Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell'essere suo.  ( Armando  Perotti )               * * *               Non si creda che i dialetti siano destinati a sparire, se mai si moltiplicheranno, pur tenendosi stretti alla lingua  " scritta  "  di Dante.  (Francesco Babudri)               * * *               Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono.  (Pasquale Sorrenti)               * * *               Non si può avere piena intelligenza della Divina Commedia senza tenere l’occhio rivolto al dialetto.  (Abbate Giuliani)               * * *              Il dialetto è un potente mezzo di comunicazione e ha diritto di cittadinanza nella scuola, e non solo a livello sperimentale. (Francesco Mininni)               * * *               Io credo che il poeta dialettale può e deve restare fedele al suo dialetto, se non lo fa, rischia di offrire ai suoi lettori, componimenti redatti o un dialetto annacquato o in un italiano adulterato.  (Oronzo Parlangeli)               * * *              Nella città di Bari, sono ancora in molti che identificano il dialetto con la povertà o come marchio di appartenenza agli strati più umili, gretti e ignoranti della società, al contrario di quanto avviene in altre città dove l’uso del dialetto è vezzo, sciccheria e ostentazione. (Alfredo Giovine)               * * *            I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell'interiore linguaggio che precede ogni fatto linguistico. (Pio XII)
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1° Martedì di Marzo - Madonne d'Odegitrie (Colei che mostra, la via) Bari, 2015
Inserito il 02 marzo 2015 alle 13:35:00 da Gigi. IT - Ricorrenze Notevoli

La Madonne d'u u-acìidde

 

Nel “Calannàrie barèse” (Calendario barese) è inserita la festa dedicata alla “Madonne d’Odegìtrie” (Madonna d’Odegitria) detta anche “Madonne de Chestandenòbbue” (Madonna di Costantinopoli); “La Madonna ggnore” (La Madonna nera) e “La Madonne d’u u-acìidde” (La Madonna dell’augello), che si svolge ogni 1° martedì di marzo. Maria SS. di Costantinopoli è, insieme a San Nicola, la Patrona del capoluogo pugliese e della Provincia di Bari. Sin dall’anno 733 il bel quadro, (secondo la tradizione, è stato dipinto dall’evangelista San Luca) è venerato nel Duomo di Bari...

...Moltissime sono state le note di cronaca che hanno caratterizzato la lunga storia a Bari della “Madonna ggnore”.

Nel 1292 il Duomo fu ufficialmente dedicato alla Madonna d’Odegitria protettrice di Bari e della provincia.

Il 19 settembre 1772 fu coronata la sacra immagine.

Il 19 settembre del 1882 in ricorrenza del primo centenario dell’incoronazione ci furono solenni festeggiamenti.

Nel 1933 fu celebrata, con gran partecipazione del popolo pugliese e no, il XII centenario della sacra effigie di Maria SS. di Costantinopoli con festeggiamenti che durarono sino a marzo dell’anno seguente. Nell’occasione si pubblicò un foglio intitolato «L’Odegitria». Per secoli la ricorrenza si è onorata appiccando grossi falò in fondo a molte strade della Città Vecchia, innalzando globi aerostatici a spese dei commercianti, processione del quadro della Madonna, organizzando fiaccolate intorno alla Cattedrale. Le navi che erano attraccate nel porto facevano tuonare le loro artiglierie, si organizzavano gare di fuochi pirotecnici sempre in onore della Madonna. È ancora vivo il tradizionale e simbolico omaggio della città dove il Sindaco depone il cero votivo davanti alla Madonna, nel Duomo.

Il 26 gennaio 1948, la sacra immagine della Madonna fu custodita e onorata con affetto filiale per più di due anni, nel monastero delle suore Giuseppine delle «Carmelitane Scalze» in Via De Rossi. Ritornò in Cattedrale con una solenne e devota processione a chiusura delle «Sacre Missioni».

Un altro episodio degno di nota è stato la prima volta in visita a Bari del papa Giovanni Paolo II. La domenica pomeriggio del 26 febbraio 1984, il Santo Padre incoronò l’icona della Beata Vergine in Cattedrale.

Il 5 marzo 1999, durante i festeggiamenti dell’ottavario, otto giorni di solenni celebrazioni in onore della Madonna, nella Corte Gian Lorenzo, nei pressi della Cattedrale, un giovane diciannovenne Vito Di Terlizzi, mentre era intento a pulire l’edicola dedicata alla Madonna di Costantinopoli spostando il tempietto scopre che dietro all’edicola c’è un affresco del 1700 raffigurante la Madonna d’Odegitria in buono stato di conservazione come ha accertato la direttrice del settore storico dell’arte della «Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali», la dottoressa Rosanna Nisci. L’affresco raffigura la Vergine Maria tagliata all’altezza delle ginocchia. In testa ha la corona e sul mantello una croce-stella. Seduta, sostiene con la mano sinistra il Bambino in piedi. Il volto, dai grandi occhi fissi verso lo spettatore, è reclinato verso il figlio. Questi è collocato di tre quarti, mentre il volto è rappresentato in posizione frontale. Ha entrambe le braccia verso la Madre e mostra con la mano destra, un pettirosso. Da qui la denominazione in dialetto: “La Madònne d’u u-acìidde”, così chiamata dalla gente della città antica di Bari la quale pensò subito a un segno divino.

Sempre nel 1999, l’8 maggio, in occasione della Sagra di San Nicola, il quadro della Madonna, per la prima volta, è portato in processione insieme alla statua del Taumaturgo e a sera è esposto in Piazza Mercantile nel giusto altare costruito per l’occasione detto in dialetto: “La màghene” dove molti baresi e no, hanno ammirato la bellissima icona quasi completamente celata da una riza argentea.

 

L’11 gennaio 2006 sono presentati, al Museo Diocesano, dopo tre anni di accurato lavoro dall’équipe del prof. Eugenio Scandale, ordinario di Mineralogia della Facoltà di Scienze dell’Università di Bari, i risultati preliminari di una parte del progetto per la schematizzazione delle pietre presenti sull’antica tavola. Le pietre che ornano la riza della Madonna di Costantinopoli, si sono verificate di pasta vitrea. Quelle aggiunte, in seguito, sono gemme. La toponomastica barese ha dedicato una piazza alla “Madonna ggnore” nel centro storico, prospiciente la Cattedrale intitolandola «Piazza dell’Odegitria»...

Clicca su canale «Folclore», categoria <La uascèzze: fèste e festecèdde> articolo “La Madònne d’u u-acìidde.

Per una approfondita ricerca sulle Ricorrenze Notevoli Baresi.

 

Iè ccose adavère dègne maggnefecà a ttè

Madre de DDì,

Sèmbe viàte e lumenose iìnd’a la nocendetà,

Genetrìsce de DDì nèste.

Tu ca sì cchiù ddègne de le Cherubbine

E ll’uneche cchiù gloriòse de le Serafine,

Tu, ca vergenalmènde sì partorìte

U DDì Vèrbe,

Tu, vèra Madre de DDì,

Nù te celebràme.

(È cosa veramente degna magnificare te, / Madre di Dio, / Sempre beata e luminosa nell'innocenza, / Genitrice de nostro Dio. / Te che sei più degna dei Cherubini / E incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, / Te, che verginalmente hai partorito / Il Dio Verbo, / Noi ti celebriamo).

 

1ª foto «Altare e quadro della Madonna d’Odegitria», Gigi De Santis, fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”» (1976-2015). 

2ª foto «Processione della statua di San Nicola e quadro Madonna d’Odegitria», “Bollettino di San Nicola”, Bari , 1992;  Gigi De Santis, fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”» (1976-2015). 

3ª foto: «Icona della Madonna di Costantinopoli con riza d'argento prima e dopo del restauro 1992-94», Eugenio Scandale e Nicola Melone, Catalogo: «Le gemme che adornano la Madonna di Costantinopoli», Global Print S.r.l. Gorgonzola (MI), 2006. Fototeca: «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”», Gigi De Santis, Bari (1976-2015).

4ª foto «Edicola dedicata alla Madonna d’Odegitria», Libro, “Terra di Bari”, Autori Vari, immagine, Litozincografia Albrizio, Arti Grafiche Favia, Bari 1990; Gigi De Santis, fototeca, «Archivio Centro Studi “Don Dialetto”» (1976-2015). 

 

Comunicato Promozione «Bari Ricorrenze Notevoli» 

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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Editoria Barese: iì sò de BBare
Inserito il 01 marzo 2015 alle 10:05:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

     

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Edicola: Marino Michele - Via Francesco Crispi, 5/B.

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Disce u ditte: «Ci tìimbe aspètte, tìimbe pèrde»…

Amengepàte!

 

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Iì non zò Germanèse,

Nè Frangèse e nnè Nglèse.

Spaggnùle? Nèmmanghe,

Amerecàne? Manghe.

 

Iì sò na cosa rare…

 

iì sò de BBare

 

 Dare al popolo un linguaggio diverso da quello che ha appreso dalla voce materna, che sente ripetere ad ogni momento per la via, nella casa, dovunque esso si aggira e vive, è come voler falsare la natura.

(Engardo: Dalla prefazione del poema di Gaetano Granieri,  Bari, 1912).

 

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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Colore ed efficacia della Lingua Barese, attraverso la Cucina Tipica Locale
Inserito il 22 febbraio 2015 alle 11:55:00 da Gigi. IT - Cucina barese

Ce se mange a la Quarèseme

 

U calzone de cepodde a la barèse

(Pizza di cipolla condita alla barese)

 

 

Nel primo giorno di quaresima, una volta si rispettava la tradizione culinaria gustando “U calzone a la barèse” (Pizza di cipolla condita alla barese). La pietanza è stata scelta da due ricette di Giovanni Panza e Nicola Gonnella (Ogon). 

Calzone a la barèse

Pe ffàuue asseduàte (rispettando la tradizione) se pigghie na bbèlla chèdde de cepodde. Le spenzale sò le cchiù adatte e ssò chidde cepodde longh’e bbiànghe, ca mangiànnele crute, spurghèscene u ssanghe da tutte l’acede iùreghe (acido urico) e da l’alde puèrcarì (cipolle lunghe e bianche che mangiate crude, purificano il sangue e liberano l’intestino), e ssò ppure le cchiù adatte condre le pète a le rine, ca u mìideche chiàme: calghele (calcoli).

Se pigghie le spenzale, pe la bastanze s’arregolèsce a seconde du nummere de le presune, ca mangene a ttàuue e a cchidde ca se lasse na fèdde pe ffàuue assaprà (assaggiare, mangiare). Se tàgghiene le cepodde menute menute e se mètten’ammalvà (rosolare) iìnd’a na fresole (padella) che nu picche d’ègghie e ngocche pemedòre. Acquànne la cepodde s’ave ammachelàte (spappolata), se mètte o quèste a ffalla sfreddèssce. N-dratande (Nel frattempo) se prepare na bbèlla chèdde d’auuì n’acque (olive in salamoia), se lève le nuzze e se mèttene nzìim’a le cepodde. Se prepare dò stèse de masse che farine, iòve frèscke, u levate (lievito di birra) e u u-ègghie.

Dope se fasce crèssce la masse, se fasce dò bbèlle palle (due belle palle di pasta) e cu laganàre (matterello) se stènnene (si stende) le dò masse facènne dò sfogghie. Iùne av’a ièsse cchiù granne de l’alde, bbèlle tonne non dande fattizze (spesse), ma manghe fina fine com’acquànne se fasce la laghene. La stèse cchiù ggranne se mètte o funne de na tièdde ngelesciàte (unta) d’ègghie d’auuì (olio extra vergine), se ngelescèsce d’ègghie pure la sfogghie e se iègne sope mettènne: u mbaste (l’impasto) fatte che la cepodde, che l’auuì, fremmagge pecorine grattate (pecorino grattugiato), o ce se vole, se pote mètte na checchiàre de recott’asckuànde (ricotta forte), o dù chiapparìne (capperi). Alisce d’u sprone (acciughe salate conservate in scatola di banda stagnata o più raramente in involucri di legno), dope ca se lèvene la spine de m-mènze e u ssale atturne (dopo tolta la spina dorsale e le dissalate), nu muèrse de petrine (ventresca), pemedùre sckattate e na pezzecàte de sal’e ppèpe. S’achiùde u ddinde (l’ingrediente) che l’alda stèse mise sope, se ngelescèsce pure chèsse d’ègghie. Se fasce u regghiètte (orletto, piegatura) grèsse atturn’atturne, se ponge che la fercine, ca ce non ze fasce, u calzone o calore s’abbotte e se spacche facènne u scesciàcchie (l’irreparabile).

Se mètt’a ccosce iìnd’o furne, mègghie angore ce se porte la tièdde o furne de pète (forno antico di pietra). Ngocch’e iùne nge stà angore ce sciàt’a BBare Vècchie e o quartìire Lebbertà. Quanne se va a pegghià do furne de pète la tièdde o vène pertate do uaggnòne du furne, oppure la tièdde se lève do furne de la checcine de case, u u-addòre ca av’ammenà, fasce scì n-glorie (in estasi) e non ze pote scherdà faggelmènde.

M’ha va ndevenà, e s’av'a vandà la fèmmene, decènne ca cusse calzone de cepodde fatt’a la barèse pote scì pure nanz’o rrè.

U calzone non va mangiàte bollènde, accome ièsse do furne; se fasce sfreddèssce nu picche, ma non dande.

Dope mangiàte na bbèlla fèdde, sope s’azzoppe nu sìidece grade de triùsche de Cannite (Canneto) o de Casteddane (Castellana), ca fasce stà allègre e chendènde pe passà na bbèlla scernat’a lariolà (una giornata spensierata).

Traduzione sintetica

Pizza di cipolla condita alla barese

Prendete un bel po’ di cipolle lunghe bianche che mangiate crude, purificano il sangue e liberano l’intestino e sono indicate anche contro i calcoli. Per la quantità si deve tener conto del numero dei commensali e di quei parenti e amici, cui si dovrà offrire una bella fetta di ‘calzone’. Si affettano le cipolle sottili e si mettono in una padella a rosolare unitamente a un goccio d’olio e ad un po’ di pomodori che vengono preventivamente pelati. Quando la cipolla si spappola, si lascia raffreddare; nel frattempo si snocciolano un bel po’ di olive (di quelle che si preparano in casa il mese di novembre). Con la sfoglia più grande si ricopre il fondo e i bordi già oleati; si mette la cipolla cotta, le olive snocciolate, formaggio pecorino grattugiato (c'è chi preferisce la ricotta forte), due capperi, qualche acciuga dissalata e diliscata, un po’ di ventresca, pomodori e per ultimo una pizzicata di sale e pepe. Si ricopre con l’altra sfoglia di pasta, si fa il bordo intorno, si punzecchia la superficie con una forchetta e si manda al forno. Questa pizza di cipolla alla barese non va mangiata appena cotta; si lascia raffreddare un poco prima di gustarla. Accompagnate la degustazione della pizza bevendo un sedici gradi di vino di Canneto (Adelfia) o di Castellana.

 

La grafia in dialetto della ricetta è stata trascritta e aggiornata con regole grammaticali dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”»..

Bibliografia ed emerografia: Nicola Gonnella (Ogon), «Giornale Pugliese» Bari febbraio 1961; Giovanni Panza, «La checìne de nonònne», Schena Editore, Fasano (BR), 1982; Gigi De Santis «Calannàrie Barèse, Dumìle e iùne» Edizioni del Tirso, Bari, 2000 e «Calannàrie Barèse, Dumìle e ccìnghe», Edizioni del Tirso, Bari, 2004; Gigi De Santis, «Calzone de cepodde e lambasciùne, sal’e ppèpe», «Modugno, it», Modugno (BA), 6-3-2006.

1ª Foto: «Calzone de cepodde a la barèse». Libro, “La cucina regionale italiana - Puglia -”, Paola Loaldi,  Mondadori Electa, Milano, 2008;; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2015).

Foto: «Calzone de cepodde», Lino Patruno, Libro, “Invito a Bari”, fotografia, Nicola Amato/Sergio Leonardi, Mario Adda Editore, Bari, 1998; Gigi De Santis, fototeca, Archivio Centro Studi “Don Dialetto” (1976-2015). 

Foto: «U calzone a la barèse». Libro “a tavola nella piana della provincia B.A.T.”, Vito Buono, Levante Editore, Bari, 2008.

Lingua e Cucina Tipica Barese

sono materie di studio e d’insegnamento.

Impegno, coerenza, approfondimento, uniformità.

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)


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Uno scoop nello scoop… ancora scoop - Pestrìgghie, pestregghiàte chìine de nguàcchie nguacchiàte 3
Inserito il 09 febbraio 2015 alle 07:15:00 da Gigi. IT - Comunicato stampa

Scherza coi fanti e lascia stare i santi.

Soprattutto San Nicola in Lingua Barese, e non solo.

 

La Cultura Barese (storia, folclore, lingua)

 è di  pubblico dominio, non può essere riservata solo, a parenti e amici. 

«... non si deve guardare al fiume di libri e di scritture facili dei nostri giorni in cui tutti col copia e incolla subito costruiamo montagne di stupidaggini ...».

(Raffaele Nigro, La Gazzetta del Mezzogiorno, Bari 22-10-2014).

Uno scoop nello scoop… ancora scoop

Il lupo continua a perdere il pelo ma non il vizio.

 

Pestrìgghie pestregghiàte, chìine de nguàcchie nguacchiàte.

 

«Saltar di palo in frasca» (Il proverbio evidenzia il comportamento, peraltro non insolito, di chi, per superficialità o fretta, passa, parlando o scrivendo, da un argomento a un altro senza alcun nesso logico e facendo, ovviamente, molta confusione).

 

«Raglio d’asino non arriva in cielo» (le parole calunniose e le dicerie degli sciocchi non hanno effetto).

 
Ha scritto la grande poetessa,  Alda Merini: «La cattiveria è degli sciocchi, di quelli che non hanno ancora capito che non vivremo in eterno».
 

«Sacco vuoto non sta in piedi» (l’espressione va riferita a chi si vanta di particolari meriti e di virtù che non ha, ma la sua pochezza finisce presto per essere smascherata).

 

«La sella d’oro non migliora il cavallo» (se uno non ha talento o non è dotato di iniziativa e ingegno non può certamente comprarlo o mascherarlo con facili escamotage. È un po’ come dire che l’abito non fa il monaco).

 

Chiamare gli altri,  invidiosi e gelosi senza un nesso logico è come aver lanciato un boomerang che si ritorce su sé stesso. 

 
Ci iè ccudde? Lassue a pèrde, s’attacche a ttutte le pelidde e a la feliscene (Chi è quello? Lascialo perdere, si attacca a tutti i peluzzi e alla fuliggine). Si dice dei cavillosi, per i quali ogni pretesto è buono per attaccar briga.

Domenica 8 giugno 2014, per  la XXI Edizione del «Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Bitetto” 2013-2014», la giuria, con il presidente del Premio, il prof. Michele Lucatuorto, grazie alla denuncia di uno dei partecipanti al concorso, ha scoperto, dopo la classificazione dei premiati, nella sezione B «Poesia singola in vernacolo, inedita, a tema libero», la poesia spedita dal furbetto era “edita” e, prontamente, è stata radiata.

Il furbetto non è nuovo a simili azioni, infatti, anche in un’altra manifestazione è stato scoperto partecipando al VII «Concorso di Poesie in Vernacolo Pugliese» Anno 2011-2012 organizzato dalla UIL PENSIONATI di  BARI e di PUGLIA e dall’«A.D.A di Puglia» (Associazione di volontariato per i Diritti dell’Anziano), perché ha inteso partecipare con altra poesia edita, (mentre il regolamento del concorso specificava, con la dichiarazione firmata dal partecipante sottoscrivendo (approvare incondizionatamenteche la poesia è inedita),

Ma chi è il furbetto che si è fatto cogliere con le mani nel miele? Tentando, da buon italiano, di aggirare le regole? Sempre lui, colui che continua a dichiararsi giornalista (invece è pubblicista), scrittore (e non abbiamo ancora visto pubblicare un suo libro scritto di proprio pugno, frutto della sua capacità inventiva), che più volte si firma quale ‘esperto di dialetti e tradizioni’ e dichiara:  «... io non scrivo in dialetto ma mi piace seguire e scrivere eventualmente qualche considerazione, quindi non posso dare alcun apporto in materia» e poi, si permette di correggere chi si diletta con il dialetto barese, demolendone lo scritto con critiche aspre e violente; uno che di ortografia barese non capisce e non ha mai capito niente di grammatica barese.

Ma chi è costui? Non c’è bisogno di citarlo è ARCINOTO negli ambienti della cultura dialettale barese e, soprattutto, più volte nominato nel presente sito «cliccate sui canali Dialetto, categoria Dialetto barese: Errori dialettali, Pestrìgghie pestregghiàte e nella  stessa categoria agli articoli <Critiche Severissime>, <Pestrìgghie pestregghiàte (Critiche Severissime)>  e <Dialetto barese: Nguàcchie Nguacchiàte (Critiche Severissime)»; «Folclore», categoria Decève tagrànne che mammarànne”, articoli <Decève Vastiàne posa piàne>, <Decève la sroche a la nore> e categoria A ccì appartìine (soprannomi)”, articolo <Le sopanòme (4)> ; «Personaggi», categoria “Le puète”, articoli <Giuseppe Romito> e <Giovanni Lotito>).

L’espertologo ( ! ) ha carpito per ben due volte, partecipando a concorsi di poesia, la buona fede dei Presidenti, delle soprascritte organizzazioni, dott. Rocco Matarozzo e prof. Michele Lucatuorto.

Ci siamo domandati: con quale coraggio, con che faccia continua a presentare il suo cosiddetto nuovo libro (che è tutto dire, dichiarato pomposamente barese) che, come nelle sue precedenti pubblicazioni, è un copia-incolla, senza una spiegazione di note linguistiche per agevolare la lettura del dialetto barese, campo nel quale regna l’anarchia grafica assoluta, ciascuno adopera un proprio sistema, il barese viene scritto in tanti dialetti quanti sono gli autori.

Alla presentazione (ha evidenziato che si accede solo per invito. L’espertologo ha avuto timore di rispondere alle domande di studiosi seri, competenti della lingua barese e non solo. La Cultura Barese (storia, folclore, lingua), non può essere riservata solo, a parenti e amici, ma è di pubblico dominioDivulgare la Cultura Locale è una vera e propria missione, se non si vuole continuare ad avere ancora pregiudizi, in modo particolare, sulla lingua barese scritta e orale), ci hanno riferito: non un cenno, neanche le più elementari e condivise regole di grammatica barese, l’espertologo ha illustrato agli astanti (confermando la sua totale incompetenza sull’ortografia e ortoepia barese), i fenomeni di gruppi consonantici all’inizio e nel corpo della parola che per lui non esistono soprattutto a inizio di parola.

Asserisce che è cosa del tutto personale e ignora, invece, che è regola grammaticale non solo barese, ma delle parlate meridionali.

Non sa rispondere all’abuso del j=gei (consonante straniera) che lui pronuncia erroneamente  i lunga (che non esiste negli alfabeti barese, italianolatino). 

Non chiarisce perché in alcune poesie e componimenti in prosa è usato il gei (j) e in altri no?

Perché alcuni autori usano la doppia B scrivendo in dialetto BBare e altri no?

Perché (è questo è gravissimo), alcuni, e soprattutto lui, usano accentare la vocale a, con l’accento acuto (á), mentre in molti usano correttamente l’accento grave (à)? (La (á) con l’accento acuto nella lingua barese come nella lingua italiana non viene scritta e pronunciata chiusa, perché è l’unica vocale di massima apertura).

Perché gli autori hanno adoperato, nelle loro poesie, parole con l’accento grave e nel suo libro, sono state modificate con l’accento acuto e viceversa?

Perché ha modificato parole, accenti, punteggiatura ad alcune poesie? 

Non si è accorto inserendo per intero con il più classico copia-incolla, errori storici e linguistici: «Il poemetto in dialetto barese inedito del sec. XVIII» inserito all’inizio del libro, non documentandosi se esiste la copia originale, perché non si capisce, per esempio, il canonico Francesco Bux, nato a Bari nel 1885, diventa ordinato sacerdote nel 1888, a tre anni dalla nascita. 

Perché in alcune pagine cita la fonte e in alcune no, come a pag. 134, volutamente ha omesso l’autore del capitolo «Poesie dialettali baresi», appropriandosi dello scritto?

E va dicendo e scrivendo in giro che altri sono invidiosi di lui. Di che? Di che cosa? Che si impadronisce degli scritti altrui?

Perché a pag. 38 spiega a chiare lettere: (...) «… Infine non per tutti c’è la traduzione nella lingua italiana, poiché non sempre riportata dagli autori nelle loro originali composizioni.», mentre alle pagg. 87, 88, 163, 164 e 165 inserisce la traduzione di alcuni vocaboli di quattro poesie scritte da Vito Barracano e Agnese Palummo, che non le hanno tradotte?

Perché a pag. 124 nel titolo della poesia è scritto () e nella prima quartina del componimento (du) senz’accento? Qual è la definizione giusta spiegando nella lingua italiana?

Perché in alcuni racconti e poesie non si distingue la vocale (e) tonica da quella atona scrivendo tutte e due senz’accento? Mentre in altre liriche vengono evidenziate?

Perché in alcune poesie la (e) senz’accento a fine vocabolo non è scritta, ma sostituita con un apostrofo?

Come si spiega a pag. 123 il nome Nicola, nelle due lingue: italiano e barese, è scritto con l’accento acuto la vocale (ó), quando è ben documentato che la pronunzia è aperta come si evidenzia correttamente in altre poesie?

E ci fermiamo qui! PE MMÒ! (PE MMÒ, si scrive in barese con l’accento grave sulla (Ò) e no apostrofare (PE MMO’), come ha scritto l’espertologo. 

Continua a dire e scrivere  che siamo invidiosi.

Invidiosi di che? Che continua a fare il furbetto partecipando a concorsi di poesia, non rispettando il regolamento, carpire la buona fede degli organizzatori?

Invidiosi di che? Che ha pubblicato libri che sono copia-incolla?

Invidiosi di chi? Che non risponde alle domande specifiche sull’ortografia barese?

Di sicuro l’espertologo non risponderà, come non ha mai risposto agli inviti di alcuni studiosi dell’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”, che più volte lo hanno cortesemente invitato a un confronto pubblico, nel quale possa spiegare perché la sua insistenza nel dire che Bari non ha una grammatica, mentre in una delle sue pubblicazioni ha scritto che la sua collaboratrice, studiosa del dialetto barese, ha contribuito alla redazione di regole grammaticali e ortografiche per la stesura del testo.

Il colmo è che anche nella nuova pubblicazione ha citato nella bibliografia, libri di Alfredo Giovine, il più autorevole autore barese (come è stato definito recentemente dal prof. Pasquale Corsi, docente Ordinario, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi Aldo Moro - Bari e dal prof. Daniele Giancane, docente del Dipartimento di Scienze Pedagogiche e Didattiche dell’Università di Bari), il quale ha prodotto la Grammatica del Dialetto di Bari (a cura di Felice Giovine).

Come spiega questa grave incongruenza?

Non ha ancora risposto alle nostre sopraindicate affermazioni. È bravo solo nello scrivere che siamo invidiosi e gelosi... di chi? Di che? Che cosa c’entra l’invidia, la gelosia se abbiamo semplicemente posto domande specifiche nel difendere, a spada tratta, la storia, le tradizioni e la lingua barese?  

Non c’è che dire, l’individuo in questione, per l’ennesima volta è stato scoperto con le mani nella marmellata, al pari di un plagio commesso, e non solo.

Speriamo fortemente che negli ambienti culturali e, soprattutto, nel mondo dell’Università degli Studi di Bari, si dia degna considerazione e rispetto alla Baresità autentica (Storia-Lingua-Folclore). 

Comitato Difesa Baresità

Ogni componente, anche individualmente, si impegna, in qualunque luogo, occasione e con ogni mezzo, ad intervenire, contrastando, riprendendo, correggendo affermazioni false e inquinanti, mistificazioni, banalizzazioni, da chiunque provengano, tendenti a distorcere, diffondere inesattezze e travisare la storia, la cultura, la lingua e le tradizioni di Bari e della sua Terra. L’invito ad Aderire è indirizzato a chiunque si riconosca e condivida gli scopi che il Comitato si prefigge, compresa l’uniformità della grafia dialettale.

Campagna di Sensibilizzazione

a cura dei siti web:

www.centrostudibaresi.it (Felice Giovine)

www.dondialetto.it (Gigi De Santis)

La Redazione


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Colore ed Efficacia della Lingua Barese, attraverso cenni di grammatica
Inserito il 11 novembre 2014 alle 11:04:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

Due parole sulla Lingua Barese

 

Chiunque si sia dedicato con passione al proprio idioma si è poi cimentato a impostare una grafia che fosse in grado di esprimere termini e particolari fonemi, caratteristici di quel territorio.

Egli ha ritenuto, lodevolmente, di dare una propria impronta e ha creato sistemi grafici misti tra l’alfabeto fonetico (IPA, segni diacritici, ecc.), quello italiano e lettere di lingue straniere (j, x, y, w), trascurando l’elemento basilare, cioè una scrittura semplice, da tutti comprensibile e utilizzabile, giustificata grammaticalmente.

Il più delle volte, non hanno considerato che è l’italiano che deriva dai dialetti e non il contrario. Premesso che l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) è quello scientifico, tutti gli altri, debbono scrivere come e per la gente comune, con il solo mezzo che conoscono, imparato a scuola, il più semplice: l’italiano.

Per porre fine all’uso indiscriminato e incondizionato delle non poche e sofisticate grafie adottate (per la propensione del barese e non solo, al più sfrenato individualismo) il cui utilizzo ha creato e crea grave nocumento quanto a diffusione e incomprensibili equivoci, suggeriamo,

una scrittura di base, semplice e utilizzabile da tutti

 

adottando l’alfabeto italiano;

approfondendo i fenomeni tipici dialettali:

- legati alla a delle coniugazioni verbali, agghie a scì a cattà le cìggere;

- gli incontri consonantici, andìche (antico); non zènde (non sente), ecc.

- il raddoppio consonantico in principio che nel corpo della parola, vogghe a ccase (vado a casa), cassce (cassa), fassce (fascia), ecc.;

- altri fonemi (per es: tipici, ma diversi tra loro, traiìne (carretto), cappìidde (cappello);

-   usando la ‘e’ atona invece di altri segni grafici (apostrofi, e capovolte: ǝ, spazi vuoti)

-   uniformando e condividendo la scrittura. 

ALFABETO

 L’alfabeto barese si compone di ventuno lettere e, come nell’alfabeto italiano, ciascuna lettera ha un suo nome, secondo il suono che rappresenta.

1. a - 2. b (be) - 3. c (ce) - 4. d (de) - 5. e - 6. f (fe) - 7. g (ge) - 8. h - 9. i - 10. l (le) - 11. m (me) - 12. n (ne) - 13. o - 14. p (pe) -15. q (qu) - 16. r (re) - 17. s (se) -18. t (te) - 19. u - 20. v (ve) – 21. z (ze).

La lettera h solo per le voci verbali del verbo avè (avere); tu ha da scì (tu devi andare).   

Importanza della vocale e

La e ha una funzione importante e di base nella scrittura barese. Tutte le ‘e’ delle parole dialettali, non accentate, hanno suono indistinto, ma la loro funzione è quella di dare suono vocalico, sonorità alle consonanti cui sono legate, come nella lingua francese. (Es.: ruscte/rùscete - marnàre/marenàrepudce/pùdece - volne/vòlene).

La non trascrizione renderebbe la grafia illeggibile: descetàmece (dsctàmc).

Lo stesso dicasi qualora la e semimuta venga sostituita con l’apostrofo (): r’nn’nèdd’ (rondinella) – fr’mm’nànd’ (fiammifero) – d’sc’tàm’c’ (svegliamoci).

Si tenga conto che la e semimuta è pur sempre un suono, ancorché poco distinto, ma è opportuno trascriverla.

Per comprendere meglio e subito quanto detto si provi a pronunciare la parola marinaio che in barese può essere espressa graficamente marnàre e marenàre, e ‘andiamo al mare’: sciame o mare e non sciame o mar (lo sceicco). Sarà sufficiente a quanti sostengono l’inutilità della trascrizione della e ?

Emblematico è l’esempio di “ì so d BBàààr” così scritto, e con un certo impegno, si afferma che si è di Bar (Antivari), città di fronte a noi, mentre se si vuole affermare di essere di Bari, occorre scrivere ì sò de BBare.

Le e del dialetto barese hanno svariati suoni e diversi fra loro, per cui è impossibile distinguerle e rappresentarle nelle diverse sfumature, se non da coloro che la pronunciamo.

Nota Bene

 

J (gei)

 Si suggerisce l’eliminazione totale della j (gei), in quanto lettera straniera (la cosiddetta i lunga, è invenzione di qualche “snob”), è solo un segno grafico e non esiste in italiano e in latino; (sono errati e non esistono in alcun vocabolario, jus, juris, justitia, jacopo, jonio, japigia, jolanda, fidejussione, ecc.), in italiano esiste: giungla (e non jungla), iunior (non junior), ionico (non jonico, pron.: gionico); se si scrive juventino lo si deve pronunciare giuventino.

Chi volesse approfondire l’argomento può riferirsi al volume “Il dialetto di Bari” a cura di Felice Giovine, edito da Giuseppe Laterza nel 2005. Per i confronti e proficui scambi di idee siamo sempre a disposizione per il bene della nostra lingua e della città.

Articolo estratto dal mensile: Speciale “U Corrìire de BBàre” fascicolo 3°/3 – Aprile 2013.

Direttore responsabile e Presidente dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo, Giovine» (costituitasi ufficialmente l’otto maggio 2012), Felice Giovine.

 

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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COMITATO BARESE PER L'ABOLIZIONE DELLA J (gei)
Inserito il 05 giugno 2014 alle 08:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

Credenze linguistiche

 

Comitato barese per l’abolizione della J (gei)

Per combattere il punteruolo rosso che sta decimando il patrimonio delle palme, occorre una massiccia e sistematica azione di contrasto e annientamento del nefasto coleottero, stesso impegno per combattere uso e abuso della J (gei).

Impegno che il Centro Studi Baresi intende perseguire per debellare tale erroneo utilizzo. Non sono pochi coloro che ignorano che la J con la lingua italiana non ha nulla a che spartire. Ma la cosa grave e che, lo ignorino giornali e telegiornali, alimentando convincimenti errati per l’uso incondizionato.

Per esempio scrivono jaluronico e lo sentiamo pronunciare ialuronico, scrivono jella, jettatore e le sentiamo pronunciare iella e iettatore. Scrivono junior e lo pronunciano iunior. Jesolo per Iesolo, Jole per iole, jaja per iaia, e ancora scrivono jonio, japigia, e leggono ionio, ionico, iapigia e iapigi, e poi non si comprende perché pronuncino Giazz per Jazz, Gim per Jim, Giolli per Jolly, Giumbo per Jumbo, giungla per jungla, ecc. Allora se scrivi Juventus devi leggere Giuventus, al pari di Jovanotti per Giovanotti, se leggi iunior devi scrivere iunior, se scrivi junior devi leggere giunior.

Tale confusione, la si riscontra anche nelle trascrizioni dialettali, generando il convincimento che trattandosi di dialetto, ognuno possa adottare il sistema di scrittura che più preferisce, senza tener conto che ciò ne limiterà la comprensione, relegando lo scritto solo a quanti riusciranno a interpretarlo. Chiunque riconoscendosi tra “gli insorti” voglia aderire al Comitato, è sollecitato a segnalare, non solo, alla redazione dell’«Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”», ma soprattutto a chi le commette, le scorrette grafie sollecitandone la correzione, per la salvaguardia della lingua italiana e della nostra grafia barese.

«Se si parla e si scrive italiano italianamente, si scriva barese, baresemente»

 Felice Giovine

Presidente dell’Accademia della Lingua Barese“Alfredo Giovine”

Noi,

Centro Studi Don Dialetto

Contributo alla Ricerca, Recupero, Difesa,

Valorizzazione e Diffusione

della Cultura Popolare e della Lingua Barese -

 

Aderiamo al

«Comitato Barese»

del

Centro Studi Baresi

La Redazione “Don Dialetto.it” - Bari

La Lingua Barese

è impegno, coerenza,

approfondimento, uniformità.

 È materia di studio e d’insegnamento.


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PRONTO SOCCORSO LINGUISTICO: ACCADEMIA DELLA LINGUA BARESE - A. GIOVINE
Inserito il 04 giugno 2014 alle 07:54:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

  

A tutti i baresi e “giargianesi

 

L’ Accademia della lingua barese 

Alfredo Giovine

 

comunica che è operativo il

 

Pronto Soccorso Linguistico

cui rivolgersi per non commettere

errori nella scrittura.

 

Non mortificate Bari

con grafie astruse.

 

Basta una telefonata:

 

iè n-dune !!!

Comunicato Stampa

Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”


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Ricordo di don Alfredo Giovine, indimenticabile anima di Bari
Inserito il 02 aprile 2014 alle 06:04:00 da Gigi. IT - Auguri

Alfredo Giovine

Memorabile, Ineguagliabile Cantore di Bari

1907 - 2 aprile2014

Storico, musicografo, demologo, dialettologo, poeta popolare.

Custode e Divulgatore delle Tradizioni e della Cultura Popolare Barese e Civiltà Musicale Pugliese

BBare la zita mè

 

U-amòre mì sì TTu.

Ì pènze sèmb’a TTè

BBare du core mì 

Tu sì la zita mè      

 

E qquann’arrive magge

Ì sènghe atturn’a mmè

Ca l’arie, mare e rrose

Addorene de Tè.

(...) Chi non conosce l’amore dei Napoletani per la loro Napoli? Ma l’opera di folkloristica barese e questa nuova testimonianza di baresità mi fanno dire all’indirizzo di Alfredo Giovine, che molti Napoletani messi insieme, non superano in intensa e in trasporto l'amore che il Giovine nutre con così inestinguibile fiamma per quella Bari della quale tant’è invaghito, da chiamarla costantemente la “Zita mè”  - la sposa mia.

Francesco Babudri (1963)

Abbrile

 

 Quann’arrive premavère,:

N-gann’a mmare la matine,

Stà n’addore, no de fiùre,

Ma de laghena marine.

 

Assedùdet’a nu chiangòne,

 M’acchiamènghe le gaggiàne,

E stu core nzìim’a llore,

Va e vvène da lendane.

 

Pò u sole che le ragge,

Com’a nu prestigiatòre,

 Le capidde mì d’argìinde,

Me le tènge tutte d’ore.

 

Com’acquànne da maffiùse

Iì facève u trembettìire,

Nanza nanz’a la fanvare

 De le uàppe bressagglìire.

 

Pò, na larma breveggnòse

Scorre m-bbacce chiàne chiàne

E se spèrde tremuànne

Sop’o squèrze de la mane.

 
Alfredo Giovine

Per riconoscenza e ricordarlo negli anni, la Giunta Municipale, il 29 giugno 2000 con delibera n° 779 gli ha dedicato il tratto terminale dell’attuale Strada Adriatica che si sviluppa dopo il complesso balneare ‘Il Trullo’ finendo all’altezza dell’ex ‘Camping San Giorgio’. 

La mattina del 24 marzo 2001 c’è stata l’inaugurazione della nuova denominazione stradale Via Alfredo Giovine (demologo 1907-1995).

Servì Bari, senza servirsene


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Grammatica Barese: La i che cambia i suoni
Inserito il 09 marzo 2014 alle 09:14:00 da Gigi. IT - DIALETTO

La Gazzetta del Mezzogiorno

 

Bari, 15 settembre 2013

 

Felice Giovine

Presidente dell’Associazione Culturale

Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”

 

Il Dialetto di Bari

ha una propria grammatica 

quindi è una lingua viva

Domenica, 15 settembre 2013, «La Gazzetta del Mezzogiorno», ha pubblicato un secondo interessante articolo riguardante le regole della grammatica barese a cura di Felice Giovine, presidente dell’ «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”».

Un’intera pagina spiega l’importante ruolo della vocale “«i» che cambia i suoni”, il fenomeno della «i» prostetica o pròtesi (aggiunta), che «Il Conciso» del Vocabolario della Lingua Italiana dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, Edizione 1998 dà una definizione esatta che è la seguente:

«Fenomeno fonetico consistente nello sviluppo di un elemento non etimologico (vocalico o semivocalico) all’inizio di una parola, per esigenze eufoniche (per es., la i che viene talvolta preposta, oggi sempre più raramente, alle parole comincianti con la cosiddetta s «impura», dopo una parola che termina con una consonante: in istrada, in Ispagna, per iscritto, per ischerzo, ecc.».

Nella lingua barese il fenomeno è lo stesso, ossia: «Vi sono parole baresi che da sole e in determinate situazioni non possono essere pronunciate se non vengono sorrette da una delle vocali ‘i’ o ‘u’, dette vocali prostetiche»  (Alfredo Giovine: Il Dialetto di Bari. Guida alla grammatica, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari dic. 2005).

Infine, la funzione del semidittongo «iì», pronome personale di prima persona, io, che in barese è «ì»; esiste anche una versione con pronuncia peculiare barese che, per caratterizzarla, va trascritta con iì (con i prostetica); questi è un semidittongo ed è formato dalla semivocale ( i ) e dalla vocale (ì) accentata (i e u in barese, davanti ad altre vocali, hanno sempre funzione semivocalica - es. iìnde, iìdde).

È chiaro, che il pronome in barese (), non va mai scritto con la consonante straniera (j), come si ostinano a scrivere certuni. La J (gei, che qualcuno ancora considera una i lunga) peraltro, non esiste nell’alfabeto italiano come in quello latino (come lo ha evidenziato chiaramente Felice Giovine, nell’articolo di domenica sulla Gazzetta); tale segno (j=gei), è presente solo in lingue straniere e la sua pronuncia varia (come jungla, jazz, james, jour; e non, per es. jonico, japigia, jus, justitia, jesi, jacopo, ecc. non esistono, ma sono utilizzate da coloro che ignorano alfabeti e lingue italiana e latina). Possiamo annunciare che è un articolo coi fiocchi, scritto con competenza. Molto efficaci sono le introduzioni sia a questo articolo che a quello di sabato 31 agosto (E imparate a pronunciare la «e»), che hanno mandato su tutte le furie l’ “esperto di dialetto e tradizioni popolari” (così si firma), capace solo di contestare i due articoli, senza entrare nel merito (evidenziando la scarsa competenza e affidandosi a riporti di altri, affermazioni, peraltro, non attinenti all’argomento). Costui che si firma anche “giornalista” (invece è pubblicista), scrittore (e non abbiamo ancora visto un libro scritto di proprio pugno, frutto della sua capacità inventiva), e che si definisce “caporedattore” in un blog (sic), non ha mai affrontato nel merito una sola questione grafica ma ha elargito solo pettegolezzi, critiche e fumosi riferimenti, che non centrano mai l’obiettivo, mentre di studiare la grammatica barese non ne vuole sapere “No nge ngozze”.

Felice Giovine ha scritto nell’introduzione: «Il figlio di Alessandro Dumas diceva: «Non discutere mai: non convincerai nessuno. Le opinioni sono come i chiodi, più ci si picchia sopra, più entrano in profondità», analogo all’intrigante detto barese «Ce t’ha da fà tagghià, veccìre bbuène t’ha da capà» (se devi fare qualcosa di impegnativo fallo con chi ne è all’altezza)». Tali affermazioni sono state considerate segno di orgoglio, arroganza e presunzione, io aggiungerei d’invidia, per cui vanno rispedite al mittente, perché rispecchiano perfettamente la persona che le ha scritte. Invece di perdere tempo e fare “malesànghe” e “abbettàsse de bbile” perché non si mette a studiare la grammatica di Giovine, così si erudisce un po’ in quel settore che si dichiara esperto, se ne convince e rende un servigio alla cultura cittadina?  Ma il suo, non è un caso isolato, annovera addirittura dei seguaci; sì, avete inteso bene: seguàci!

Uno di questi afferma, leggete... leggete che dice (ed è una ex docente...); “Se nella lingua italiana la semiconsonante j (i lunga) è quasi scomparsa, nella grafia dialettale barese si usa quando è seguita dalla vocale i all’inizio di parola o di sillaba per trascrivere il suono gutturale di alcuni termini come: ji, jidde, jisse, jinde, jirte, jire, jigne, jirre (e iòrre), ajíre, trajíne”. 

Commento: Tempo addietro affermava che la j (che chiamava e chiama i lunga, e ha inculcato ad alunni tale sciocchezza) appartenesse all’alfabeto italiano, facendo arrivare a 22 le lettere, quando per le grammatiche serie, sono 21 (5 vocali  e 16 consonanti); e poi, afferma che si tratta di una semiconsonante.

Continua: “La vocale iniziale i da sola forma sillaba. Se il gruppo iì muta in ì per scrivere: pur’ì = pure io,  pur’idde  = pure lui, con la caduta della i detta eufonica, secondo me è da ritenere valida l’espressione:  [ i]pure ji, pure jidde”. (E ce ha velùte disce, non ze capìssce nudde). Ora se volesse trascrivere pure jì in pur’ì, facendo l’elisione, quale regola grammaticale potrebbe applicare o invocare, per far cadere ovvero eliminare una semiconsonante, quando sappiamo che essa si ottiene solo con vocali e mai con consonanti o semiconsonanti? 

Un’altra gaffe è che si domanda, avendo letto l’articolo di Felice Giovine (ma l’ha letto con attenzione e con competenza?), «C’è chi sostiene che il gruppo iì sia un semidittongo, ma esiste questa figura grammaticale?».

Nella grammatica italiana è evidente che questo fenomeno non esiste, lo sanno anche gli alunni della terza elementare, perché nella lingua italiana non ci sono vocaboli che iniziano con due (ii), (), (ìi). In barese, e qui viene rimarcato uno dei tanti  fenomeni della lingua barese (),  formato, e qui viene spiegato per l’ennesima volta, a chiare note, senza possibilità di fraintendimenti.

La prima i (è prostetica e semivocale. In barese i e u davanti ad altre vocali hanno sempre funzione semivocalica... quante volte lo dobbiamo ripetere per iscritto e a voce?). La seconda ì (è accentata, con l’accento grave ed è vocale piena) e non come qualcuno ha riportato e riporta scrivendo (ii), (), (ji), (jji), (), (ij). Quindi il semidittongo (), fa parte esclusivamente della grammatica barese evidenziato, grazie a seri e continui studi sul Dialetto di Bari, sin dal 1964, dal più autorevole storico, demologo, musicografo, linguista barese autentico, Alfredo Giovine, ignorato volutamente da certuni che si sono dichiarati più volte esperti, docenti del dialetto barese.    

Ma poi, la cosa di cui non ci si vuole convincere e ammettere, è che il dialetto barese, antecedente all’italiano, ha nel suo “dna linguistico”, particolari fenomeni grafici e fonetici, che si ignorano ostinatamente, per non concedere assensi a chi ne ha evidenziato natura e proprietà, e perché annullerebbero convinzioni di precedenti appassionati o studiosi, che hanno preso in definitiva delle “cantonate”. Come dice un antico proverbio ancora in uso “o squagghie de la nève ...”.

Ed è di questi signori, che li abbiamo colti in fallo (e non ce ne siamo accorti solo noi), a proposito dell’ortografia barese, in un loro recente libretto scrivendo il seguente strafalcione (e non è il solo): “àda pertá nzíne”. Invece la frase va scritta in lingua barese: ha da pertà n-zìine (la vocale (a) di “pertà” si evidenzia con l’accento grave, perché è per natura aperta e,  in barese, la maggior parte delle parole si pronunciano aperte. Anche nella lingua italiana e nell’alfabeto fonetico, non esiste l’(a) con l’accento acuto. E ci fermiamo qui!). Il paradosso è che uno di loro (l’espertologo) ha affermato elogiando la sua collaboratrice: «… Si è dedicata con passione allo studio del dialetto barese, contribuendo alla redazione di regole grammaticali e ortografiche», mentre lui, in più occasioni, ha asserito con convinzione che il dialetto barese non ha una grammatica e quindi non è una lingua.

A quest’ultima affermazione, inseriamo due risposte espresse tempo fa in una trasmissione radiofonica della Rai (Radio Anch’io del 13-08-2009 ore 09:00). La prima è della professoressa Marasca, dell’Accademia della Crusca: «… oltre 30% della popolazione usa ancora il dialetto in alcune regioni come Sicilia e Veneto la percentuale è più alta… Tutti i dialetti sono lingue».

La seconda è dell’attore napoletano Beppe Barra: «Io non vado a insegnare nelle Università, ma parlare con gli studenti… Difenderò il dialetto finché avrò voce».

Storia mè nonn-è cchiù, mal’a llore e bbèn’a nnù.

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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Lingua Barese: Problema Grafico - Denuncia dell'Accademia della Lingua Barese "Alfredo Giovine"
Inserito il 16 novembre 2013 alle 08:33:00 da Gigi. IT - Accademia della Lingua Barese

Dal 1843, anno della prima pubblicazione a stampa di poesie scritte in barese, si sono susseguiti una serie nutrita di autori e di scritti e lavori dialettali. Mancando, da sempre, un punto comune cui riferirsi, ognuno ha ritenuto di adottare a piacere un proprio alfabeto e una propria scrittura, per poter esprimere graficamente un fonema particolare, una parola “terciùte”, dimenticando, ignorando o confondendo ortografia e ortoepia con fonologia, glottologia, ecc.

L’Atlante Fonetico Universale è l’unico strumento scientifico cui riferirsi per esprimere graficamente suoni e pronunce, utilizzato esclusivamente da universitari e glottologi, per poter parlare e intendersi; noi altri, “s… glottologi” appassionati, come facciamo a scrivere e a scriverci per poterci intendere, senza dover andare all’università? Noi cultori terra-terra, come possiamo arrangiarci?

Mai nessuno che abbia pensato, fra le tante grafie, a proporre un sistema grafico semplice, uniforme, e soprattutto comprensibile da tutti. Dopo alcune “polemiche” apparse nei giornali negli anni ’60 (tra Alfredo Giovine e suoi sostenitori e altri) e, quelle del settembre 2008, alcuni volenterosi, armati di pazienza e apparente decisione, si erano riuniti con l’intento di condividere un sistema di scrittura, come quella italiana, nel rispetto di regole grammaticali di base dei fenomeni tipici del barese. Anche questo tentativo è miseramente naufragato, causa la scarsa conoscenza del dialetto e dei suoi fenomeni da parte della maggioranza dei partecipanti.

Nel 2005, il “Centro Studi Baresi”, sulla strada tracciata dagli studi di Alfredo Giovine. pubblica “Il Dialetto di Bari” (Grammatica, scrittura, lettura, Giuseppe Laterza ed.). Tali studi vengono condivisi dal “Centro Studi Don Dialetto” di Gigi De Santis, dal “Gat” di Gianni Serena (autore di una grammatica di Palese che si rifà sostanzialmente a questi studi), e “Pugliateatro” di Rino Bizzarro e altri appassionati che ritengono tale sistema un metodo facile per scrivere e per leggere l’idioma barese.

Da questa comune e condivisa visione nasce l’Idea dell’Accademia (intesa come “luogo di studio” - cfr. Treccani) e, intestarla ad Alfredo Giovine, era il minimo che gli si potesse riconoscere, dato che già nel 1962, egli ne auspicava la creazione.

Felice Giovine - presidente Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”.

Nel lontano 1962, il 20 gennaio, il Giornale Pugliese, diretto da Aurelio Calitri, pubblicò una lettera di Alfredo Giovine, intitolata: ACCADEMIA BARESE.

«Condivido quanto espone Ogon (Onofrio Gonnella) nel n.2 del 1962Nu tiàddre pe BBare”. Desidero esprimere qualche mio pensiero che sinteticamente racchiudo:

1) Non tollerare inquinamenti di attori con cadenze provinciali nella recitazione del barese. Abbiamo un esempio lampante e persistente che, sarebbe offesa all’intelligenza di chi legge, nominarlo.  

2) Uniformare, non rigidamente, la grafia dialettica sulla falsariga del più colto di tutti in materia: Davide Lopez.

Un lettore popolare barese, non avendo l’istruzione di una persona colta, si trova in difficoltà, di fronte a «tanti dialetti baresi» quanti sono gli scrittori che legge.

Necessita per tanto, un’amichevole accordo fra i vari poeti dialettali, costituendo una Accademia dialettale barese in seno alla quale si possono dibattere problemi che interessano la cultura del nostro parlato.

In questo modo, si eviterebbe l’altro inconveniente, vedere poeti intelligentissimi e dotati di acuto spirito umoristico, scrivere un dialetto cocktail.

Con questo non voglio avere l’aria di rilevare errori a nessuno perché se questi vi sono, i più vistosi sono propri i miei, per quel preciso accordo del quale facevo cenno e, pertanto, ne auspico l’attivazione. Molti ringraziamenti e ossequi»,

Alfredo Giovine

Risposta dalla redazione del Giornale: Arriveremo a un’Accademia dialettale barese, amico Giovine! Fra non molto.

Sono trascorsi esattamente cinquant’anni, e l’Otto maggio 2012, il desiderio è stato esaudito, si è costituita l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”, intestata a colui che fortemente l’aveva auspicata.  

Felice Giovine - presidente della soprascritta, autorevole, ACCADEMIA

Comitato Promozione «Bari Lingua e Cultura»

Redazione Don Dialetto.it  - Bari 


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