L'importanza della vocale (e)
La presente pagina dà inizio a una serie di articoli per quanto concerne cenni di grammatica barese utilizzando esclusivamente il modello di scrittura dell’autorevole volume «Il Dialetto di Bari» (grammatica-scrittura-lettura) di Alfredo Giovine a cura di Felice Giovine e il corso di dialetto «La Lèngua Noste» (manuale per una scrittura unificata della lingua barese) di Gigi De Santis, consentendo a tutti di familiarizzare con la grafia standard e, quindi, poter pronunciare con semplicità il nostro idioma. Un sistema unico e uniforme di scrittura che si avvicina di molto all’alfabeto italiano adoperando già tutti quei fonemi e fenomeni d’ortografia concordati e confermati dai più e, inserendo, altre norme già discusse, ampliate, risolte e diffuse dalle associazioni: «Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi» di Alfredo e Felice Giovine e «Centro Studi “Don Dialetto”» di Gigi De Santis.
La vocale «e» ha una funzione importante nell’idioma barese. La (e) si pronuncia nei seguenti casi:
a) Quando cade su di essa l’accento principale della parola. Esempio: “tèrre” (terra), “bellèzze” (bellezza), “dialètte” (dialetto), “ndeghelètte” (leccornìa).
b) Quando è termine di parola accentata. Es.: “sapè” (sapere), “percè” (perché), “Taratè” e “Trattè” (Dorotea).
c) Quando è lettera iniziale di parola: Es.: “egghie” (olio), “ecchie” (occhio), “ere” (aia).
Però è accentata, quando è preceduta da un articolo o da un’altra vocale (“i” e “u” prostetica) . Es.: “u u-ègghie” (l’olio), “iègghie” (olio), “l’ècchie” (gli occhi), “n’ècchie” (un occhio), “m-mènz’a ll’ère de Carvenàre” (nella grande piazza di Carbonara dove una volta era l’aia per trebbiare il grano).
Spesso la “e” iniziale che fa sillaba atona si elide o si muta nella vocale “a”: “Mìglie” (Emilio; si scrive anche “Emìglie”), “dugazziòne” (educazione), “Arrìche” (Enrico), “vangèlìste” (evangelista), “arròre” (errore), “asàtte” (esatto, giusto), ecc.
d) Quando è terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere “è” (si scrive anche “iè” con la vocale “i” prostetica - aggiunta di una vocale all’inizio di una parola; vocale protetica -) - clicca nello stesso canale «Dialetto», categoria <La lèngua noste> articolo ‘Vocali prostetiche’-. Esempio di “è” e di “iè”: “Munne è state, munne iè e mmunne av’a ièsse” (Mondo è stato, mondo è, e mondo sarà), “Iè o nonn-è? Iè!” (È o non è? È!).
e) Quando è congiunzione. Esempio: “Iàcque e ssole” (Acqua e sole).
Tutte le altre “e” non accentate che fanno parte di un vocabolo o nome proprio hanno un suono indistinto, semimute come la “e” muta francese e non può essere eliminata perché rende sonora e vocalizza la consonante cui è connessa, perciò è necessario all’elisione e alla contrazione di altre vocali come per esempio nella seguente parola: “rennenèdde” (rondinella). La sua omissione, interna o finale di parola, comporterebbero una grafia illeggibile: “rennenèdde” ‘rnnnèdd’ (rondinella), “fremmenànde” ‘frmmnànd’ (fiammifero), “Petresenèlle” ‘Ptrsnèll’ (‘Petrosinella’), “descetàmece” ‘dsctàmc’ (svegliamoci).
Parimenti se la “e” semimuta è sostituita con un apostrofo (’) come in alcuni testi che hanno trattato il vernacolo e, soprattutto, nelle pubblicazioni di poesie dove la grafia è un vero guazzabuglio: (r’nn’nèdd’), (fr’mm’nànd’), (P’tr’s’nèll’), (d’sc’tàm’c’) la lettura diventa veramente ostica.
Uniche eccezioni dove non è inserita la (e) finale semimuta, è nelle parole straniere, in “laps” (matita), “appìzza laps” (temperamatite) e in “datz ca” (datosi che).
La regola è la seguente: «Si deve sempre tener conto che la “e” semimuta è pur sempre un suono, benché poco distinto, quindi è obbligatorio scriverla sia nel corpo, sia a fine vocabolo».
Qualunque parola che pronunciamo, la voce posa su una vocale (accentata). L’accento può stare in fondo al vocabolo, nell’ultima sillaba ed è distinta come tronca: “ddà” (là), “nù” (noi), “iè” (è), “Marì” (Maria), “acchiò” (trovò), “cafè” (caffè).
La parola di due sillabe, che porta l’accento sulla penultima si dice piana e come in italiano non si accenta salvo se non è scritta con la (e) tonica «è», con le (i) accentati «ì», «ìi», «iì» e con le (u) accentate «ù», «ùu»: “pane” (pane), “sale” (sale, sali), “frate” (fratello), “pèpe” (pepe), “bève” (bere), “sèmbe” o “sèmme” (sempre), “zìte” (fidanzato, sposo), “mìire” (vino), “iìdde” (lui), “iùscke” (brucia, piccante), “dùurme” (dormi); ecc.
La parola piana, composta di più sillabe, in barese è obbligatoria accentare la penultima sillaba: “abbefacchiàte” (gonfio in viso, tumefatto), “arrechessciùte” (arricchito), “canessciùte” (conosciuto), “fercìne” (forchetta), “galettòne” (tinozza), “giagànde” (gigante), “mammarànne” (bisnonna), “nessciùne” (nessuno), “vammàsce” (bambagia).
La parola piana, se ha più di due vocali, si accenterà la vocale tonica anche quando non è scritta con la vocale (e) muta finale. Es.: “chiòve” (piove), “fiàte” (fiato), “Ciànna Ciànne” (Gianna Gianna, Giovanni Giovanni), “iàcqua iàcque” (acqua acqua), “scìuua scìuue” (gioco frequentato dai ragazzi, i quali si lasciano scivolare lungo il corrimano di una scala), “Vìdua vìdue” (Vedova vedova) .
Se l’accento cade sulla terzultima sillaba, è indicato come sdrucciola; nel dialetto barese le parole sdrucciole, oltre ai seguenti vocaboli: “felìscene” (fuliggine), “felòsefe” (filosofo), “fèmmene” (femmina), “iòmmene” (uomo), “lepòmmene” (uomo lupo, licantropo), “màghene” (macchina), “scettùscene” (testuggine, tartaruga), ecc., si trovano nei verbi di modo indicativo presente della 1ª e 3ª pers. pl.: “ièsseche” (esco), “ièssene” (escono).
Modo indicativo imperfetto della 3ª pers. pl.: “cadèvene” (cadevano), “mangiàvene” (mangiavano).
Modo indicativo trapassato prossimo della 3ª pers. pl.: “avèvene mangiàte” (avevano mangiato). Modo congiuntivo imperfetto della 1ª, 2ª e 3ª pers. pl.: “sapèsseme” (sapessimo), “sapìisseve” (sapeste), “sapèssere” (sapessero), ecc.
Nel modo congiuntivo trapassato della 1ª, 2ª e 3ª pers. pl.: “avèsseme mangiàte” (avessimo mangiato); “avìisseve mangiàte” (aveste mangiato), “avèssere” o “avèssene mangiàte” (avessero mangiato).
Il Dialetto è impegno, coerenza,
approfondimento, uniformità.
È materia di studio e d’insegnamento.
Continua…
Foto: «Gigi De Santis», fototeca «Archivio Centro Studi "Don Dialetto"» di Gigi De Santis, Bari, giugno 2000.
Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)
|