Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell'essere suo.  ( Armando  Perotti )               * * *               Non si creda che i dialetti siano destinati a sparire, se mai si moltiplicheranno, pur tenendosi stretti alla lingua  " scritta  "  di Dante.  (Francesco Babudri)               * * *               Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono.  (Pasquale Sorrenti)               * * *               Non si può avere piena intelligenza della Divina Commedia senza tenere l’occhio rivolto al dialetto.  (Abbate Giuliani)               * * *              Il dialetto è un potente mezzo di comunicazione e ha diritto di cittadinanza nella scuola, e non solo a livello sperimentale. (Francesco Mininni)               * * *               Io credo che il poeta dialettale può e deve restare fedele al suo dialetto, se non lo fa, rischia di offrire ai suoi lettori, componimenti redatti o un dialetto annacquato o in un italiano adulterato.  (Oronzo Parlangeli)               * * *              Nella città di Bari, sono ancora in molti che identificano il dialetto con la povertà o come marchio di appartenenza agli strati più umili, gretti e ignoranti della società, al contrario di quanto avviene in altre città dove l’uso del dialetto è vezzo, sciccheria e ostentazione. (Alfredo Giovine)               * * *            I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell'interiore linguaggio che precede ogni fatto linguistico. (Pio XII)
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BUON CAMPIONATO 2014-2015 "FORZA BBARE"
Inserito il 29 agosto 2014 alle 05:54:00 da Gigi. IT - Bari Calcio

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NNanz’a ccusse Gardìidde

 Levàmece u cappìidde. 

Forza BBare am’a gredà,

N-zèrie “A” am’a ternà.

La redazione “Don Dialetto.it - Bari

augura ai tifosi, simpatizzanti e curiosi della squadra Calcio Bari, buon campionato di serie B con l’augurio di centrare due obiettivi: La promozione in serie ‘A ... “sènz’a ffà velène e ssanghe iàggede, ma cu serrise a la vocche” e la ‘Coppa’ dell’ospitalità e della disciplina sportiva.

* Il calcio è bello, quando è leale e ospitale *

Forza Bari civile, culturale e sportiva

 Le frasi in Lingua Barese sono di Gigi De Santis

Foto: «Il gallo», dipinto ad olio del pittore Francesco Spizzico (Bari 1910-1981), (collezione: comm. Gaetano Mastrorilli), estratto dal catalogo ‘Il Sottano’ a cura di Inigo De Maria, Editore Grafiche Favia, Bari, s.d., fototeca, “Archivio Don Dialetto”, Gigi De Santis, Bari (1976-2014).

Foto «Nuovo Logo del Bari Calcio». Immagine estratta dal sito «NoiNotizie».

Foto «Stadio San Nicola, Bari Novara 30-05-2014 », Agenzia Foto Giornalistica Luca Turi, Bari, 2014;  fototeca, “Archivio Don Dialetto”, Gigi De Santis, Bari (1976-2014). 

Comunicato Promozione «Bari Sport» 

Redazione Don Dialetto.it - Bari


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Colore ed Efficacia attraverso detti popolari sull'organo della vista
Inserito il 28 agosto 2014 alle 10:24:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Iàbbre l’ècchie

L’organo della vista è al centro di moltissimi detti popolari buoni e cattivi

Nel conversare quotidiano del barese il riferimento ai vari aspetti espressivi “d’u u-ècchie” (dell’occhio) in termine reale o figurativo sono numerosissimi. Chi richiama su di sé l’attenzione divina, fra l’altro, potrà dire: “Gesù, n’ècchie sù, ngi-av’a veldà” (Gesù ci guarderà con occhio benevolo e generoso). Se l’invocazione è provocata dal comportamento ostile di qualcuno, la frase potrebbe essere: “Mal’ècchie tù, bbuèn’ècchie de DDì” (Malocchio tuo, buon occhio di Dio) – La malevolenza altrui richiama la benevolenza di Dio -. E allora per ingraziarsi anche qualche santo la popolazione confeziona “l’ècchie de Sanda Lecì” (ciambelline di pasta coperti di zucchero glassato) pe invocare protezione per i propri occhi.

Ma l’uso del termine “u-ècchie” (occhio) può essere usato per indicare il diavolo se a questo si fa seguire l’aggettivo “russe”. Satana, quindi, può essere indicato con “u u-ècchie russe”. E qualche volta un tipo impressionato da particolari di un avvenimento che lo ha colpito dirà: “U u-ècchie russe? U tènghe nnanz’a ll’ècchie. U vègghe come ce ffosse mò. Acquànne u vedìibbe la prima volde me menì u ssanghe a ll’ècchie”. Ma “u u-ècchie” non guarda in una sola direzione, spazia sul campo alla sua portata, quindi, se “Mariètte” è una ragazza bellissima, i giovani “se la mangene che ll’ècchie” (se la divorano con gli occhi). La sua bellezza è arricchita da “l’ècchie rizze ca tène”.

Ma solo, dicono altri: “Mariètte tène l’ècchie de calamìte ca fascene scì iìnd’a la pappe de line” (ha gli occhi che stregano qualsiasi giovane). Cosa che non potrà mai accadere “a cci tène l’ècchie sdramme” (occhi storti). Certo alle donne con «occhi di calamita» i giovani fanno loro “u u-ècchie sguèrre” (l’occhiolino). Ma le donne smaliziate non si lasciano incantare, quando vedono qualche “chèchè” (fessacchiotto) che le fissano possono dire: “Ci-è creiùse, n’ècchie apìirte e u u-àlde achiùse”. Un modo come un altro per dimostrare di non avere buone considerazioni per chi aspira a cose più grandi di lui.

Ma nel barese la molteplicità d’uso “d’u u-ècchie” è così copiosa da far parte di tante espressioni con significati più disparati. Ad esempio, “U rasule o u-ècchie” corrisponde all’italiano «orzaiolo».

Tène n’ècchie partecolàre pe iùne” significa avere considerazione per qualcuno. Gli occhi cisposi sono in barese “ècchie scesciàte”. Per una persona squattrinata si può dire che “non dène manghe l’ècchie pe cchiànge”. Ma lo squattrinato “scètte la polva m-bbacce” a chi si rivolge per adularlo. La “polve” (polvere) si deve intendere «di cipria» secondo l’uso del Sei-Settecento. Ma il modo di dire è stato usato anche con significato di «gettare polvere in faccia» o «gettare polvere negli occhi» per impedire che altri vedano la verità che si vuole nascondere.

Al contrario può capitare che un tale in possesso di ottimi requisiti si senta menomato da un maldicente. Al che potrebbe rispondere: “t’ha da folge iècchie e vvocche” (devi chiudere occhi e bocca quando parli bene di me). “E a cci no vvole, l’ècchie da fore” (A chi non vuole parlare bene di me, che gli vengano gli occhi fuori dalle orbite). Tutto bene, se il soggetto è sicuro di sé, ma chi vuole contrabbandare qualcosa che non convince è bene che tenga presente “iòsce nom bbuète pegghià pe ffèsse cchiù nessciùne percè tutte hann’apìirte l’ècchie”.

E di qui il tarlo del dubbio tormenta il cuore dell’innamorato lontano. Che fa a quest’ora la mia Maria? Sono certo che la madre la sorvegli come si deve, se quasi dirimpetto a casa abita quel brutto muso che faceva l’occhio languido alla mia bella? Lei ha giurato e spergiurato che nessun altro ha nel suo cuore all’infuori di me. Ma posso essere certo?  A questo punto il popolano direbbe: “Iècchie ca non vète, core ca non grète” (occhio che non vede, cuore che non crede).

Ci sono taluni che, presi dall’ira del sospetto, si fanno dominare dagli eccessi della gelosia e allora arrivano perfino ad essere maneschi. In questi casi non ci vuol nulla che un innamorato inviperito possa, al posto delle carezze, “abbettà l’ècchie” (gonfiare gli occhi) all’amata per poi pentirsene e chiedere perdono all’oggetto amato. Stramberie, anch’esse uno strano prodotto dell’amore. E gli occhi “abbettàte” possono lasciare il segno per molti giorni di un altro lato del loro aspetto. E quindi in questo caso rientra il sintagma “l’ècchie amelengiàte” (occhi del colore della melanzana: blu scuro).

Ora se questi occhi hanno bisogno di guarire, non bisogna fasciarli, dovrebbero prendere aria perché il detto popolare dice: “U-ècchie vole u vìinde e la gamme vole u-abbìinde(L’occhio malato vuole il vento, l’aria libera e la gamba malata il riposo). E sulla scia delle credenze popolari vi è da aggiungere, quanto viene raccomandato, ad esempio, che “u u-ècchie du patrune ngrasse u cavadde” (l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Le tue cose devi curarle da te. Non c’è da fidarsi di altri). E se si vuol essere guardinghi per difendersi da più di un’insidia, “tìine sèmbe n’ècchie o pèssce e u u-àlde a la gatte” (tieni sotto controllo senza perdere di vista il gatto).

Altro suggerimento vien dato ai precipitosi: non partire mai in quarta. A tale proposito calza il consiglio: “Quatt’ècchie vèdene mègghie de dù” (Quattro occhi vedono meglio di due: il giudizio di due persone è migliore di quello di una persona sola). Ma “ci tène u u-ècchie a la torre” non può essere idoneo nell’ultimo caso trattato perché è «strabico».  

L’articolo è stato trascritto, ampliato e aggiornato con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». 

Emerografia: Alfredo Giovine, «Ragazzo, "Iàbbre l'ècchie"», “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 20-06-1993; Gigi De Santis «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2014).

 

Foto: «Assì da iìnd'a ll'ècchie». Disegno, Antonio Longo, Libro, “L'arguzia del popolo”, Anna Longo Massarelli, Edizioni Nuovi Orizzonti, Modugno (BA) 2007; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” - Bari (1976-2014). 

2ª Foto: «Santa Lucia», Archivio Ruggeri Arredi Sacri, Bari, 2013.Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” - Bari (1976-2014). 

Foto: «“U rasule (L'orzaiolo)”». Libro, «Enciclopedia Medica di Selezione per la Famiglia», Alberto Miani,  Selezione dal Reader's Digest, Milano 1977; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” - Bari (1976-2014). 

Lingua e Folclore Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

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Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”

 (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese attraverso i giuochi di strada
Inserito il 27 agosto 2014 alle 09:34:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Nei mesi estivi, un gioco di gruppo assai diffuso era...

U verruzze

 (La trottola)

N’alde bbèlle scèche, ca le uaggnùne scecuàvene volèndìire, ièv’o verruzze (alla trottola). Iève fatte de leggname de fiche (fico) o de nosce (noce) e tenève la forme de nu cone capesotte (cono rovesciato munito di scanalature), che nu prone a la ponde (piccolo pezzo di metallo inserito alla punta) de fìirre o, mègghie, d’azzare (d’acciaio).

Pe ffà rezzeuà (girare), nge velève nu lazze (cordicella) ca le uaggnùne de na volde u sfelàvene do bbuste de le mammre lore, ca tanne s’usavene assà, cu passà du tìimbe, u lazze se vennì nzìim’o verruzze. Se ndrettegghiàve u lazze atturn’atturne a la cassce (si avvolgeva la cordicella iniziando dal basso in alto della trottola coprendo le scanalature); a la ponde du lazze, le uaggnùne nge facèvene nu nute (nodo), cèrte mbèsce nge mettèvene, dope fatte u nute, na ramètte cazzate, fatte nu bbuche o cèndre, p’avè la forze de strènge cchiù mmègghie u lazze ndra l’uldem’e ddù disscete (anulare e mignolo) de la mana drètte (destra) o mangine (sinistra) mèndre, m-mènz’a le prime disscete (pollice e indice) tenèvene mandenute u verruzze pronde pe ièsse langiàte facènne scì, nnanz’e drète la mane, a iùse de standuffe, pò facèvene sceuuà u lazze do verruzze e ccusse, cadènne n-dèrre, acchemenzàv’a rezzeuà (girare).

Le cchiù nzìiste (i più bravi) arresscèven’a ffàuue rezzeuà menànnue: “a la ssùgghie” (si lanciava la trottola direttamente verso il basso obliquamente) pegghiàt’a vvole (senza farla toccare a terra); da sott’a la gamme (nel momento del lancio la si faceva passare da sotto a una gamba) o da sott’a la gamme pegghiànnue (prendendolo) a vvole. Ma ce non z’arresscèv’a ffàuue rezzeuà, se decève ca u verruzze avève fatte “carrozze”.

U verruzze avèv’a ièsse “pennìidde” avèv’a rezzeuà sènze ca facève nessciùne remore (senza sussulti), mbèsce ce zembave (saltellava) iève “trappeta trappe”. Pe ffàuue devendà pennìidde, u uaggnòne levav’u prone, nge mettève iìnd’a la ponde de la cassce nu picche de carta vèline o la vammasce (bambagia) e mmèrde de cavadde (sterco di cavallo) e ppò nge sckaffave arrète u prone.

A scecuà o verruzze, s’acchecchiàvene da le trè a le cinghe e ppure cchiù uaggnùne. Oggnune tenève u verruzze sù, ngocch’e iàlde avève nu verruzze cchiù ggrèsse, ca iève volde de cudde normale. Tenute come na relìggue (reliquia, gelosamente custodito), pettate a ll’use, che nu bbèlle chelore, oppure a ddù o a ttrè chelure e ngocch’e vvolde se vedèvene verruzze seggnate (disegnati) che ccèrte fegure, c’acquànne u facèvene rezzuà, iève nu spettàgue a vedèuue.

Prime d’ammenà u tècche, se decedève le nummere de le zècche (colpi di punta di ferro o d’acciaio, addirittura colpi di “cendrone” grosso chiodo) ca s’avèven’a dà a la fine du scèche a ccudde c’arremanève sotte.

Ammenate u tècche, u prime c’assève, scènne sotte, mettève u verruzze sù m-bbacce a la frabbeche (alla parete del fabbricato) e ll’alde scequatùre, a tturne, facènne apprime rezzeuà u verruzze lore, u pegghiàvene sop’o palme de la mane (palma della mano) e ssèmme geranne, s’avvecenàvene o verruzze ca stève sotte e nge dèvene le bbotte pe ffàuue cammenà vèrse la ponde du marciappìite e ffàuue cadè da sop’o marciappìite ditte: “o macidde”.

Tutte le uaggnùne, tenèvene nu seconde verruzze, la “casscetèdde”. Iève nu verruzze cchiù ggrèsse addò nge nzaccàvene nu cendrone da sope-sotte pe non ffàuue cammenà faggelmènde o acquànne s’acchiàve a ppèrde la partite, u uaggnòne du verruzze grèsse u mettève sotte pe recève le zècche. Ma servève, pur’a la fine du scèche, de dà cèrte sorte de zècche.

N-dratànde (frattanto, nel frattempo) ca se chendenuàv’a scecuà, iùne de le uaggnùne, ce sbaggliàve a menà u verruzze n-dèrre, non gerave dritte o nonn-u pegghiàve bbùun’a vvole, oppure non facèv'a ttìimbe a menduà che na bbotte la casscetèdde, scève sotte e u scèche se repegghiàve do punde de cudde ca stève sotte prime e se scève nnanze pezzinghe acquànne u verruzze de sotte venève spengiùte o macidde, sott’o marciappìite. DDò (Qui) u scèche trasève iìnd’a la seconda fase e se facève criùse.

 

Pegghiàvene la casscetèdde e la mettèvene fermate che na mane iìnd’o bbuche de nu tombine de la feggnatùre. La casscetèdde trasève asselute da la vanne de sotte mèndre la cassce, u ssope du verruzze, iève pronde p’avè le zècche. A oggn’e stèzze de leggname ca se ne menève (che si staccava) da sop’a la casscetèdde, dope na mazzate asseduàte de zècche, le uaggnùne lecquàvene: «Mòooocche! ce ssorte de pane tèste. Nah! damangìuue a le zocchene (topi)» e scettàvene u frambùgghie (truciolo) iìnd’o bbuche du tombine de la feggnatùre.

Ma petève seccète ca iùne de le scequatùre, nge dève na zècche cchiù fforte, macare che la ponde du cendrone de la casscetèdda so, spaccànnue a metà e ttanne, se lecquàve (si gridava di gioia) mèndre cudde ca u-avève spaccate in (in due parti), avève deritte a pegghiàrse u prone o u cendrone, come trofè (si aggiudicava il pezzo di metallo come trofeo). 

 

L’articolo è stato trascritto e aggiornato con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». 

Bibliografia: «Calannàrie Barèse, Dumìle e trè», Gigi De Santis, Edizioni del Tirso, Bari, 2002. 

Foto: Libro, «I giochi dei ragazzi», Alfredo Tanzarella, Schena Editore, Fasano (BA), 1992. 

Foto: Libro, «Dizionario dei dialetti Pugliesi», Vol. 2, Giovanni Colasuonno, Edizione curata dall’autore, stampa Franco Milella Editore, Bari, 1992.

Foto: Libro, «Poesia e tradizioni popolari dalla Magna Grecia ai giorni nostri», Luigi Vellucci, Edizioni Pugliesi, Martina Franca (TA), 2006.

Foto: Opuscolo, «Dai giochi della memoria ai giorni nostri», Daniele Giancane, Edizione C.R.S.E.C. BA/8-BA/9-BA/11-BA/13-BA/17 Regione Puglia, Levante Editore, Bari, 2002.

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.

Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”

 (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)

 

 

 


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese attraverso la cucina mediterranea
Inserito il 26 agosto 2014 alle 09:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Un piatto povero, fresco e gustoso che ben volentieri si prepara nella stagione estiva, specie di sera è:

La cialdèdde

 

Se mètten’a ccosce mìinze chìle de patane, acquànne sò ccotte, se lèvene, se pelìzzene levanne la scorze e se fascene a stèzz’a stèzze mettènnele iìnd’a nnu piàtte cheppute.

Se conzene che nu pare de pezzecàte de righene, iègghie, ngocche cetrone levate la scorze e tagghiàte accome le patane, pemedùre mìinz’e mmìnze, pure chisse tagghiàte a stèzze, cepodde d’Acquavìve tagghiàte a ffèdde e nu picche de sale. S’ammène nu muèrse d’acqua frèscke, s’aggirene e se mangene cu ppane.

BBuèn’appetìte a cci se l’av’a mangià, lassanne  u u-addòre a cci non la pote assaprà.

 

Traduzione sintetica.

Si fa bollire cinquecento grammi di patate, quindi si sbucciano e si tagliano a tocchetti, ponendole in un piatto concavo.

Si condiscono con un po’ d’origano, olio, qualche cetriolo tagliato allo stesso modo delle patate, pomodori crudi semimaturi tagliati a pezzetti, cipolla d’Acquaviva tagliata a fettine e nu po’ di sale. Si aggiunge per ultimo un po’ d’acqua fresca e si consuma “la cialdèdde” con il pane.

Buon appetito a chi se la mangia, lasciando l’odore a chi non la può assaggiare, gustare.

La grafia in barese della ricetta è stata trascritta e aggiornata con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». Bibliografia ed Emerografia: Alfredo Giovine, «U Sgranatòrie de le Barìse», Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1980; Fonte orale,nonna Pasquina Casadibari (1932-2007).

e  Foto: «La cialdèdde». Libro, “a tavola sulla costa barese”, Vito Buono/Angela Delle Foglie, Levante Editore, Bari, 2006; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” - Bari (1976-2014). 

Lingua e Gastromia  Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”

 (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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ALFREDO GIOVINE * ANNIVERSARIO 1995 - 25 AGOSTO - 2014
Inserito il 24 agosto 2014 alle 09:14:00 da Gigi. IT - Anniversario

Alfredo Giovine

 

Mitico custode della memoria storica  della sua Terra.

Ha lasciato agli studiosi, un’eredità straordinaria.

Ricercatore delle tradizioni popolari, scrittore, poeta: uno che sapeva veramente tutto.

La Redazione: Contrappunti, Bari ottobre 1995.

 

Nell’anniversario della scomparsa dell’insigne storico, musicografo, demologo, linguista, poeta popolare barese

Alfredo Giovine

La famiglia De Santis lo ricorda sempre con affetto e immutato rispetto.

La Redazione “Don Dialetto.it”, nel diciannovesimo anniversario della scomparsa di

Alfredo Giovine  

Ricorda l’illustre Cantore di Bari. Punto di riferimento della Storia, delle Tradizioni e della Lingua Barese.

Gigi De Santis, con affetto e stima immensa porta sempre nei suoi pensieri e nel cuore l’insegnamento, il dinamismo e la bontà del suo caro Maestro galantuomo

Alfredo Giovine

Indimenticabile anima di Bari.

Il Centro Studi “Don Dialetto” (Ricerca e Divulgazione della Cultura e Spettacolo Popolare Barese) tiene sempre accesa la fiamma della memoria dell’irripetibile storico, musicografo, demologo, linguista, poeta popolare barese

Don Alfredo Giovine

Uomo di gran valore. Personaggio multiforme e straordinario. Barese verace che ha servito Bari, senza servirsene.

I fondatori dell’associazione culturale Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine ricordano con deferenza lo storico, musicografo, demologo, linguista, poeta popolare,

Don Alfredo

 

Conversando, sia pure per telefono, con Alfredo Giovine si assapora la poesia del suo linguaggio scorrevole, la tenera melodia che avvolge la parola e la baresità nel quotidiano nella dimensione realistica.

Attentissimo osservatore della vita quotidiana del popolo barese.

Studioso  e ricercatore della cultura popolare orale, la cui presenza è ineliminabile nella letteratura dialettale pugliese del nostro secolo.

Il suo realismo è intriso di profonda umanità ed è immune da ogni ideologismo astratto.

Il Giovine è uno studioso appassionato ed un cultore qualificato ed innamorato delle nostre tradizioni.

A nostro parere, è il più illuminato osservatore delle tradizioni pugliesi.

La sua cultura non è soltanto poesia e dialetto, ma anche storia sociale.

Egli ha raccolto un vasto patrimonio orale delle tradizioni popolari baresi, che superano la forza distruttrice del tempo, i costumi, i detti, i canti, le vestigia delle età passate, non con lo scopo di ripristrinare l’uso che volge al tramondo, ma di registrarne l’esatto ricordo per la storia dell’uomo e del suo tempo.

Per il Nostro, come del resto è stato per il La Sorsa, il passato non muore, in quanto vive il presente.

Le tradizioni popolari sono il prodotto del passato che viene rinnovato e reso vivo dal presente.

Secondo Giovine, anche l’etnologia non può esseere disgiunta dal folklore, in quanto è essa che dà saldo fondamento storico alla tradizione popolare. 

Franco Noviello «Rassegna delle Tradizioni Popolari», Gravina in Puglia, ott./ nov./ dic. 1992. 

 ... Bisogna sottolineare, ancora, che la passione di Alfredo Giovine non è nata nell’animo di uno studioso di professione, di un letterato... d’origine, ma nell’animo di un imprenditore capace e fortunato nelle sue attività «private», di un uomo che dalle sue ricerche non solo non ha mai cercato di cavar denari, ma neanche onori e notorietà, che pur non gli sono mancate,  specie nel mondo degli appassionati.

Alfredo Giovine meriterebbe e meriterà, ed avrà, ben più ampio e documentato ricordo. Ma mi pare che oggi, il messaggio da consegnare in Suo nome alla Città, il messaggio implicito nello struggente ultimo pensiero per la Gazzetta e per chi scrive, da lui affidato al figlio nell’imminenza nella fine, sia proprio questo:

«Impariamo ad esser memori della nostra storia; sappia Bari imparare a salvare, difendere, tutelare la memoria di se stessa. Le nuove generazioni, quelle più giovani, quelle emergenti, quelle della «ripresa» non trascurino questo messaggio: sarebbe uno scempio non solo per il cuore, ma per il cervello stesso di Bari».

Giuseppe Gorjux «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari sabato 26 agosto 1995.

  

Taresine

 

Agghie viste a la fenèste,

Na uaggnèdde l’alda dì.

Nu prequèche bbiàngh'e rrusse.

Quand’è bbèdde Gessummì.

 

Ce la vègghe quann’asscènne

Nge agghie a disce: “Taresine,

Ce me uè pe zzit’a mmè,

Tu devìinde na reggine.

 

Iì non dènghe assà terrise.

Manghe loggre e nnè palazze.

Ma de cchiù de sti recchèzze

 Iì te dogghe cor'e vvazze”.

 
Alfredo Giovine

 La poesia è stata scelta dalla stampa «Alfredo Giovine, biografia e bibliografia», Edizione «Centro Studi Baresi», Felice Giovine, Bari, 1995 ed è stata aggiornata con modello di scrittura a cura dell’Associazione «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”» costituitasi l’otto maggio 2012.

Foto:  «Alfredo Giovine, febbraio 1985»,  gentilmente donata da Felice Giovine.

Foto:  «Alfredo Giovine declama poesie in lingua barese, Bari Castello Svevo 18-04-1954», gentilmente donata da Felice Giovine.

Per le notizie biografiche di Alfredo Giovine fare clic su canale «Personaggi», categoria «Le puète» -.

Comunicato Promozione «Bari Immagine»

Redazione “Don Dialetto.it” - Bari 


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese attraverso Superstizioni, Credenze, Pregiudizi
Inserito il 23 agosto 2014 alle 08:44:00 da Gigi. IT - DIALETTO

 

U ciùmme porte fertune... ce iè mmasque

(Superstizioni, Consuetudini, Lingua Barese)

Il folclore barese e pugliese abbraccia un vastissimo campo di ricerche tra cui elementi che trattano la superstizione, le credenze, i pregiudizi, gli scongiuri. Contrariamente a quello che si dice, desta meraviglia costatare nell’era della tecnologia e del sapere, notare in tutti gli strati sociali, che è ancora forte l’atteggiamento irrazionale nell’efficacia, positiva o negativa, di cose, persone, animali, avvenimenti o pratiche.

Ebbene, il presente articolo è ricco di esempi ricavati da fonte orale del popolino e da scritti firmati da don Alfredo Giovine, fonte inesauribile della Baresità incontaminata. 

L’uomo, generalmente, è stato sempre schiavo di superstizioni di vario genere. Alcune di esse sono state spazzate via dai tumultuosi tempi moderni, anche se i risultati non si sono verificati in modo uniforme dappertutto. Oggi, ben pochi baresi darebbero peso alla credenza del loro concittadino di oltre settant’anni fa che si faceva cupo in volto e nell’animo se si fosse imbattuto in una scarognata “cemmerùte” (gobba), sia pure facendo subito ricorso agli  scongiuri, dei quali i più efficaci erano considerati quelli sconvenienti.

E così il malcapitato non del tutto tranquillo, nonostante l’ «antidoto» usato, si affannava andando alla ricerca “de nu ciùmme” (di un gobbo, considerato porta fortuna) al quale potergli sfiorare la gobba per neutralizzare l’influsso malefico della “cemmerùte”. Se la “casscètte” (la gobba, ma qui vale per gobbo) prendeva tutte le misure atte a evitare l’«assalto» dei «toccatori di gobba», al «toccatore» bastava ripiegare lanciando da lontano bacetti con la punta delle dita verso la gobba porta fortuna, approfittando delle fugaci apparizioni del… fortunato possessore.

Il «toccatore» doveva far questo con rapidità, riducendo al minimo indispensabile i gesti per evitare il ridicolo e la derisione da parte di «sfottitori», che in simili frangenti, avrebbero fatto altrettanto. Se il gobbo s’infastidiva o dava segni d’insofferenza alle attenzioni dei «toccatori», poteva sentirsi indirizzare da qualcuno l’invettiva “Cemmerùte e ggamme settile, non zì iòmmene pe ffà le file”. Sulla «gobba» (“la cemmerùte”), invece, correvano i versetti ironici: “A uèllì, a uèllà / Ce vvole la cemmerùte / De cap’a mmare s’av’a scettà”.

Fra gli anziani appartenenti al popolino della città vecchia si possono cogliere ancora resti di credenze che in altri strati della popolazione sono quasi del tutto scomparsi. Ad esempio, un vecchio barese non poggerà mai il cappello o il berretto sul letto di casa perché porta disgrazia. E poiché la disgrazia “sciòche degessètte” è bene neutralizzare il suo maleficio nominandolo, come è noto “sìidece cchiù iùne” (sedici più uno). Però il 17 può tramutarsi in ottimo portafortuna giocandolo al lotto, sempreché venga suggerito in sogno oppure proposto da un frate o da un gobbo non «travestito». Come si è soprascritto, la gobba dell’uomo porta fortuna, quella della donna, il contrario. Che “la fèmmene” sia sinonimo di guai è detto dal maschilista modo di dire “figghia fèmmene e mmala nettate”. Tipica espressione quasi un rito dopo una nottata di tribolazioni per assistere la moglie che dà alla luce una femminuccia. “Me sò mettute  n-guèdde n’alda cambiàle. Acquànne s’av’a sfrangià?”. E una volta “fattese mènda capasce” (una volta rassegnatosi) è bene dare “na regettàte a ttutte la case pe recève le parìinde”.

Dalla pulizia generale una volta si escludevano le ragnatele.  “La felìscene non ze lève mà, assenò tanda uà puète passà”. «Erravano», quindi quanti ritenevano senza conseguenze funeste l’eliminazione con uno zolfanello. Altrettanto da evitare era accendere il sigaro o la sigaretta a persona più anziana, sarebbe stato foriero di sciagure. È evidente che il fumatore in erba non poteva temere una simile evenienza per la sua giovane età, ma correva rischi gravissimi se qualcuno lo misurava dalla testa ai piedi: una cassa da morto da riempire era dietro l’angolo. Quel tale, destinato a passare ad altra vita, avrebbe sognato “u tavute” o carne macellata di significato indubbiamente infausto, oppure la caduta di un “gangale” (molare). Quest’ultimo caso, poi, preannunciava addirittura un lutto in famiglia. Meno grave era considerata, invece, la perdita di tutti i denti purché la caduta fosse stata conseguenza di un energico peto sganciato molto vicino alla bocca. Una volta rimasto “scheggnate” (sdentato), il poveretto veniva additato e deriso: “scheggnate sènza dìinde vase u cule. a le pezzìinde”.

Questi soggetti, particolarmente impressionabili, se non riuscivano a chiudere occhio, complice il caldo d’estate, dovevano stare attenti quando passavano la notte “sop’a la logge”. La tentazione di volgere lo sguardo al cielo e contare le stelle per conciliare il sonno secondo l’uso degli insonni, avrebbe prodotto qualche spiacevolezza. Alle prime luci dell’alba sul corpo dell’imprudente contemplatore del firmamento sarebbero apparsi tanti foruncoli per quante stelle avesse contato. Se qualcuno dovesse avvertire prurito nella palma di una mano, non crederebbe che tanti anni fa avrebbe dovuto interpretare tale sensazione molesta come buona predisposizione o segno premonitore di “terrise” o “mazzate”.

Se la notte “u malacìidde” (la civetta) svegliava di soprassalto chi dormiva saporitamente, questi si levava dal letto precipitosamente farfugliando imprecazioni verso il maledetto animale messaggero di morte, cercando un amuleto che potesse neutralizzare o quanto meno attutire l’influenza malefica “du malagùrie”. Annaspando nell’oscurità, rovesciando qualche sedia o il vaso da notte si portava “auuandànn’auuandànne a l’attandùne” (a tentoni) dietro la porta dove era affisso l’immancabile ferro di cavallo, il corno di bue e immagini di santi toccandoli freneticamente come esorcismo liberatore. Ma riprendere sonno diveniva un serio problema per questi «fissati». La “papagne” (papavero) e la lattuga pur considerate di «sicuro» effetto soporifero, non esplicavano alcuna azione positiva su un «fifone» su di giri per il suo stato ansioso. Chi aveva “u segghiùtte” (il singhiozzo) doveva preoccuparsi perché qualcuno stava tramando misteriosamente ai suoi danni. Così era foriero di guai “u ruscete” (ronzio) nell’orecchio destro perché nell’altro significava l’opposto: “a mmane manghe (sinistra) core franghe (cuore franco)”. 

Altro esempio di stramba credenza? Bastava veder passare un funerale, un cavallo bianco e un prete ed ecco che la giornata doveva svolgersi nel migliore dei modi senza intoppi e contrattempi. Il contrario di questa giornata lieta era il due novembre. In quella notte le anime dei morti uscivano dalle tombe e, varcato il cancello del cimitero, sparivano nell’oscurità per andare a sistemare quanto lasciato in sospeso prima di morire. Qualcun altro “a la bonate” credeva che tre persone dello stesso nome potevano battezzare un asino, mentre chi la sapeva lunga se la rideva.

Se il gatto si leccava lo zampino e lo passava sulla testa, oppure il gallo cantava di giorno, la pioggia era vicina. Cosa bisognava fare, invece, in caso di temporali onde proteggersi dai fulmini? Bastava invocare: “Sand’Irène e ssand’Èlisabbètte / Protiggece da le fulmene e da le saiètte”. Qualcosa di vero, invece, c’era nel credere che il carrubo e il noce attirassero i fulmini. I contadini evitavano di rifugiarsi sotto una delle due piante durante il temporale. Il noce era particolarmente temuto. I fulmini lo preferivano perché esso rappresentava l’albero delle streghe e del diavolo.

Se si rompeva uno specchio per volontà o per distrazione e se s’investiva un gatto, si subiva per sette anni disgrazie. Buon segno se feci umane fossero sognate. Di valore opposto era l’atto di sedersi sulla tavola da pranzo, come anche di cattivo augurio se si rovesciava sulla tovaglia o per terra l’olio o il sale, mentre il vino rovesciato continua a significare “uascèzze”, lieto augurio.

L’articolo è stato trascritto e aggiornato con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». 

Emerografia: Alfredo Giovine, «Non è vero ma ci credo», “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 28-08-1980; Alfredo Giovine, «Se è uomo porta bene»,  “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 10-08-1985; Alfredo Giovine, «Se quei numeri li dava il monaco...»,  “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 24-02-1989; Alfredo Giovine, «Se il gatto si lecca lo zampino»,  “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 26-05-1989; Alfredo Giovine, «L'affannosa ricerca “de nu ciùmme”»,  “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 11-10-1989; Gigi De Santis, «Calannàrie Barèse dumìle e dù», Edizione del Tirso”, Bari 2001; Gigi De Santis, «Che sfortuna, è passata una gobba»,  “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 3-10-2013.

Foto: «U ciùmme ce iè mmasque... porte fertune». Disegno, «Piccolo viaggio nel mondo delle superstizioni»,  Alfredo Giovine, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 10-08-1985; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” - Bari (1976-2014). 

Foto: «“La fuèrce”, contro le maldicenze», Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” - Bari (1976-2014). 

Foto: «“Cuèrne e cciùmme”». Libro, «Puglia: Viaggio nelle tradizioni e nel folklore», Raffaele Nigro, immagine di Nicola Amato e Sergio Leonardi, Adda Editore, Bari 2002; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” - Bari (1976-2014). 

Lingua e Folclore Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”

 (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)

 


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Il nome: Bari
Inserito il 21 agosto 2014 alle 13:04:00 da Gigi. IT - STORIA

Gli studi e le ricerche di antichi e contemporanei storici e studiosi che hanno dedicato molti anni al significato dell’origine del nome Bari, non si è ancora riusciti a scoprire l’esatta l’etimologia che, fino all’inizio  della seconda guerra mondiale, il popolo pronunciava in dialetto “Vare” per “BBare”. Gli ultimi approfondimenti sullo studio dell’origine del toponimo provengono dal prof. Mario Cosmai (Bisceglie 22-09-1926 / 18-12-2002) e dallo storico barese Vito Antonio Melchiorre (Bari 9-07-1922 / 15-10-2010). 

Mario Cosmai, nella pubblicazione «Antichi toponimi di Puglia e Basilicata» Levante Editore, Bari, 1991 ha scritto:

«Il triplice stanziamento, avvenuto in età storica in Puglia, dei Messapi al sud, dei Peuceti al centro e dei Dauni a nord (onde è rimasta nell’uso la forma Puglie in alternanza a Puglia) fu soggetto a continui spostamenti, dovuti a cause varie, come guerre, carestie, ecc. Città peucete come Bari, Barletta, Bitonto, Salapia, Canosa, Venosa e Ruvo (che fu capitale della Peucezia), si sono rivelate, alla luce delle ricerche linguistiche, originarie sedi dei Messapi, un popolo d’origine illirica, proveniente dall’opposta sponda adriatica, nella cui lingua si trovano elementi comuni alla lingua albanese.

Col passare dei secoli, i Peuceti, ritenuti di stirpe italica e di carattere bellicoso, ricacciarono i Messapi nell’estremo lembo della penisola, attestandosi definitivamente nelle attuali sedi. Infatti, man mano che si procede da sud verso nord, l’influenza della lingua messapica si riduce progressivamente.

Bari fu dapprima un abitato illirico risalente a oltre 3000 anni fa, riportato alla luce degli scavi archeologici e illustrato dal Gervasio (Michele Gervasio, Monteverde di Lucania 1877-Torre a Mare (BA) 1961 «N.d.R.»). Si denominò Bayrìa, nome che significa «costruzione di case», «borgata». Successivamente, si ebbero le forme parallele Barion (messapica) e Barium (latina). Da Barium derivò e s’impose la forma letteraria Bari, con la desinenza del caso locativo latino (come dire: qui a Bari; analogamente, da Ariminum si ebbe Rimini, da Brundusium Brindisi, da Tranum Trani, da Florentia, con desinenza femminile, Firenze).

Alla base del nome Bayrìa è la radice bhau, bhu, costruire, poi ampiamente diffusa nelle lingue indoeuropee, fino all’inglse buil e al tedesco bilden.

I nomi di luogo si richiamano spesso all’ambiente geografico in cui si trovano (alture, valli, laghi, fiumi, piante). Perciò sono da rigettare come astratte e prive di basi scientifiche le altre etimologie proposte per Bari, come quella che la vuole derivata dal gr. barýs grave, pesante o un’altra che collega al greco antico barìs, specie di nave (per la forma della città vecchia, somigliante alla prua di una nave); o la derivazione del caldaico beiruth, castello.

Priva di fondamento parve al Colella (prof. Giovanni Colella, Bitetto 1867-1953 «N.d.R.») anche l’etimologia da var, fiume, proposta dal Perotti (storico Armando Perotti, Bari 1865-Cassano delle Murge (BA) 1924 «N.d.R.»). Se il criterio del fiume fosse sempre valido, Parigi, Londra, Berlino, Pietroburgo e tante altre città dovrebbero denominarsi dai fiumi che le attraversano». Fin qui il prof. Mario Cosmai.

Vito Antonio Melchiorre nel suo scritto inserito nel libro «Bari nella storia», Adda Editore, Bari, 2002, analizza con più attenzione la questione del nome Bari.

«Le ricerche sulla origine dei nomi di luogo hanno sempre affascinato non soltanto i cultori della scienza del linguaggio, ma anche e soprattutto coloro che si occupano di memorie patrie, nessuno dei quali ha mai trascurato i tentativi onde appurare per prima cosa la derivazione del toponimo del proprio paese. Data la tendenza, prevalente da sempre in questo campo a contraddistinguere le località con qualcuna delle sue caratteristiche più salienti, in molti casi la provenienza appare tanto evidente da non lasciar posto a dubbi di sorta; in altri, invece, l’incertezza è tale da dover necessariamente constatare, quando si vuol fare il punto della situazione, che grammatici certant, lis est sub iudice o, in altri termini, che non si è venuti a capo di niente.

Presso a poco così si presenta la questione a proposito di Bari perché, malgrado le dotte disquisizioni spesso svolte sull’argomento e le ipotesi per nulla infondate avanzate da persone dotate di notevole autorità e competenza, a tutt’oggi davvero non si conosce con assoluta precisione da quando e per quale ragione le sia stato attribuito il suo breve e strano nome di appena quattro lettere, raggruppate in due sillabe. Il problema è certamente arduo e, in attesa di vedere venir fuori una qualche spiegazione convincente, non rimane, per il momento, che prendere atto delle opinioni di coloro che vi si sono cimentati.

La prima interpretazione della quale si possiede notizia è probabilmente quella fornita da Stefano Bizantino, che visse nel V secolo a.C. e fu autore di un lessico intitolato Etnica, ove riportò il significato dei toponimi del mondo antico. Egli vi incluse anche Bari, chiamandola Baris e precisando che si trattava di una città avente come aggettivo etnico il vocabolo barites ossia barese. Aggiungeva che, secondo Posidippo - un poeta del III secolo a.C. - il nome stava per casa e che, secondo Eforo - uno storico del IV secolo a.C. - esso alludeva ad un insieme di case, ossia al paese per antonomasia.

Di diverso avviso fu lo storico barese secentesco Antonio Beatillo (Bari 22-11-1570 / Napoli 1642 «N.d.R.») i1 quale scrisse che Bari si chiamò in origine Iapige, dal nome del suo mitico fondatore, e in un secondo momento Bari, dal nome del capitano Barione, altro mitico personaggio che l’avrebbe conquistata ed ingrandita, dandole il proprio nome. Opinò inoltre che il toponimo Bari discendesse dal greco baris, un tipo di imbarcazione usata sul Nilo e che i sacerdoti egiziani usavano consacrare ogni anno alla dea Iside.

In maniera quasi analoga si espresse Michele Garruba (Storico, Cropani (CZ) 1785-Bari 1854 «N.d.R.»), verso la metà dell’Ottocento, nell’osservare che, su parecchie antiche monete baresi, figurava appunto impressa la prora di una nave.

Nel secolo precedente però l’erudito barese Emanuele Mola (Bari 9-07-1743 / 23-06-1811 «N.d.R.»), rifacendosi al pensiero degli esperti nelle lingue orientali, aveva ipotizzato un possibile collegamento con la voce caldaica beiruth, derivante a sua volta dal nome di quelle fortificazioni che i Palestinesi chiamavano bareis. La città dimostrava peraltro di possedere un glorioso passato guerriero, simboleggiato dal tiro della freccia effigiato su alcune sue monete.

Oltre ottant’anni fa, la diatriba fu ripresa da quell’acuto e infaticabile studioso che fu Armando Perotti (Bari 1-02-1865 / Cassano delle Murge 24-05-1924 «N.d.R.»), il quale approfondì l’indagine da par suo, sostenendo che, in età protostorica o perlomeno nella preistoria, Bari era stata lambita da un corso d’acqua, contraddistinto da una voce equivalente a bar o var, da cui la città medesima aveva finito con l’assumere il nome, per cui questo significherebbe il luogo sul fiume, anzi il fiume medesimo. L’intuizione, suffragata da un lungo ragionamento e da una stringata logica, non venne condivisa da molti, tanto è vero che quasi nessuno ne ha fatto più cenno.

Nel 1932, lo scrittore Tommaso Piscitelli, confutando una tesi secondo la quale Bari sarebbe derivata dalla espressione greca bareis oinon (ricca di vini), sostenne invece la provenienza dalla radice mediterranea bar, molto simile all’altra car; da queste sarebbero scaturiti vocaboli come barca, bara, carro, casa, cassa, capo, ecc., aventi tutti il significato di cosa chiusa che custodisce. Secondo Piscitelli Bari sarebbe, in sostanza, sinonimo di luogo sicuro di rifugio.

Per quanto apprezzabili, però, opinioni tanto disparate non possono che rimanere tali e, allo stato delle cose, i Baresi ancora non conoscono, con attendibile fondatezza, per quale ragione la loro città si chiami Bari».

Ritornando al nome Bari, nella definizione della lingua natia Vare”,  un altro storico barese, Giulio Petroni (Bari 21-06-1804 / 3-08-1895 «N.d.R.»), ha scritto: «... Una di queste città, e metropoli di tutta la regione, fu Bari, posta quasi al centro del lido Peucezio detta (Βαριον) Barion grecamente, e poi Barium, e ne' bassi tempi anche Varium e Varia (Quanto poi a cangiar di Barium in Varium si sa esser derivato dalla pronunzia greca, per cui il B suona come il V italiano; onde Varo s’ode ancor chiamar la città da qualcuno del volgo)».

 

Bibliografia: «Antichi toponimi di Puglia e Basilicata», Mario Cosmai, Levante Editore, Bari, 1991; «Bari nella storia», Vito Antonio Melchiorre, Adda Editore, Bari, 2002; «della Storia di Bari», Giulio Petroni, vol. I pagg. 14-15, ristampa anastatica dell'edizione di Napoli, 1858, Arnaldo Forni Editore, Bologna 1980.

Foto: «Moneta antica barese». Libro, “Bari schede storiche”, Vito Antonio Melchiorre,  Levante Editore, Bari, 1987;  «Pianta della città vecchia di Bari». Libro, “La Bari Nobilissima”, Giuseppe Lucatorto, Arti Grafiche Favia, Bari, 1971; «La monetazione di Barion/Barium». Libro, “Archeologia di una città. Bari dalle origini al X secolo” a cura di Giuseppe Andreassi e Francesca Radina, Edipuglia, Bari, 1988. 

Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”

 (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)

 


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“Le bottìglie de la salze fatte n-gase”
Inserito il 16 agosto 2014 alle 19:44:00 da Gigi. IT - Ricorrenze Notevoli

Le bottìglie de la salze

«La Gazzetta del Mezzogiorno» del 15 agosto 1951 diffuse la notizia: «Dai soli Mercati Generali di Bari escono mille tonnellate di pomodori in dieci giorni, per la tradizionale salsa fatta in casa». 

 

Il rito tradizionale era rispettato in tutti i particolari se non si volevano delle sgradite sorprese. C’era una partecipazione numerosa e compatta tra parenti e vicini di casa perché la lavorazione del pomodoro non era per niente una passeggiata. I maschi avevano il compito d’impegnarsi nella scelta di una ‘buona partita’ di pomodori sani e maturi, per una salsa sostanziosa e consistente (quelli molli e acquosi erano da scartare perché generavano una salsa piuttosto ‘lenta’), prenotandoli da un contadino di fiducia; ogni cassa di pomodori pesava sui 25-30 chili, oppure si recavano ai mercati generali in Via Francesco Caracciolo Ammiraglio, di fronte all’ex Acciaierie e Ferriere Scianatico, acquistandoli all’ingrosso.

Gli uomini avevano anche l’accortezza nella pratica del «bagnomaria» vale a dire, in un bidone di lamiera (grosso e alto fusto adatto per contenere la pece, il carburante, l’olio lubrificante, ecc. Dopo la seconda guerra mondiale molti bidoni vuoti furono recuperati da parecchie famiglie nell’intento, appunto, di usarli per cuocere bottiglie di salsa di pomodoro), avendo cura di riempirlo di acqua, riscaldarlo accendendo il fuoco con la legna. In seguito l’accensione fu facilitata con la fiamma del bruciatore a gas alimentato da una bombola. Pure in questa fase, l’adulto era responsabile nel preparare il fornello prudentemente circondato da tufi o da “chiangùne” (grosse pietre), munito di un “trepète” (treppiede) dove era appoggiato il fusto pieno di acqua per inserire bottiglie, posto precauzionalmente distante dalla zona di lavorazione, tenuto ben fermo senza pericolo che potesse “mecuà” (inclinare, rovesciare, ribaltare). 

  I maschi avevano anche l’incarico di girare la manovella del ‘passapomodori’, un’operazione non facile per braccia e mani deboli, in seguito entro in scena “la maghenètte èlèttreche” (macchinetta spremi pomodori).

I ragazzi erano stati scelti nel riempire i secchi di latta pieni di acqua alla fontana pubblica; per loro sembrava un gioco, si vedeva un via vai di ragazzi che correvano per arrivare primi alla fontana.  Le donne e le femminucce avevano la responsabilità di lavare con molta cura vari recipienti, pentole e numerose bottiglie di birra, di gassose e da litro, messe capovolte ad asciugare. Le mamme, la sera precedente avevano avuto cura anche di sistemare i loro bambini presso parenti o vicini di casa. Un tempo, le famiglie erano numerose, presenti con bambini di uno, due e tre anni, molto piccoli per partecipare al rito. La «grande operazione», che durava un’intera giornata se non più di un giorno, iniziava all’alba e tutti sapevano di rispettare le mansioni opportunamente distribuiti. Dopo aver tolto i peduncoli ai pomodori tenuti a bagno il giorno precedente e lavati in grandi recipienti, man mano che venivano bolliti in grosse caldaie di rame o di alluminio, erano versati in un largo panno di tela pesante, ben fissato “sop’o quandre” per eliminare tutta l’acqua sovrabbondante. La polpa veniva strizzata a mano negli appositi setacci, raccogliendo via via la salsa in altri contenitori per essere opportunamente salata e poi versata, ancora calda nelle bottiglie. Con l’avvento della già menzionata macchinetta, il compito fu molto facilitato dalla faticosa spremitura con grande risparmio di energie e guadagnando molto tempo. L’altra fase, più importante della prima era tappare le bottiglie di salsa con un turacciolo di sughero “u feldùre” unto di olio, per permettere lo scivolamento nella canna della bottiglia, dopo infilato con un martello ricoperto con dello straccio e la bottiglia fatta poggiare su uno strato di pezza a forma di un piccolo cuscino. Con il passare degli anni si adoperò “u mètta feldure” (un marchingegno fatto di legno e molto preciso, in seguito fu sostituito con i tappi di rame). La legatura “du feldure” era affidata all’esperto in tale lavoro, preciso e veloce fermando il turacciolo con dello spago stretto in un particolare nodo, perché da essa dipendeva la eventuale rottura o scoppio della bottiglia posta a bollire “iìnd’o bedone” ossia a bagnomaria. E anche nella sistemazione delle bottiglie messe nel fusto di lamiera o in una grande caldaia, c’era bisogno di gente esperta perché era una fase delicata. Nel fondo del bidone o nella caldaia tra una bottiglia e l’altra, s’introducevano abbondanti stracci allo scopo di evitare il contatto dei vetri ed ogni pericolo di surriscaldamento. La quantità di fuoco e i tempi di cottura dovevano essere attentamente calcolati se proprio si volevano evitare danni. La cottura richiedeva molte ore se no addirittura l’indomani mattina. L’ultima fase dell’operazione poteva diventare pericolosa, compromettendo tutto il lavoro svolto in precedenza. Finita la bollitura, estraendo le bottiglie che, raffreddandosi insieme con la stessa acqua di cottura, non dovevano avere sbalzi di temperatura con l’ambiente esterno per non correre il rischio di far scoppiare decine o forse più bottiglie. Contemporaneamente alla salsa in bottiglie si preparavano pomodori tagliati a pezzetti o a spicchi infilando ogni tanto qualche foglia di basilico nelle bottiglie. All’operazione partecipavano  pure numerosi bambini. Seduti sulle sedie attorno a “nu beffettìne” (piccolo tavolo da cucina) erano spronati dagli adulti ad essere veloci nel riempimento delle bottiglie con la promessa di gustarsi, alla fine, un bel gelato o qualche altra leccornìa.

Il contenuto veniva ben insaccato per mezzo di frequenti colpi dati alle stesse bottiglie sopra gli stracci formati a mo’ di cuscinetti ultimando la fase di chiusura con la stessa operazione delle bottiglie di salsa: “feldure strengiùte ch'u spache e mmise le bottìglie a ccosce iìnd’o fuste o iìnd’o belzenètte”.

Un altro modo di trasformare il pomodoro in succo era “la salze che ll’acede” (salsa con l’acido). Si misuravano i pomodori, si cuocevano, si passavano alla macchinetta, dopo per ogni chilo di pomodori si aggiungeva un grammo di acido salicilico nella salsa per farlo “squagghià” (sciogliere). Si riempivano le bottiglie lasciando la canna due dita sotto per aggiungere olio coprendo l’orlo della bottiglia. Si chiudevano con la carta e si conservavano.  I sostenitori di tale metodo, allora molto diffuso, sostenevano che il pregio stava soprattutto nella velocità di esecuzione.

Infine c’era la preparazione “de le bottìglie de la salze a ddorme” (delle bottiglie della salsa ‘a dormire’). Era la meno usata, il procedimento consisteva nello scaldare i pomodori, si passavano alla macchinetta, il frutto “la salze” si cuoceva in una caldaia, un paio di minuti tenendo le porte tutte chiuse. Si riempivano le bottiglie e “sckaffate u feldure” (inserendo il turacciolo di sughero) si sistemavano per terra coricate sopra uno straccio di sacco e poi avvolte con la coperta. Si stava attenti nella fase del raffreddamento delle bottiglie per evitare che “sckattavene(scoppiavano).

 

Un’altra abitudine di sfruttare il pomodoro per contorno era quello di tagliarli in due e con l’aggiunta di sale si facevano essiccare sotto i raggi solari. A fine essicazione si mettevano sott’olio e conservati in un boccaccio. Alla fine del massacrante lavoro, ma tutti soddisfatti, specialmente se i danni e lo spreco erano stati contenuti, ai partecipanti veniva offerto “na fèdde de melone” (una fetta di anguria) e in caso eccezionale un buon piatto di spaghetti conditi con la salsa passata nella giornata. Dopo aver “abbrazzàte u stomeche” (mangiato) c’era sempre qualcuno della compagnia, “scegguannàre” (buontempone), che accennava a canticchiare qualche brano popolare in dialetto, accompagnato da un altro giocherellone suonando la chitarra o la fisarmonica, coinvolgendo gli astanti a cantare e a ballare pensando già di dare il loro contributo il giorno dopo ad un’altra famiglia interessata per la stessa grande operazione.

Infatti, quello che colpiva era la solidarietà dei buoni vicini, allora era «un’arma vincente» delle famiglie, ci si aiutava a vicenda, quando il bisogno lo richiedeva ed era molto in uso la frase “iòsce a ttè e crà a mmè” (oggi a te e domani a me), il lavoro risultava più lieve.

Oggi si comprano: passata di pomodori, barattoli di polpa o di pomodori pelati agli ipermercati, con la certezza che il prodotto industriale è presente tutto l’anno e si può procurare una buona scorta a un prezzo ragionevole evitando la faticosa impresa, ma per gli anziani la salsa fatta tra le mura domestiche ha un altro sapore.

L’articolo è stato trascritto e aggiornato con la grammatica dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”». 

Per una approfondita ricerca sul rito della salsa, fare clic su canale:

«Folclore» categoria Riti, Usi e Costumiarticoli < La chenzèrve e la salze fatte n-gase, 1ª e 2ª parte>.

 

Bibliografia ed emerografia: Quotidiano, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 15-08-1951/14-08-1979; Nicola Gonnella, «La chenzèrve», Periodico, “Giornale Pugliese”, Bari, 20-08-1960; Benedetto Maggi, «Le bottìglie de le pemedùre», Periodico, “Giornale Pugliese”, Bari, 10-08-1963; Filippo Bitetto, Libro , «Bari Vecchia note di toponomastica, storia e folclore», Edizioni Levante, Bari, 1981;  Natale Grandolfo «Bitritto e le sue tradizioni», Edizioni Litopress, Modugno, 1995;  Michele Palumbo, «A ‘bagno’ o ‘a dormire’ purché sia dolce», Quotidiano, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 31-08-1994; Angelina Stanziano/Laura Santoro, Libro, «Puglia la tradizione in cucina», Schena Editore, Fasano (BR), 1998; Luca De Ceglia, «C’era una volta la salsa fatta in casa», Quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”,  Bari, 22-08-2004; Gigi De Santis, «Le notti per “chenzèrve” e  “salze”», Quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”,  Bari, 19-08-2013; Gigi De Santis «Archivio, Centro Studi “Don Dialetto”», Bari (1976-2014);

Foto: «Bari Vecchia, popolana alle prese con la bollitura dei pomodori»,  Libro, “U Sgranatòrie de le Barìse”, Alfredo Giovine, Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1981, fotografia Ficarelli.

Foto:«“La caldare de pemedùre”/ Pomodori essicati al sole», Giuseppe Rotolo, Periodico trimestrale, “Puglia mi piaci”, Input Edizioni, Monopoli (BA), Lug/Set 2009.

Foto: «Tritatutto elettrico», Natale Grandolfo «Bitritto e le sue tradizioni», Edizioni Litopress, s.d.. 

Foto: «“La salze iìnd’a le bottìglie”», Angelina Stanziano/Laura Santoro, Libro “Puglia la tradizione in cucina”, Schena Editore, Fasano (BR), 1998.

Foto :«Operazione bottiglie»,  Filippo Bitetto, Libro , «Bari Vecchia note di toponomastica, storia e folclore», Edizioni Levante, Bari, 1981. 

Foto:«“Spaghitte che la salze de pemedòre”», Vincenzo Buonassisi/Guy Razzoli, Periodico “La Cucina Mediterranea”, Alberto Peruzzo Editore, Milano, 1984. 

Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”

 (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)

 


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Uno scoop nello scoop… ancora scoop - Pestrìgghie, pestregghiàte chìine de nguàcchie nguacchiàte 2
Inserito il 02 luglio 2014 alle 08:24:00 da Gigi. IT - Comunicato stampa

Uno scoop nello scoop… ancora scoop

Il lupo continua a perdere il pelo ma non il vizio.

 

Pestrìgghie, pestregghiàte chìine de nguàcchie nguacchiàte.

 

«Raglio d’asino non arriva in cielo» (le parole calunniose e le dicerie degli sciocchi non hanno effetto).

 

«Sacco vuoto non sta in piedi» (l’espressione va riferita a chi si vanta di particolari meriti e di virtù che non ha, ma la sua pochezza finisce presto per essere smascherata).

 

«La sella d’oro non migliora il cavallo» (se uno non ha talento o non è dotato di iniziativa e ingegno non può certamente comprarlo o mascherarlo con facili escamotage. È un po’ come dire che l’abito non fa il monaco).

 

Chiamare gli altri,  invidiosi e gelosi senza un nesso logico è come aver lanciato un boomerang che si ritorce su sé stesso. 

 
Ci iè ccudde? Lassue a pèrde, s’attacche a ttutte le pelidde e a la feliscene (Chi è quello? Lascialo perdere, si attacca a tutti i peluzzi e alla fuliggine). Si dice dei cavillosi, per i quali ogni pretesto è buono per attaccar briga.

Domenica 8 giugno 2014 a Bari si sono verificati tre scoop nelle categorie: politica, sportiva e dialettale. Uno dei tre lo definiamo, a pieno titolo: «uno scoop nello scoop… ancora scoop». Andiamo per ordine.

Il primo scoop è intitolato alla politica strettamente locale, Bari ha un nuovo Sindaco, Antonio Decaro che ha stravinto al ballottaggio nel confronto con il rappresentante di centrodestra, l’ingegnere Domenico Di Paola, con il 65,4%.

Il secondo scoop è dedicato alla Bari Calcio per nuovo record di spettatori nel campionato di serie B, allo stadio «San Nicola», quasi sessanta mila, con una coreografia singolare; uno striscione con la gigantesca figura del Santo Patrono di Bari “Sanda Necole”.

Veniamo allo scoop più scoop, vale a dire al furbetto che continua a perdere... il pelo ma non il vizio.

Domenica 8 giugno, per  la XXI Edizione del «Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Bitetto” 2013-2014», la giuria, con il presidente del Premio, il prof. Michele Lucatuorto, grazie alla denuncia di uno dei partecipanti al concorso, ha scoperto, dopo la classificazione dei premiati, nella sezione B «Poesia singola in vernacolo, inedita, a tema libero», la poesia spedita dal furbetto era “edita” e, prontamente, è stata radiata.

Il furbetto non è nuovo a simili azioni, infatti, anche in un’altra manifestazione è stato scoperto partecipando al VII «Concorso di Poesie in Vernacolo Pugliese» Anno 2011-2012 organizzato dalla UIL PENSIONATI di  BARI e di PUGLIA e dall’«A.D.A di Puglia» (Associazione di volontariato per i Diritti dell’Anziano), perché ha inteso partecipare con altra poesia edita, (mentre il regolamento del concorso specificava, con la dichiarazione firmata dal partecipante sottoscrivendo (approvare incondizionatamenteche la poesia è inedita),

Ma chi è il furbetto che si è fatto cogliere con le mani nel miele? Tentando, da buon italiano, di aggirare le regole? Sempre lui, colui che continua a dichiararsi giornalista (invece è pubblicista), scrittore (e non abbiamo ancora visto pubblicare un suo libro scritto di proprio pugno, frutto della sua capacità inventiva), che più volte si firma quale ‘esperto di dialetti e tradizioni’ e dichiara:  «... io non scrivo in dialetto ma mi piace seguire e scrivere eventualmente qualche considerazione, quindi non posso dare alcun apporto in materia» e poi, si permette di correggere chi si diletta con il dialetto barese, demolendone lo scritto con critiche aspre e violente; uno che di ortografia barese non capisce e non ha mai capito niente di grammatica barese.

Ma chi è costui? Non c’è bisogno di citarlo è ARCINOTO negli ambienti della cultura dialettale barese e, soprattutto, più volte nominato nel presente sito «cliccate sul canale Dialetto, categoria Dialetto barese: Errori dialettali, Pestrìgghie pestregghiàte e nella  stessa categoria agli articoli <Critiche Severissime>, <Pestrìgghie pestregghiàte (Critiche Severissime)>  e <Dialetto barese: Nguàcchie Nguacchiàte (Critiche Severissime)»; «Folclore», categoria Decève tagrànne che mammarànne”, articoli <Decève Vastiàne posa piàne>, <Decève la sroche a la nore> e categoria A ccì appartìine (soprannomi)”, articolo <Le sopanòme (4)> ; «Personaggi», categoria “Le puète”, articoli <Giuseppe Romito> e <Giovanni Lotito>).

L’espertologo ( ! ) ha carpito per ben due volte, partecipando a concorsi di poesia, la buona fede dei Presidenti, delle organizzazioni, dott. Rocco Matarozzo e prof. Michele Lucatuorto.

Ci siamo domandati: con quale coraggio, con che faccia ha presentato il suo cosiddetto nuovo libro in dialetto barese che, come nelle sue precedenti pubblicazioni, è un copia-incolla, senza una spiegazione di note linguistiche per agevolare la lettura del dialetto barese, campo nel quale regna l’anarchia grafica assoluta, ciascuno adopera un proprio sistema, il barese viene scritto in tanti dialetti quanti sono gli autori.

Alla presentazione non ha spiegato (e come poteva spiegare?) i fenomeni di gruppi consonantici all’inizio e nel corpo della parola che per lui non esistono soprattutto a inizio di parola. Asserisce che è cosa del tutto personale e ignora, invece, che è regola grammaticale non solo barese, ma delle parlate meridionali.

Non sa rispondere all’abuso del j=gei (consonante straniera) che lui pronuncia erroneamente  i lunga (che non esiste negli alfabeti barese, italianolatino). 

Non chiarisce perché in alcune poesie e componimenti in prosa è usato il gei (j) e in altri no?

Perché alcuni autori usano la doppia B scrivendo in dialetto BBare e altri no?

Perché (è questo è gravissimo), alcuni, e soprattutto lui, usano accentare la vocale a, con l’accento acuto (á), mentre in molti usano correttamente l’accento grave (à)?

Perché gli autori hanno adoperato, nelle loro poesie, parole con l’accento grave e nel suo libro, sono state modificate con l’accento acuto e viceversa?

Perché ha modificato parole, accenti, punteggiatura ad alcune poesie? 

Non si è accorto inserendo per intero con il più classico copia-incolla, errori storici e linguistici «Il poemetto in dialetto barese inedito del sec. XVIII» inserito all’inizio del libro, non documentandosi se esiste la copia originale, perché non si capisce, per esempio, il canonico Francesco Bux, nato a Bari nel 1885, diventa ordinato sacerdote nel 1888, a tre anni dalla nascita. 

Perché in alcune pagine cita la fonte e in alcune no come a pag. 134, volutamente ha omesso l’autore del capitolo «Poesie dialettali baresi», appropriandosi dello scritto?

Perché a pag. 38 spiega a chiare lettere: (...) «… Infine non per tutti c’è la traduzione nella lingua italiana, poiché non sempre riportata dagli autori nelle loro originali composizioni.», mentre alle pagg. 87, 88, 163, 164 e 165 inserisce la traduzione di alcuni vocaboli di quattro poesie scritte da Vito Barracano e Agnese Palummo, che non le hanno tradotte?

Perché a pag. 124 nel titolo della poesia è scritto () e nella prima quartina del componimento (du) senz’accento? Qual è la definizione giusta in italiano?

Perché in alcuni racconti e poesie non si distingue la vocale (e) tonica da quella atona scrivendo tutte e due senz’accento? Mentre in altre liriche vengono evidenziate?

Perché in alcune poesie la (e) senz’accento a fine vocabolo non è scritta ma sostituita con un apostrofo?

Come si spiega a pag. 123 il nome Nicola, nelle due lingue: italiano e barese, è scritto con l’accento acuto la vocale (ó), quando è ben documentato che la pronunzia è aperta come si evidenzia correttamente in altre poesie?

E ci fermiamo qui! PE MMÒ! (PE MMÒ, si scrive in barese con l’accento grave sulla (Ò) e no aprostrafare (PE MMO’), come ha scritto l’espertologo. 

Ha solo risposto, come sempre, che siamo invidiosi. Invidiosi di che? Che continua a fare il furbetto partecipando a concorsi di poesia, non rispettando il regolamento, carpire la buona fede degli organizzatori? Invidiosi di che? Che ha pubblicato libri che sono copia-incolla? Invidiosi di chi? Che non risponde alle domande specifiche sull’ortografia barese?

Di sicuro l’espertologo non risponderà, come non ha mai risposto agli inviti di alcuni studiosi dell’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”, che più volte lo hanno cortesemente invitato a un confronto pubblico, nel quale possa spiegare perché la sua insistenza nel dire che Bari non ha una grammatica, mentre in una delle sue pubblicazioni spiega che la sua collaboratrice, studiosa del dialetto barese, ha contribuito alla redazione di regole grammaticali e ortografiche per la stesura del testo.

Il colmo è che anche nella nuova pubblicazione, ha citato nella bibliografia, libri di Alfredo Giovine, il più autorevole autore barese (come è stato definito recentemente dal prof. Pasquale Corsi, docente Ordinario, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi Aldo Moro - Bari e dal prof. Daniele Giancane, docente del Dipartimento di Scienze Pedagogiche e Didattiche dell’Università di Bari), il quale ha prodotto la Grammatica del Dialetto di Bari (a cura di Felice Giovine).

Come spiega questa grave incongruenza?

Non ha ancora risposto alle nostre soprascritte affermazioni. È bravo solo nello scrivere che siamo invidiosi e gelosi... di chi? Di che? Che cosa centra l’invidia, la gelosia se abbiamo semplicemente posto domande specifiche nel difendere, a spada tratta, la storia, le tradizioni e la lingua barese.  

Non c’è che dire, l’individuo in questione, per l’ennesima volta è stato scoperto con le mani nella marmellata, al pari di un plagio commesso, e non solo.

Speriamo fortemente che negli ambienti culturali e, soprattutto, nel mondo dell’Università degli Studi di Bari, si dia degna considerazione e rispetto alla Baresità autentica (Storia-Lingua-Folclore). 

Comitato Difesa Baresità

Ogni componente, anche individualmente, si impegna, in qualunque luogo, occasione e con ogni mezzo, ad intervenire, contrastando, riprendendo, correggendo affermazioni false e inquinanti, mistificazioni, banalizzazioni, da chiunque provengano, tendenti a distorcere, diffondere inesattezze e travisare la storia, la cultura, la lingua e le tradizioni di Bari e della sua Terra. L’invito ad Aderire è indirizzato a chiunque si riconosca e condivida gli scopi che il Comitato si prefigge, compresa l’uniformità della grafia dialettale.

Campagna di Sensibilizzazione

a cura dei siti web:

www.centrostudibaresi.it (Felice Giovine)

www.dondialetto.it (Gigi De Santis)

La Redazione


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COMITATO BARESE PER L'ABOLIZIONE DELLA J (gei)
Inserito il 05 giugno 2014 alle 08:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Credenze linguistiche

 

Comitato barese per l’abolizione della J (gei)

Per combattere il punteruolo rosso che sta decimando il patrimonio delle palme, occorre una massiccia e sistematica azione di contrasto e annientamento del nefasto coleottero, stesso impegno per combattere uso e abuso della J (gei).

Impegno che il Centro Studi Baresi intende perseguire per debellare tale erroneo utilizzo. Non sono pochi coloro che ignorano che la J con la lingua italiana non ha nulla a che spartire. Ma la cosa grave e che, lo ignorino giornali e telegiornali, alimentando convincimenti errati per l’uso incondizionato.

Per esempio scrivono jaluronico e lo sentiamo pronunciare ialuronico, scrivono jella, jettatore e le sentiamo pronunciare iella e iettatore. Scrivono junior e lo pronunciano iunior. Jesolo per Iesolo, Jole per iole, jaja per iaia, e ancora scrivono jonio, japigia, e leggono ionio, ionico, iapigia e iapigi, e poi non si comprende perché pronuncino Giazz per Jazz, Gim per Jim, Giolli per Jolly, Giumbo per Jumbo, giungla per jungla, ecc. Allora se scrivi Juventus devi leggere Giuventus, al pari di Jovanotti per Giovanotti, se leggi iunior devi scrivere iunior, se scrivi junior devi leggere giunior.

Tale confusione, la si riscontra anche nelle trascrizioni dialettali, generando il convincimento che trattandosi di dialetto, ognuno possa adottare il sistema di scrittura che più preferisce, senza tener conto che ciò ne limiterà la comprensione, relegando lo scritto solo a quanti riusciranno a interpretarlo. Chiunque riconoscendosi tra “gli insorti” voglia aderire al Comitato, è sollecitato a segnalare, non solo, alla redazione dell’«Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”», ma soprattutto a chi le commette, le scorrette grafie sollecitandone la correzione, per la salvaguardia della lingua italiana e della nostra grafia barese.

«Se si parla e si scrive italiano italianamente, si scriva barese, baresemente»

 Felice Giovine

Presidente dell’Accademia della Lingua Barese“Alfredo Giovine”

Noi,

Centro Studi Don Dialetto

Contributo alla Ricerca, Recupero, Difesa,

Valorizzazione e Diffusione

della Cultura Popolare e della Lingua Barese -

 

Aderiamo al

«Comitato Barese»

del

Centro Studi Baresi

La Redazione “Don Dialetto.it” - Bari

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.


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