Niccolò Piccinni
Il più grande e illustre artista barese è indubbiamente Niccolò Piccinni. Nacque a Bari il 16 gennaio 1728 ad «hore ventuno» (corrispondente alle ore 14.00 del giorno successivo rapportato al sistema odierno perché allora la giornata di ventiquattro ore cominciava al crepuscolo per terminare al calar del sole del giorno dopo). Nel giorno di battesimo, avvenuto dopo due giorni dalla nascita, i genitori, Silvia Latilla (sorella dell’operista Gaetano Latilla) e Onofrio Piccinno (più tardi il cognome fu modificato in Piccinni), suonatore di violino e contrabbasso nella Basilica di San Nicola, decisero di attribuire i nomi: Vito, Nicola, Marcello, Antonio, Giacomo. L’abitazione di proprietà dei padri Teresiani, dove nacque e visse la sua infanzia, fu in vico Viscardi (oggi Fiscardi e in dialetto "Fescàre") 2, uscita in Piazza Mercantile. Incerte sono le notizie sui primi studi del giovane Niccolò, come lo chiamarono in famiglia. Certo è che nelle sue vene scorreva lo stesso sangue del padre e dello zio materno Latilla. Questa sua tendenza però fu presto ostacolata dal genitore che cercò di farlo studiare per essere un buon prete. Invece, per avere dimostrato inclinazione e passione musicale, l’arcivescovo di Bari Muzio Gaeta II, entusiasmato a sentirlo ripetutamente toccare con melodici accordi il clavicembalo che si trovava nel suo palazzo, esortò Onofrio Piccinno a inviare il suo figliuolo, nel maggio 1742, a soli quattordici anni, al Conservatorio di «Sant’Onofrio» di Napoli, uno dei tre celebri istituti di musica dell’epoca. Non si è mai saputo chi sostenne le spese dell’educazione musicale del giovanetto Niccolò, se il Municipio di Bari o il padre dai suoi pochi risparmi, però non appare da alcun documento. Sembra più probabile che fu proprio l’arcivescovo ad aiutarlo. Piccinni fu fortunato di avere avuto come insegnanti, due tra i più noti direttori, Leonardo Leo e Francesco Durante i quali, sin dalle prime prove date dall’alunno intuirono la grandezza a cui egli sarebbe giunto come compositore. Nel 1754, uscito dal Conservatorio, debuttò nel mondo teatrale con la sua prima opera “Le donne dispettose” rappresentata nel «Teatro dei Fiorentini» a Napoli. Un’opera buffa in tre atti (libretto di A. Palomba) accolta con vivo favore, nonostante alcune ostilità dell’ambiente manovrate da un altro musicista pugliese, Nicola Logroscino, considerato il «dio dell’opera buffa». Sempre in quell'anno e nello stesso teatro fu data la prima di "Curioso del proprio inganno" (l'opera fu inserita sempre al Teatro dei Fiorentini nel 1755 e nel 1756 al «Teatro Nuovo») La prima de “Le gelosie”, dramma giocoso (libretto di G.B.: Lorenzi), rappresentata sempre al «Teatro dei Fiorentini» nel 1756 (l’opera sarà ripresa nel 1763 con l’aggiunta di arie di A.P. Guglielmi. Nel 1766 comparirà sotto il titolo “Le gelosie” ossia “Le nozze in confusione”, nel 1770 con il titolo “Gelosie per gelosie”), fu l'ultima delle opere scritte e messe in scena prima di giungere a nozze, il 13 luglio 1756 con Vincenza Sibilla, sua allieva, figlia quattordicenne di un barbiere napoletano e di madre, lucerina, cui insegnava canto nella sua casa di Vico Maiorane. Ma il matrimonio, secondo il costume di quei tempi, data l’età della sposa si poté celebrare soltanto dopo umilianti formalità. Scoperto dunque, l’idillio, il padre della ragazza, la rinchiuse nel malfamato «Conservatorio delle Pentite», l’invaghita Vincenzella pianse inascoltata dal contrariato padre, che l’aveva rinchiusa per precauzione, nonostante le solenni promesse di nozze dell’innamorato maestro barese, visto di buon occhio e fortemente sorretto dalla futura suocera. Si fece un piccolo processo celebrato dalle autorità ecclesiastiche sottoponendo la ragazza ad esame ginecologico. Risultò illibata e di ottima educazione civile e religiosa. Durante la luna di miele Piccinni compose “Zenobia”, componimento serio ispirato dalla sua dolce compagna che interpretò le varie arie con slancio appassionato e raccolto sentimento. L’opera va in scena al «Teatro San Carlo», nel mese di dicembre. La giovane sposa continuò a perfezionarsi vocalmente e oltre a cantare in casa brani d’opera del marito, mise pure al mondo nove figli educandoli, oltre tutto, al culto della musica. Tra gli anni 1757-59 musicò undici opere fra queste compose l’oratorio “La morte di Abele” e la prima versione dell’ “Alessandro nelle Indie”. L’anno seguente, il 6 febbraio 1760 a Roma, al «Teatro delle Dame», si dette la prima del dramma giocoso in tre atti “La Cecchina” ossia “La buona figliola” libretto di Carlo Goldoni, generalmente ritenuta il suo capolavoro e accolta fin dal primo momento con crescenti consensi. Fu un gran successo tanto che le mode e le insegne dei caffé a Roma, in quell’anno, furono tutte alla «Cecchina», nelle osterie si bevve vino alla «Cecchina». Un trionfo per l’opera che fu rappresentata sempre nel 1760 a Bologna, Genova, Milano. A Londra, nel 1768, venne replicata per nove anni consecutivi. A Bari la prima esecuzione fu data centosessantott’anni più tardi al «Teatro Piccinni». Dal 1761 al 1770, dopo il successo della “Cecchina”, il maestro barese scrisse a tutto spiano. In dieci anni presentò circa sessanta lavori teatrali a Napoli, Firenze, Roma, Torino, Bologna, Milano, Genova, Parma, Venezia. Fu eseguito con frequenza in Europa: Lisbona, Vienna, Parigi, Dresda, Londra e a Mannheim. Minore fortuna però ebbe il seguito della Cecchina, a Bologna “La buona figliola maritata” rappresentata nel 1761. In quegli anni il suo contributo alla musica gli procurò molto lavoro e ricchezza. Ormai le sue opere giravano per il mondo e il suo nome diveniva sempre più popolare e stimato. L’affermato musicista barese nel triennio 1771-1773 continuò a mietere consensi e l’abate Galiani elogiò sempre più con entusiasmo la perfezione della sua opera comica. Compose “Le finte gemelle”, “La donna di bell’umore”, “La corsara”. Ma, nel 1773, lo stesso Galiani segnalò un nuovo astro, Giovanni Paisiello di Taranto, rivelando che «Piccinni comincia ad invecchiare». Un altro tiro mancino lo ebbe da un nuovo compositore da lui stesso lanciato, Pasquale Anfossi, che sembrò destinato ad oscurare la sua gloria. Piccinni s’indignò, chiuse i contatti con Roma e tornò a Napoli, dove fu accolto con calore dalla Corte. Fu nominato secondo maestro di cappella al Duomo. Il 12 gennaio 1774 al «Teatro San Carlo» di Napoli, va in scena la seconda versione di “Alessandro delle Indie”, tre atti drammatici di Metastasio. Dietro segnalazione del Galiani, fu chiamato in Francia alla Corte di Luigi XV. Il maestro non perse tempo, il 6 novembre 1776, con tutta la famiglia e due sorelle nubili partì per la capitale francese dove arrivò il 31 dicembre. Nell’anno seguente incontrò il librettista Marmontel per la stesura del “Roland”. Le credenziali dell’abate Galiani aprirono a Piccinni i più importanti salotti parigini. Dopo un concerto di sue musiche nell’«Hotel de Soubise», fu portato in trionfo. Da Vienna intanto il compositore tedesco Christoph Willibald Gluck scrisse a F. Kruthoffer: «Perché, per chi e per che cosa il Piccinni è stato chiamato a Parigi?». Furono le prime assurde schermaglie della nota querelle che divise in due schieramenti i facinorosi e sostenitori di varie correnti artistiche, che diedero luogo a fazioni «piccinniste» e «gluckiste». Il 27 gennaio 1778 va in scena “Roland” di Piccinni, presente la Regina. Gran successo. Da Mannheim, un altro insigne musicista Wolfgang Amadeus Mozart scrisse a proposito dell’opera: «L’unico appunto al Roland è che i cori sono troppo scarni e poveri e soprattutto la musica un po’ troppo uniforme». L’opera comica italiana però trionfò all’«Opéra», suscitando le preoccupazioni di Gluck. Nel frattempo, Piccinni fu nominato direttore artistico del suggestivo teatro dove, nel 1779 la direzione gli commissionò l’ “Ifigenìa in Tauride”. Pure Gluck lavorò sullo stesso soggetto, ma si disse che l’opera dell’italiano avesse la precedenza nella rappresentazione. Nel completare il terzo atto, dove Piccinni lavorò alacremente, arrivò a Parigi il musicista tedesco. Niccolò Piccinni protestò, ma l’Ifigenìa di Gluck fu subito in scena «per ordini dall’alto». L’enorme impressione suscitata dall’opera accese le polemiche, ma Piccinni per non attizzare il fuoco mise da parte la sua Ifigenìa, riprendendo e completando un’altra opera l’ “Atys”, tragedia lirica, libretto di Quinault-Marmontel. Alla prima dell’ “Atys” avvenuta il 22 febbraio 1780, il musicista tedesco fece sapere da Vienna: «Auguro un buon successo, affinché io resti in pace...Non tornerò a Parigi finché le parole piccinnista e gluckista siano ancora in uso». Il 23 gennaio 1781 si dette finalmente, al teatro dell’«Opéra» la prima di “Ifigenìa in Tauride” di Piccinni. Il successo non fu eccezionale. Pesò il confronto, con l’omonima opera di Gluck, l’esecuzione peraltro fu sospettata di boicottaggio (cantanti svogliati e rinunciatati). L’atmosfera fu inquinata da intrighi e diffidenze, ciò nonostante l’opera fu replicata una ventina di volte. Il 16 ottobre 1783, al teatro di corte di «Fontainebleau» fu data la prima di “Didon”. Sembrò il riscatto dopo le amarezze per l’esito d’Ifigenìa. Quasi un mese dopo, il 14 novembre ritornò all’opera comica con “Le dormeur éveillé”. Nel mese di dicembre, a «Fontainebleau», rappresentò un’altra commedia dal titolo “Le faux lord”, su libretto del figlio Giuseppe. Purtroppo negli anni susseguenti (1784-85) per un paio di opere mancate, anche per l’inconsistenza dei libretti, oscurò progressivamente la fama di Piccinni a Parigi. La direzione dell’Opéra gli ritirò la pensione. Il 15 novembre 1787 morì il suo “amico-rivale” Gluck. Con una toccante lettera al «Giornale di Parigi», Piccinni propose l’istituzione di un concerto annuale, da tenersi il 15 novembre, ricorrenza della scomparsa e aggiunse con grande spirito d’umanità: «Io oserò pregare il pubblico affinché voglia permettermi di consacrare gli ultimi accenti di una voce che si estingue, a celebrare, nel primo concerto, i talenti di un uomo di genio, la morte del quale non mi ha fatto provare altro sentimento che il desiderio di immortalare la memoria di un compositore che farà epoca nella rivoluzione musicale svoltasi in uno dei teatri più belli d’Europa».
Continua...
Foto: «Casa Natale di Niccolò Piccinni, Vico Fiscardi, 2», «Busto di Niccolò Piccinni esistente sulla facciata del Teatro Opéra di Parigi», fototeca, Alfredo e Felice Giovine, «Biblioteca dell'Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi».
Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto” - Bari
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