Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell'essere suo.  ( Armando  Perotti )               * * *               Non si creda che i dialetti siano destinati a sparire, se mai si moltiplicheranno, pur tenendosi stretti alla lingua  " scritta  "  di Dante.  (Francesco Babudri)               * * *               Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono.  (Pasquale Sorrenti)               * * *               Non si può avere piena intelligenza della Divina Commedia senza tenere l’occhio rivolto al dialetto.  (Abbate Giuliani)               * * *              Il dialetto è un potente mezzo di comunicazione e ha diritto di cittadinanza nella scuola, e non solo a livello sperimentale. (Francesco Mininni)               * * *               Io credo che il poeta dialettale può e deve restare fedele al suo dialetto, se non lo fa, rischia di offrire ai suoi lettori, componimenti redatti o un dialetto annacquato o in un italiano adulterato.  (Oronzo Parlangeli)               * * *              Nella città di Bari, sono ancora in molti che identificano il dialetto con la povertà o come marchio di appartenenza agli strati più umili, gretti e ignoranti della società, al contrario di quanto avviene in altre città dove l’uso del dialetto è vezzo, sciccheria e ostentazione. (Alfredo Giovine)               * * *            I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell'interiore linguaggio che precede ogni fatto linguistico. (Pio XII)
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Maièste de bacchètte (musicisti)
Inserito il 10 maggio 2009 alle 10:09:00 da Gigi.

Niccolò Piccinni 2

L’ultima opera che scrisse a Parigi, nel 1787 fu “Clymnestre”, che fu rappresentata due anni dopo, ma alcuni cultori della musica come Pietro Mascagni che affermò la messa in opera dell’ultimo lavoro scritto in Francia, dopo mille peripezie, non trovò d’accordo con Andrea Della Corte, il quale escluse che sia stata mai eseguita, ma soltanto provata. Colpa anche della Rivoluzione francese fece trovare irrimediabilmente sulla strada della decadenza artistica, il grande Maestro, con l’amarezza della perdita di vari appannaggi come seimila lire assegnategli dalla Corte, quattromila dalla Regina, tremila dall’Opéra, duemila dal banchiere de la Borde. Sfiduciato, stanco e minato nella salute, lasciò Parigi il 13 luglio 1791. Poco più di un mese si fermò a Lione accolto con stima e circondato di affetto, ma ormai decise di ritornare a Napoli che giunse il 5 settembre. Nella città partenopea, constatò, che dopo quattordici anni di assenza il suo nome scomparve dai programmi dei teatri, l’abate Galiani morì, Ferdinando IV sostenne con entusiasmo Paisiello. Tuttavia il sovrano, si mostrò generoso con lui e gli affidò la direzione della scuola reale di canto e fece rappresentare al «San Carlo» l’ “Alessandro delle Indie”. Per la Quaresima del 1792 scrisse l'oratorio "Gionata", da lui stesso ritenuto una delle sue più belle musiche. Negli anni che andarono dalla fine del 1792 al 1799, nuove preoccupazioni e problemi sull’esistenza del musicista barese aggravarono la salute. Nonostante le sue condizioni riuscì a dotare una sua figlia andata sposa al cittadino francese Pradez Presteau residente a Napoli da otto anni e ritenuto di idee rivoluzionarie dalla polizia. Alla cerimonia intervennero vecchi amici di Parigi: è quanto poté bastare per farlo sospettare di «intelligenza» con i rivoluzionari. Fu accusato di giacobinismo, la polizia borbonica lo spiò e ne controllò i movimenti. Piccinni ne risentì. Provvidenziale giunse da Venezia un invito a comporre due opere per il teatro «S. Samuele». Tornò a Napoli dopo nove mesi, ma il ministro Acton gli ordinò di rimanere in casa per quattro anni, considerandosi agli arresti. Per vivere l’anziano maestro compose musica sacra. Nel frattempo, da Parigi, Napoleone Bonaparte gli commissionò una marcia. Il musicista chiese naturalmente l’autorizzazione ad Acton. La concessione fu valutata alla luce della ragion di stato. Il Regno di Napoli in quel periodo stava trattando la pace con la Francia rivoluzionaria e approfittò dell’occasione perché pensarono a un gesto distensivo. Piccinni, nel 1798, abbandonato e mortificato dai napoletani, meditò nuovamente di trasferirsi in Francia. Amici di Parigi gli facilitarono il progetto pagandogli anche il viaggio. All’arrivo nella capitale, il Conservatorio gli assicurò una pensione, ciò gli fece convincere a farsi raggiungere dalla moglie e da due figlie. Il Bonaparte lo ricevette premurosamente e gli chiese una marcia per la Guardia consolare: così potette giustificare la spesa di venticinque luigi. Gli promise anche la nomina ad ispettore del Conservatorio. Fisicamente distrutto, tormentato dalla povertà, ormai settantaduenne sbarcò il lunario scrivendo romanze e canzonette. Il figlio Giuseppe si rivolse a un esponente del Direttorio informandolo del grave stato economico che versava la famiglia: «Ho venduto il mio letto per allontanare la fame. Mio padre non può, malgrado la sua buona volontà, scemare le sue e le nostre sofferenze». Le condizioni di salute del Piccinni si aggravavano sempre più. Lo portarono a Passy, tranquillo sobborgo parigino. Nell’aprile 1800 giunse la sospirata nomina ad ispettore del conservatorio e, un’altra confortante notizia, mercè un suo ammiratore, l’ambasciatore di Svezia, fece nominare il figlio Luigi Alessandro maestro di cappella della corte svedese. Carica che ricoprì per molti anni anche come maestro del teatro di Corte lasciando nelle biblioteche di Stoccolma numerosi spartiti e composizioni varie. Piccinni felicissimo invitò gli amici ad una «festa musicale», un concerto in famiglia. La moglie Vincenza cantò un’aria della “Zenobia”, l’opera che gli aveva composto all’indomani delle nozze. Al terzetto dell’ “Ifigenìa” parteciparono anche le figlie Rosina e Giulia. Pochi giorni dopo, un’intossicazione dette il colpo di grazia alla sua infermità. Affrontò serenamente una lunga agonia e spirò il 7 maggio 1800. Il suo discepolo Neveu, a causa delle cattive condizioni economiche della vedova, acquistò una lapide usata in precedenza per il cavalleggero di Richelieu Claude Louvet, deceduto il 1° maggio 1639 e ne utilizzò l’altra faccia della lastra di marmo nero inserendo una semplice iscrizione ricordando il gran maestro: «ICI REPOSE / NICOLAS PICCINNI / MAITRE DE CHAPPELLE NAPOLITAIN / GENIE FECONDE VARIE CREATEUR / CELEBRE /EN ITALIE / EN FRANCE /EN EUROPE / CHER AUX ARTS ET A L’AMITIE / NE A BARI DANS L’ETAT DE NAPLES / EN 1728 / MORT A PASSY / LE 17 FLORAL AN VIII DE LA R.F. / 7 MAI 1800».
Delle sue ceneri non si è più trovata traccia, mentre la lapide che copriva la tomba fu salvata e portata nel museo della «Societé Historique di Auteil et Passy». Il prezioso cimelio è stato portato nella città di Bari, negli anni ’50 del secolo scorso, conservato in un primo momento nel Museo Storico, poi trasportato nel Museo Piccinniano, Casa Natale del massimo musicista, grazie all’interessamento dello storico barese Vito Antonio Melchiorre, allora funzionario del Comune di Bari. Il numero delle opere da lui composte furono ben 140: 93 opere buffe, 43 opere serie, 4 oratori. A distanza di molti anni dalla morte ancora oggi una via della capitale francese è intestata a lui e all’inaugurazione dell’Opèra di Parigi il 5-01-1875, in una nicchia esterna del sontuoso edificio figurava il busto, opera dello scultore Adolphe Itasse. Giuseppe Verdi, in una lettera ad Arrigo Boito, scrisse «Niccolò Piccinni, autore della vera prima opera buffa: Cecchina». A Bari, diverse intitolazioni gli sono state commemorate. Una via del Borgo Murattiano, inizia da Corso Cavour e termina al Largo Nitti Valentini (deliberazioni consiliare del 4-10-1833). Un teatro comunale in Corso Ferdinandeo (poi Corso Vittorio Emanuele II, 88), inaugurato il 4-10-1854. Il 28 maggio 1882, un comitato istituito per ricordare l’illustre musicista, fece affiggere una lapide in Bari Vecchia al n° 2 di Vico Fiscardi con la seguente epigrafe: «È in questo vicolo la casa – nella quale – il giorno 16 gennaio nacque Niccolò Piccinni. 28 maggio 1882». Un monumento in Piazza Massari (inaugurazione 10-05-1885).  Una scuola elementare (la sua prima sede fu in Via Piccinni angolo Via De Rossi. In seguito ha cambiato sede un paio di volte per arrivare nell’attuale destinazione in Via Carducci angolo Via Napoli). Il Conservatorio di musica inaugurato il 1° ottobre 1959 sito nell’ex villa «Bucciero» in Via Brigata Bari, 26. La Casa Natale, in Vico Fiscardi 2 (proprietà del Comune dal 1957), inaugurata il 15 aprile 1999, è stata trasformata in «Museo Piccinni: Centro Ricerche Musicali». In occasione del cinquantenario del «Teatro Petruzzelli», il critico Giudo Pannain ebbe a dire del celebre musicista barese: «Quando l’arcivescovo di Bari in un lontano giorno del Settecento incoraggiò allo studio della musica il piccolo Niccolò in uno degli antichi Conservatori napoletani, Bari fece un ingresso solenne nella storia della musica italiana (...) il giorno in cui l’amore che da noi si ostenta per la musica sarà mondo dal dilettantismo professionale e teatrale si potrà parlare di Piccinni con più fondata conoscenza. Di lui c’è molto ancora da apprendere.». Nel 2000, per l’intero anno, nella città di Bari si è festeggiato il bicentenario della morte del massimo artista barese, con rassegna di concerti, spettacoli, concorsi, mostre, convegni, tavole rotonde, attività didattiche e scientifiche, a ricordo di uno straordinario personaggio unanimemente considerato uno dei compositori simbolo della musica operistica del Settecento.

Bibliografia ed emerografia: Martino Cassano, «Niccolò Piccinni», in «Barinon», numero unico, Bari, agosto 1881; Comitato Promotore, «Fac-simile della fede di Nascita di Niccolò Piccinni», Bari, 1882; Francesco Nitti di Vito, «Niccolò Piccinni, brevi cenni di vita» (estratto dal Numero Unico “Niccolò Piccinni” nel primo centenario dalla sua morte), Bari, maggio 1900; Alfredo Giovine , «Bari a Niccolò Piccinni e il discorso di Pietro Mascagni del 1900», Ed. Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi, Bari, 1964;  Alfredo Giovine, «Il Teatro Piccinni di Bari», Ed. Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi, Bari, 1970;  Alfredo Giovine, «La moglie Vincenza Sibilla fu la più grande interprete della sua musica, ma non calcò mai le scene» in «La Voce della Regione», Bari, 16-11-1976; Alfredo Giovine, «Il Vico Fiscardi», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 4-09-1979;  Pasquale Sorrenti, «I Baresi», Tipoligrafia Mare, Bari, 1980; Franco Chieco, «Niccolò Piccinni, note biografiche e cronologia delle opere maggiori» ne «La buona figliola della Fonit Cetra», Roma, 4 -02-1981; Alfredo Giovine, «Come Piccinni perse la testa per la soave Vincenzella», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 11-08-1981; Liborio Lojacono, «Solo il suo nome nella città», ne  «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 4-12-1986;  Nicola Sbisà, «Duello all’ultima nota», ne  «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 4-12-1986; Giuseppe Triggiani, «Il Melodramma nel mondo 1597-1987», Ed. Levante Editore, Bari, 1988; Vito Antonio Melchiorre, «Dove giacciono le ceneri di Niccolò Piccinni?» ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 14-12-1988; Alfredo Giovine, «Quella di Niccolò Piccinni fu una vita...spericolata», ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 6-07-1990; Dinko Fabris e Marco Renzi, «La Musica a Bari», Ed. Levante Editore, Bari, 1993; Vito Antonio Melchiorre, «Le strade di Bari» Ed. Periodici Locali Newton, Roma, 1995; Liborio Lojacono, «Piccinni ritrova casa e teatro», ne  «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 14-04-1999.


Foto: «Immagini di Niccolò Piccinni»,  fototeca, Alfredo e Felice Giovine,  «Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi».

  
Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto” - Bari

 


 
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