegato per l’ennesima volta, a chiare note, senza possibilità di fraintendimenti.

La prima i (è prostetica e semivocale. In barese i e u davanti ad altre vocali hanno sempre funzione semivocalica... quante volte lo dobbiamo ripetere per iscritto e a voce?). La seconda ì (è accentata, con l’accento grave ed è vocale piena) e non come qualcuno ha riportato e riporta scrivendo (ii), (), (ji), (jji), (), (ij). Quindi il semidittongo (), fa parte esclusivamente della grammatica barese evidenziato, grazie a seri e continui studi sul Dialetto di Bari, sin dal 1964, dal più autorevole storico, demologo, musicografo, linguista barese autentico, Alfredo Giovine, ignorato volutamente da certuni che si sono dichiarati più volte esperti, docenti del dialetto barese.    

Ma poi, la cosa di cui non ci si vuole convincere e ammettere, è che il dialetto barese, antecedente all’italiano, ha nel suo “dna linguistico”, particolari fenomeni grafici e fonetici, che si ignorano ostinatamente, per non concedere assensi a chi ne ha evidenziato natura e proprietà, e perché annullerebbero convinzioni di precedenti appassionati o studiosi, che hanno preso in definitiva delle “cantonate”. Come dice un antico proverbio ancora in uso “o squagghie de la nève ...”.

Ed è di questi signori, che li abbiamo colti in fallo (e non ce ne siamo accorti solo noi), a proposito dell’ortografia barese, in un loro recente libretto scrivendo il seguente strafalcione (e non è il solo): “àda pertá nzíne”. Invece la frase va scritta in lingua barese: ha da pertà n-zìine (la vocale (a) di “pertà” si evidenzia con l’accento grave, perché è per natura aperta e,  in barese, la maggior parte delle parole si pronunciano aperte. Anche nella lingua italiana e nell’alfabeto fonetico, non esiste l’(a) con l’accento acuto. E ci fermiamo qui!). Il paradosso è che uno di loro (l’espertologo) ha affermato elogiando la sua collaboratrice: «… Si è dedicata con passione allo studio del dialetto barese, contribuendo alla redazione di regole grammaticali e ortografiche», mentre lui, in più occasioni, ha asserito con convinzione che il dialetto barese non ha una grammatica e quindi non è una lingua.

A quest’ultima affermazione, inseriamo due risposte espresse tempo fa in una trasmissione radiofonica della Rai (Radio Anch’io del 13-08-2009 ore 09:00). La prima è della professoressa Marasca, dell’Accademia della Crusca: «… oltre 30% della popolazione usa ancora il dialetto in alcune regioni come Sicilia e Veneto la percentuale è più alta… Tutti i dialetti sono lingue».

La seconda è dell’attore napoletano Beppe Barra: «Io non vado a insegnare nelle Università, ma parlare con gli studenti… Difenderò il dialetto finché avrò voce».

Storia mè nonn-è cchiù, mal’a llore e bbèn’a nnù.

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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Lingua Barese: Problema Grafico - Denuncia dell'Accademia della Lingua Barese "Alfredo Giovine"
Inserito il 16 novembre 2013 alle 08:33:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

Dal 1843, anno della prima pubblicazione a stampa di poesie scritte in barese, si sono susseguiti una serie nutrita di autori e di scritti e lavori dialettali. Mancando, da sempre, un punto comune cui riferirsi, ognuno ha ritenuto di adottare a piacere un proprio alfabeto e una propria scrittura, per poter esprimere graficamente un fonema particolare, una parola “terciùte”, dimenticando, ignorando o confondendo ortografia e ortoepia con fonologia, glottologia, ecc.

L’Atlante Fonetico Universale è l’unico strumento scientifico cui riferirsi per esprimere graficamente suoni e pronunce, utilizzato esclusivamente da universitari e glottologi, per poter parlare e intendersi; noi altri, “s… glottologi” appassionati, come facciamo a scrivere e a scriverci per poterci intendere, senza dover andare all’università? Noi cultori terra-terra, come possiamo arrangiarci?

Mai nessuno che abbia pensato, fra le tante grafie, a proporre un sistema grafico semplice, uniforme, e soprattutto comprensibile da tutti. Dopo alcune “polemiche” apparse nei giornali negli anni ’60 (tra Alfredo Giovine e suoi sostenitori e altri) e, quelle del settembre 2008, alcuni volenterosi, armati di pazienza e apparente decisione, si erano riuniti con l’intento di condividere un sistema di scrittura, come quella italiana, nel rispetto di regole grammaticali di base dei fenomeni tipici del barese. Anche questo tentativo è miseramente naufragato, causa la scarsa conoscenza del dialetto e dei suoi fenomeni da parte della maggioranza dei partecipanti.

Nel 2005, il “Centro Studi Baresi”, sulla strada tracciata dagli studi di Alfredo Giovine. pubblica “Il Dialetto di Bari” (Grammatica, scrittura, lettura, Giuseppe Laterza ed.). Tali studi vengono condivisi dal “Centro Studi Don Dialetto” di Gigi De Santis, dal “Gat” di Gianni Serena (autore di una grammatica di Palese che si rifà sostanzialmente a questi studi), e “Pugliateatro” di Rino Bizzarro e altri appassionati che ritengono tale sistema un metodo facile per scrivere e per leggere l’idioma barese.

Da questa comune e condivisa visione nasce l’Idea dell’Accademia (intesa come “luogo di studio” - cfr. Treccani) e, intestarla ad Alfredo Giovine, era il minimo che gli si potesse riconoscere, dato che già nel 1962, egli ne auspicava la creazione.

Felice Giovine - presidente Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”.

Nel lontano 1962, il 20 gennaio, il Giornale Pugliese, diretto da Aurelio Calitri, pubblicò una lettera di Alfredo Giovine, intitolata: ACCADEMIA BARESE.

«Condivido quanto espone Ogon (Onofrio Gonnella) nel n.2 del 1962Nu tiàddre pe BBare”. Desidero esprimere qualche mio pensiero che sinteticamente racchiudo:

1) Non tollerare inquinamenti di attori con cadenze provinciali nella recitazione del barese. Abbiamo un esempio lampante e persistente che, sarebbe offesa all’intelligenza di chi legge, nominarlo.  

2) Uniformare, non rigidamente, la grafia dialettica sulla falsariga del più colto di tutti in materia: Davide Lopez.

Un lettore popolare barese, non avendo l’istruzione di una persona colta, si trova in difficoltà, di fronte a «tanti dialetti baresi» quanti sono gli scrittori che legge.

Necessita per tanto, un’amichevole accordo fra i vari poeti dialettali, costituendo una Accademia dialettale barese in seno alla quale si possono dibattere problemi che interessano la cultura del nostro parlato.

In questo modo, si eviterebbe l’altro inconveniente, vedere poeti intelligentissimi e dotati di acuto spirito umoristico, scrivere un dialetto cocktail.

Con questo non voglio avere l’aria di rilevare errori a nessuno perché se questi vi sono, i più vistosi sono propri i miei, per quel preciso accordo del quale facevo cenno e, pertanto, ne auspico l’attivazione. Molti ringraziamenti e ossequi»,

Alfredo Giovine

Risposta dalla redazione del Giornale: Arriveremo a un’Accademia dialettale barese, amico Giovine! Fra non molto.

Sono trascorsi esattamente cinquant’anni, e l’Otto maggio 2012, il desiderio è stato esaudito, si è costituita l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”, intestata a colui che fortemente l’aveva auspicata.  

Felice Giovine - presidente della soprascritta, autorevole, ACCADEMIA

Comitato Promozione «Bari Lingua e Cultura»

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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